domenica, 7 Giugno 2026
Pillole di Storia

PILLOLE DI STORIA: IL REGNO ITTITA DI SUPPILULIUMA I E L’ “AFFAIRE ZANNANZA”, XIV SECOLO A.C.

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Dopo Tudhaliya I/II, gli Ittiti dell’Anatolia hanno attraversa­to un periodo di stagnazione, governati da sovrani deboli e inca­paci. Il loro prestigio rifiorì verso il 1350 a.C., sotto un nuovo re di nome Suppiluliuma I, già citato parlando della corrispondenza negli archivi di Akhenaton.

Da giovane principe agli ordini del padre, Suppiluliuma I aveva aiutato gli Ittiti a riprendere il controllo dell’Anatolia e la loro ri­scossa. in quel periodo. rappresentava una minaccia per Amenhotep III e il suo impero. Non sorprende quindi che i trattati da lui stipu­lati e i matrimoni combinati furono organizzati con i dignitari dei paesi confinanti con gli Ittiti, da Ugarit sulla costa nord della Siria, a Babilonia in Mesopotamia, sino ad Arzawa, in Anatolia.

Durante il primo periodo del regno di Suppiluliuma I, con queste manovre diplomatiche gli Egizi miravano a trarre vantaggi della relativa debolezza degli Ittiti, ma quando, sotto il governo di Suppiluliuma I, essi cominciarono a riprendersi, gli accordi non ebbe­ro altra ambizione se non quella di controllare il livello delle loro attività.

Si hanno notizie di Suppiluliuma grazie alle cronache ittite, so­prattutto quelle stilate su una serie di tavolette scritte da suo fi­glio e poi successore, Mursili II, che contengono le cosiddette «Preghiere della peste». Dopo circa trentanni di regno, Suppiluliuma I morì di peste, malattia che si era propagata in terra ittita tramite i prigionieri di guerra egizi, catturati durante una guerra combattuta nel nord della Siria. La peste portò morte e devasta­zione tra la popolazione ittita e molti membri della famiglia reale, compreso Suppiluliuma, ne morirono.

Mursili pensò che questi sacrifici umani, soprattutto quello di suo padre, fossero il castigo per un crimine commesso all’inizio del regno di Suppiluliuma, per il quale il sovrano non aveva mai chiesto perdono agli dèi. Il fratello di Suppiluliuma, un principe ittita di nome Tudhaliya il Giovane, era stato ucciso. Non è chia­ro se Suppiluliuma fosse direttamente coinvolto nel delitto, ma ne aveva tratto sicuramente vantaggio, perché Tudhaliya era destina­to al trono ittita al suo posto, malgrado le grandi vittorie militari che Suppiluliuma aveva ottenuto a nome di suo padre. Mursili scrive:

Ma ora voi, o dèi, vi siete infine vendicali di mio padre per la questione di Tudhaliya il Giovane. Mio padre [morì] a causa del sangue di Tudhaliya e i prìncipi, i nobili, i comandanti di migliaia di uomini e gli ufficiali che sostituirono mio padre, anch’essi morirono per questa questione. Lo stesso problema  travolse la terra di Hatti, e la popolazione della terra di Hatti cominciò morire proprio per questo.

Tavoletta con Le Gesta di Suppiluliuma conservata al Museo Archeologico Nazionale di Ankara

Non si conoscono altri dettagli dell’ascesa al potere di Suppiluliuma, tranne il fatto che ebbe successo: si hanno notizie di altri avvenimenti importanti del suo regno, grazie a un lungo documento intitolato «Le Gesta di Suppiluliuma», anch’esso scritto da suo figlio e successore Muriili II.

I dettagli del regno di Suppiluliuma potrebbero riempire un libro intero ma in questo contesto ci basta di­re che Suppiluliuma ebbe la capacità di riconquistare gran parte dell’Anatolia grazie a continue guerre e a un’accorta diplomazia. Riuscì anche ad accrescere l’influenza degli Ittiti e i confini dell’impero, sino al nord della Siria, dove probabilmente di­strusse la città di Alalakh, capitale del regno di Mukish.

Le sue numerose campagne a sud e a est alla fine provocarono una guer­ra contro gli Egizi, anche se soltanto all’epoca di Akhenaton. Si giunse pure a una situazione di conflitto con i Mitanni, che si trovavano più a est, durante il regno del re Tushratta. Suppiluliuma alla fine sconfisse e conquistò il regno dei Mitanni, ma so­lo dopo un certo numero di tentativi, fino alla cosiddetta Gran­de guerra siriaca, quando §uppiluliuma conquistò e saccheggiò la capitale Waisukanni.

Tra le altre città che Suppiluliuma attaccò e distrusse nelle terre dei Mitanni c’era il sito dell’antica Qatna, la moderna Teli Mishrife, che oggi è luogo di scavi archeologici italiani, tedeschi e siria­ni. Nell’ultimo decennio vi sono state compiute scoperte straordi­narie, compresa una tomba regale intatta, pitture murali in stile egeo con motivi ornamentali di tartarughe e delfini, un pezzo di terracotta con l’incisione del nome regale di Akhenaton (forse uti­lizzato per sigillare un’anfora oppure apposto originariamente su una lettera), e decine di tavolette dell’archivio reale, tutte all’in­terno o al di sotto del palazzo.

Tra queste tavolette c’è una lette­ra, del 1340 a.C., di Hanutti, il comandante in capo dell’esercito ittita sotto Suppiluliuma, che comunica al re Idadda di Qatna di prepararsi per la guerra. La lettera fu trovata tra i resti sepolti del palazzo del re, a dimostrazione che gli Ittiti avevano sferrato un at­tacco e ne erano usciti vittoriosi.

Suppiluliuma non disdegnava la diplomazia, che già a quell’epo­ca andava di pari passo con la guerra. Sembra abbia perfino sposato una principessa babilonese, forse dopo aver ripudiato la sua prima moglie (e madre dei suoi figli) per una trasgressione di cui non si conosce la natura e averla confinata presso Ahhiyawa.

Offrì la mano di una delie sue figlie a Shattiwaza, il figlio di Tushratta, che lui stesso aveva posto sul trono dei Mitanni come re vassallo, dopo aver mandato l’esercito per spodestare il padre. Tuttavia, il matrimonio più curioso e interessante associato al regno di Suppiluliuma fu quello che non ebbe mai luogo e che oggi è noto come «affaire Zannanza».

La cronoca dell’affaire Zannanza è riportata nelle Gesta di Suppiluliurna: un giorno alla corte degli Ittiti fu recapitata una lette­ra, si dice da parte della regina dell’Egitto. La lettera fu conside­rata con sospetto perché conteneva un’offerta che non era mai stata fatta prima da un sovrano egizio. Era una richiesta così sor­prendente che Suppiluliuma dubitò subito della sua autenticità. Ecco quel che vi si legge:

Mio marito è morto. Non ho figli. Ma dicono che tu hai molti figli. Se mi volessi dare uno dei tuoi figli, diventerebbe mio marito. Non vorrei mai prendere uno dei miei servitori e farne un marito!

Le Gesta raccontano che l’autore della lettera era una donna di nome Dahamunzu. Si tratta in effetti di una parola ittita che si­gnifica solo «la moglie del re». In altre parole, si pensava che fosse della regina d’Egitto ma la cosa non aveva senso, perché i reali egizi non sposavano stranieri. In tutti gli accordi stipulati nei suoi trattati, per esempio, Amenhotep III non aveva mai offerto in sposa una donna della sua famiglia a un monarca straniero, e quindi la risposta di Suppiluliuma alla lettera risulta del tutto comprensibi­le. Egli mandò in Egitto un messaggero fidato di nome Hattusa-ziti, per chiedere se la regina avesse inviato la lettera e se parlava seriamente.

Hattusa-ziti partì per l’Egitto, come gli era stato richiesto, e ri­tornò non solo con un’altra lettera della regina, ma anche con un suo omaggio speciale, un uomo di nome Hani La lettera era scrit­ta in accadico e non in lingua egizia o ittita. è sopravvissuta sino ai giorni nostri in forma frammentaria dopo essere stata ritrova­ta a HattuSa, negli archivi ittiti, e rispecchia la collera della re­gina per non essere stata creduta. Citata nelle Gesta, dice quanto segue:

Se avessi avuto un figlio avrei forse parlato della vergogna mia e del mio paese a un paese straniero? Voi non mi credete e parlate a me in questo to­no! Colui che era mio manto è morto. Non ho figli. Mai prenderò un mio servitore per fame un marito! Non ho scritto ad altri paesi stranieri. Ho scritto soltanto a voi. Dici che hai molti figli; dammene uno dei tuoi. Diventerà mio marito. In Egitto sarà re!

Poiché Suppiluliuma era ancora scettico, il messaggero egizio Hani parlò subito dopo, dicendo:

Oh mio Signore! Questa è la vergogna del nostro paese! Se avessi un figlio del re, dovrei forse andare in un paese straniero e chiedere un signore per la nostra terra? Niphururiya [il re egizio] è morto. Non ha figli! La moglie del nostro Signore è sola. Cerchiamo un figlio di nostro Signore [cioè, Suppiluliuma] per il regno d’Egitto. E per la donna, nostra Signora, lo cerchiamo come marito! Inoltre non andiamo in altri paesi, veniamo solo qui! Ora, oh nostro Signore, dacci un figlio dei tuoi!

Secondo le Gesta, Suppiluliuma fu infine convinto e decise di mandare in Egitto uno dei suoi figli, di nome Zannanza. Non ri­schiava molto, perché Zannanza era il quarto di cinque figli. I tre maggiori stavano già prestando i loro servizi in varie missioni, quindi poteva benissimo fare a meno di Zannanza. Se l’affare fos­se andato in porto, il figlio sarebbe diventato re d’Egitto; se inve­ce fosse fallito, aveva pur sempre altri quattro figli.

Accadde che le cose non andarono affatto bene. Dopo diverse settimane, arrivò un messaggero e informò Suppiluliuma che la ca­rovana in viaggio per l’Egitto aveva subito un’imboscata e Zan­nanza era stato ucciso. I responsabili erano fuggiti e non erano stati ancora identificati. Suppiluliuma era fuori di sé; non aveva dubbi sul fatto che gli Egizi avessero una parte di responsabilità per l’accaduto e forse l’avevano addirittura indotto con l’ingan­no a mandare suo figlio verso la morte, come raccontano Le Gesta:

Quando mio padre [Suppiluliuma] venne a sapere dell’omicidio di Zannanza, cominciò a piangere per Zannanza e agli dèi parlò così: «O dèi! Non ho compiuto alcun male, ma il popolo di Egitto mi ha fatto questo! Hanno anche aggredito i confini del mio paese!

Il trono d’oro con Tut e Ankhesenamun, dalla Tomba KV62

L’imboscata e l’assassinio di Zannanza è ancora un mistero irri­solto, rimane anche una questione aperta sul nome di chi, in Egitto, avrebbe mandato la lettera a Suppiluliuma, dal momento che ci sono due potenziali regine in quel periodo, entrambe vedo­ve: una era Nefertiti, moglie di Akhenaton; l’altra era Ankhesenamon, moglie di re Tut. 

Tuttavia, tenuto conto delle informazio­ni contenute nelle lettere, in particolare del fatto che la regina non aveva figli, e considerata la concatenazione di eventi che se­guì l’uccisione di Zannanza (il trono di Egitto finì nelle mani di un uomo di nome Ay, che sposò Ankhesenamon anche se era ab­bastanza vecchio da poter essere suo nonno), è probabile che ab­bia senso identificare in Ankhesenamon l’autrice della misteriosa lettera regale. Non si sa se Ay abbia avuto qualcosa a che fare con il vero assassinio del principe ittita, ma fu lui a ottenerne maggiori vantaggi, ed è naturale che i sospetti cadano su di lui…

Quando Suppiluliuma promise di vendicarsi per la morte di suo figlio, fece progetti per attaccare l’Egitto. Ay lo avvertì di non farlo, in una corrispondenza che è giunta fino a noi in modo fram­mentario, ma Suppiluliuma dichiarò guerra comunque e mandò l’esercito ittita nel sud della Siria, dove mise sotto assedio nume­rose città e fece migliaia di prigionieri, compresi molti soldati egi­zi.

Quando ci si chiede se sia lecito dichiarare una guerra a causa di un’unica persona, il pensiero va alla guerra di Troia, nella quale i Micenei combatterono i Troiani per dieci anni a causa del rapi­mento della bella Elena oppure,  un altro esempio recente,  è l’assassinio dell’arciduca Ferdinando a Sarajevo il 28 giugno 1914, che molti considerano come il motivo contingente che diede inizio alla Prima Guerra mondiale.

Ironicamente, come hanno osservato gli studiosi in riferimento alle «Preghiere della peste» di MurSili, si pensa che i prigionieri di guerra egizi che furono portati in patria dall’esercito ittita abbiano portato con sé la malattia, che si diffuse rapidamente per tutto il paese. Subito dopo, nel 1322 a.C. circa, Suppiluliuma morì di peste, forse vitti­ma anche lui del fraintendimento egizio-ittita, come lo era stato suo figlio Zannanza.

 

Daniele Mancini

Per un approfondimento bibliografico:

  • E. H. Cline, 1177 a.C. Il collasso delle Civiltà, Princeton 2014
  • E. H. Cline, Amenhotep III, the Aegena and Anatolia, in (a cura di) D. O’Connor, E. H. Cline, Amenhotep III. Perspectives in His Reign, University of Michigna Press, Ann Arbor 1998
  • I. Singer, Hittite Prayers, Society of Biblical Literature, Atlanta 2002
  • K.A Yener, New Excavations at Alalakh. The 14th-12th Centuries B.C. in K.A Yener (a cura di) Across the border. Late Bronze-Iron Age Relations between Syria and Anatolia, Peeters, Leuven 2013
  • T.R. Bryce, The Kingdom of the Hittites, Oxford University Press, Oxford 2005
  • W. L. Moran, The Amarna Letters, Baltimore 1992
  • J. Minarova, Language of Amarna – Language of Diplomacy. Perspectoves of the Amarna letters, Praga 2007
  • P. Matthiae, Dalla Terra alla Storia, Torino 2018
  • C. Broodbank, Il Mediterraneo, Londra 2013
  • M. Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, Bari 2011
  • S. Donadoni, Tebe, Milano 1999

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