SAN GIOVANNI IN VENERE

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L’architettura romanica abruzzese non è inferiore alle altre regioni europee: recentemente ho visitato San Giovanni in Venere, a Fossacesia (CH) che merita una tappa delle gite fuori porta dei turisti abruzzesi e non.

Sorto secondo la tradizione sui resti di un tempio dedicato a Venere Conciliatrice, in splendida posizione panoramica sul golfo detto appunto di Venere, il complesso monastico di Fossacesia ha un’origine lontana e imprecisata: i primi documenti che ne parlano risalgono all’VIII secolo d.C.

Nella prima metà dell’XI secolo, Trasmondo II, conte di Chieti, organizzò una imponente ricostruzione dell’edificio affidato ai benedettini, e aprì una fase di grande splendore per il monastero.

Con l’avvento dell’Abate Oderisio II, il complesso fu ulteriormente ampliato e trasformato (1165), accogliendo quei caratteri dell’architettura borgognona innestati su un impianto sostanzialmente romanico. Una lapide all’interno della chiesa attesta proprio questi avvenimenti.

Nel 1225-30 sotto l’Abate Rainaldo, il portale venne arricchito di notevoli bassorilievi marmorei e nel secolo successivo vennero condotti a termine altri interventi di completamento dell’edifìcio. La costruzione fu più volte danneggiata da eventi sismici e conseguentemente riedificata.

Il complesso ha subito restauri anche nel XX secolo; in particolare l’intervento del 1968-69, diretto dal Moretti, ha riaperto gli ultimi fornici della navata centrale (chiusi per ragioni di statica), ha eliminato le sopraelevazioni della facciata e ha portato a termine altri lavori di ripristino.

Naturalmente difesa dal mare, l’abbazia di Fossacesia doveva costituire un tempo una sorta di monastero-fortezza. Oggi, dopo i restauri citati, la costruzione è pienamente visibile nelle sue linee architettoniche, dove si riscontra, come già in altri edifici romanici abruzzesi, la capacità di fondere in un insieme armonico elementi strutturali e decorativi elaborati in ambiti diversi (Borgogna, Sicilia, Puglia, Lombardia).

L’Abbazia di S. Giovanni in Venere documenta, dunque, il precoce influsso, nella regione abruzzese, dell’architettura cistercense. La pianta presenta il consueto schema basilicale a 3 navate absidate su pilastri, inaugurato in Abruzzo da S. Liberatore alla Maiella, ma il presbiterio è fortemente sollevato su una scalinata per dar posto alla cripta sottostante.

Sul lato destro del presbiterio si affianca il campanile quadrangolare che conserva il robusto basamento originale. L’alzato rivela, all’esterno, le numerose ricostruzioni, per l’uso caotico di diversi materiali: conci di tufo scuro, mattoni in laterizio, pietrame; mentre all’interno, orrendamente intonacato, la pietra da taglio, opportunamente impiegata, mette in risalto i profili degli archi e dei piedritti.

Sono variamente reimpiegati anche frammenti di età romana. L’alto sagrato, raggiungibile tramite una scalinata laterale, conserva il prospetto principale realizzato nella pietra bruna contro la quale spiccano i rilievi marmorei del gran portale. Due diverse strutture di contrafforte puntellano la facciata alle due estremità.

Il portale goticheggiante, sormontato da una arco trilobato con pinnacoli e riccamente decorato ai fianchi da bassorilievi classicheggianti, arricchiscono la superficie muraria della facciata. Un’iscrizione sulla lunetta conduce all’Abate Rainaldo, alla guida del cenobio in quel periodo (1230).

Le sculture della lunetta (della stessa epoca) sono separate in due zone da una cornice a palmette; nella zona superiore campeggia Cristo in trono tra la Vergine e S. Giovanni Battista, mentre nella parte inferiore resta solo qualche frammento di una composizione che doveva comprendere: S. Romano (ricordato dalla scritta), S. Benedetto (di cui resta il busto acefalo racchiuso in una sorta di finestrella) e S. Rainaldo (di cui resta un frammento).

Sui bassorilievi dei pilastri laterali sono rappresentati episodi relativi alla vita del Battista, tra fasce ornamentali; un’eco dell’esperienza casauriense è ravvisabile nel trattamento dei rosoni e degli archetti pensili che separano le scene.

A sinistra del portale un epitaffio sottolineato da una cornice poligonale a risalti, sempre in marmo, ricorda l’Abate Oderisio.

L’edifìcio presenta, sui fianchi, due ingressi minori abbelliti da lunette e stipiti marmorei. Nella composizione del portale sul chiostro, realizzato dal Maestro Alessandro nel 1204, come recita l’iscrizione, il maestro utilizzò frammenti di età precedente: pilastrini con intrecci nastriformi dell’VIII secolo per formare gli stipiti e parti di un recinto presbiteriale dell’età di Trasmondo, nella costituzione della lunetta.

Il prospetto posteriore, che rivela nell’uso dei materiali diverse fasi costruttive, accoglie motivi decorativi di origine islamico-siciliana, alleggerendo con brillanti effetti pittorici la massa dei corpi absidali. Sui tre monumentali semicilindri, una fascia a losanghe separa la zona superiore in conci dalla più grezza metà inferiore, ricca di arcate cieche sormontate da medaglioni stellati in tufo e marmo. Feritoie e due monofore trilobate consentono l’illuminazione del presbiterio e della cripta.

L’interno basilicale porta i rigorosi segni dell’architettura d’oltralpe: il ritmo serrato delle sei slanciate campate su archi a sesto acuto arriva al presbiterio, raccolto tra la scalinata e il basso arcone ogivale. I pilastri quadrangolari nel presbiterio, sono impostati su uno zoccolo quadrato intagliato negli angoli. Capitelli con foglie a uncino, tipici borgognoni, si innalzano su semicolonne pensili.

La pavimentazione è in materiale lapideo. Le navate presentano capriate lignee a vista, consentendo al solo transetto, diviso da arconi in 3 campate, di innalzarsi in volte a crociera, singole nelle navate minori, doppie e rinforzate da costoloni in pietra nella zona centrale.

La cripta, che occupa l’itera area sottostante il presbiterio, è attribuita dal Moretti al 1015 pur ammettendo successivi rimaneggiamenti, contrariamente al Gavini che identifica, nella costruzione, un’unità di concezione tale da escludere tempi diversi di realizzazione.

Il sacello, triabsidato, è diviso in 2 navate (nel senso del lato maggiore) da 4 colonne, tre delle quali in marmo cipollino. Altre 2 colonne, più sottili, danno origine ad un triforio all imbocco dell’abside maggiore.

Lo spazio e articolato in 10 campate (di cui le 6 centrali assai più strette rispetto a quelle laterali) coperte da volte a crociera su archi a tutto sesto e a ogiva, che ricadono su piedritti a fianco di semicolonne addossate ai muri perimetrali

La cripta di San Giovanni in Venere presenta affreschi di grande interesse, restaurati nel 1970 e attribuiti generalmente all’età di Oderisio II, ma alcuni studiosi ritengono che soltanto un affresco dell’abside centrale possa datarsi a quell’epoca, mentre gli altri dipinti dovrebbero risalire ad un periodo successivo, in base allo sviluppo formale delle figure.

L’affresco dell’abside centrale rappresenta Cristo in Maestà, entro la mandorla che è simbolo della parusìa: la venuta di Cristo alla fine dei tempi. Le forme sono sottili e allungate, gli angeli quasi evanescenti, secondo una tendenza prettamente regionale che continuerà ad affermarsi nonostante gli apporti della cultura meridionale Nelle figure, S. Giovanni Battista, vestito di pelli e S. Benedetto in abito da monaco.

Nelle absidi laterali ritorna il tema del Cristo in trono tra Santi. L’affresco dell’abside di sinistra, per 1/3 danneggiato, mostra solo due di quattro santi, S. Vito e S. Filippo e presenta numerose ridipinture che ne rendono difficile la datazione, comunque di pieno XIII secolo. Ancora più tardo, l’affresco dell’altra absidiola, con Cristo tra i santi Pietro, Paolo, Giovanni Evangelista e Battista. La morbidezza del modellato, il disegno cosmatesco del trono e le calde sfumature cromatiche delle figure, richiamano la pittura romana del ’200, in particolare i modi del Cavallini.

Nell’abside centrale, un pannello con la Vergine tra l’Arcangelo Michele e S. Nicola di Bari denota una cultura più legata alla tradizione bizantina, filtrata attraverso l’interpretazione di un artista meridionale.

Formato da una serie di trifore su sottili colonne e grandi pulvini a stampella, l’Abbazia di San Giovanni in Venere presenta un ampio chiostro (sul fianco sinistro della chiesa) completamente ricostruito negli anni ’30. Originali soltanto 4 trifore sul lato sud, databili al XII secolo.

Nel terreno antistante la facciata, è stata scavata un’aula ipogea coperta da volte a crociera. Probabilmente coeva ai lavori del 1165, l’aula poggia su un pilastro centrale con semicolonne addossate ai lati. Non accertata rimane la funzione originaria di questo spazio, oggi non visitabile.

Daniele Mancini

Foto di Eleonora Sciascia

Bibliografia consultata: 

  • AA. VV., L’Abruzzo nel Medioevo, Pescara 2004
  • I.C. Gavini, Storia dell’Architettura in Abruzzo, II vol., Milano 1927
  • M. Moretti, Architettura Medievale in Abruzzo, Roma 1971

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