domenica, 12 Aprile 2026
Pillole di Storia

PILLOLE DI STORIA: NEFERTITI E IL FARAONE TUT

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Subito dopo la sua morte, le riforme di Akhenaton furono ac­cantonate e si tentò di cancellare il suo nome e la sua memoria dai monumenti e dalle cronache dell’Egitto. Questo sforzo ebbe successo ma, grazie al lavoro degli archeologi e degli epigrafisti, è possibile conoscere molto sul regno di Akhenaton, sulla capitale che porta il suo nome (Akhetaten) e anche sulla sua tomba regale, incluso molte informazioni sulla sua famiglia e la bellissima moglie Nefertiti e sulle sue figlie, che sono ritratte in molte iscrizioni e monumenti.

Il celebre Busto di Nefertiti fu ritrovato nel 1912 da Ludwig Borchardt, l’archeologo tedesco di Amarna (Akhetaten) e portato in Germania alcuni mesi dopo. Fu esposto al pubblico soltanto nel 1924, al Museo Egizio di Berlino. La statua si trova ancora oggi a Berlino, malgrado le numerose richieste di rimpatrio avanzate dal governo egiziano, dal momento che si dice che lasciò l’Egitto in circostanze tutt’altro che idialliache.

Si racconta, senza che ci sia conferma, che gli archeologi tedeschi e il governo tedesco avevano stipulato un accordo per spartirsi in parti uguali i ritrovamenti de­gli scavi, lasciando agli egiziani la prima scelta. I tedeschi lo sape­vano, ma volevano assolutamente accaparrarsi il Busto di Nefertiti. Si racconta che si impossessarono della statua senza averla pulita e la misero deliberatamente alla fine di una lunga fila di oggetti. Quando le autorità egiziane passarono in rassegna i reperti, lasciarono passa­re la testa coperta di polvere e i tedeschi la imbarcarono senza in­dugio alla volta di Berlino. Quando finalmente fu esposta, nel 1924, gli egiziani si infuriarono e ne chiesero senza successo la re­stituzione.

Oggi conosciamo anche molte cose sul figlio di Akhenaton, Tutankhaten, che cambiò il suo nome e governò utilizzando il nome con cui lo conosciamo oggi: Tutankhamon, o re Tut. Non era nato in Arizona, contrariamente a quello che disse una volta Steve Martin in Saturday Night Live, né andò mai a Babilonia. Salì al trono d’Egitto a un’età giovanissima, quando aveva circa otto anni, la stessa età in cui salì al trono Thutmosis III quasi 150 anni prima. Fortunatamente per lui, nei paraggi non c’era Hatshepsut che governava in sua vece. Quindi Tut fu in grado di regnare per circa dieci anni, prima della sua morte prematura.

Gran parte dei particolari che circondano la breve vita di Tut non sono immediatamente rilevanti ma la sua morte invece è importante, in parte perché la scoperta della sua tomba nel 1922 inaugurò la moderna ossessione per l’Egitto e fece di lui il re più celebre di tutti quelli che go­vernarono durante la Tarda Età del Bronzo; in parte, poi, a causa del fatto che molto probabilmente fu la sua vedova a scrivere al re ittita Suppiluliuma I, chiedendo un marito dopo la morte di Tut.

Foto di Daniele Mancini

La causa della morte di Tut è stata dibattuta a lungo (si è anche pensato alla possibilità che fosse stato ucciso da un colpo inferto alla nuca), ma i più recenti studi scientifici, compresa una TAC del­lo scheletro, indicano come responsabile la frattura di una gamba cui seguì un’infezione. Che si sia rotto una gamba cadendo da un carro, come si crede, non potrà mai essere provato, ma ora è chia­ro che ha sofferto di malaria, di deformazioni congenite e anche di piede equino. Si è anche pensato che possa essere nato da una relazione incestuosa tra un fratello e una sorella.

Tut fu sepolto in una tomba nella Valle dei Re. E’ possibile che la tomba non fosse originariamente destinata a lui, come i molti oggetti sfolgoranti sepolti con lui, poiché morì in modo improvvi­so e inaspettato, come fu anche estremamente difficile per gli egittologi localizzare la tomba, ma alla fine Howard Carter la scoprì nel 1922.

Il Conte di Carnarvon aveva ingaggiato Carter con l’esplicito in­tento di trovare la tomba di Tut e. come altri membri dell’aristocrazia britannica, stava cercando qualcosa da fare men­tre svernava in Egitto. A differenza di alcuni dei suoi compatrio­ti, trascorreva ogni anno del tempo in Egitto per ragioni mediche, da quando, nel 1901, era stato coinvolto in un incidente automo­bilistico in Germania, dopo aver guidato all’inaudita velocità di venti miglia all’ora, e si era perforato un polmone; il suo medico temeva che non avrebbe potuto sopravvivere neanche a un solo inverno inglese. Doveva quindi trascorrere gli inverni in Egitto, dove iniziò a cimentarsi nell’attività di egittologo dilettante, pren­dendo alle sue dipendenze il beniamino degli egittologi.

Carter era stato ispettore generale dei monumenti dell’Alto Egitto e aveva poi acquisito una carica ancora più prestigiosa a Saqqara. Ma aveva dovuto dare le dimissioni dopo aver rifiutato di scusarsi con un gruppo di turisti francesi che, nel 1905, aveva­no creato problemi al sito. Era quindi nelle condizioni ideali per essere assunto da Carnarvon, perché all’epoca era disoccupato e lavorava solo come acquerellista per i turisti. I due uomini comin­ciarono a lavorare insieme nel 1907.

Dopo una decina di anni di scavi condotti con successo in nu­merosi siti, i due, nel 1917, iniziarono a lavorare nella Valle dei Re. Cercavano specificamente la tomba di Tut, che sapevano essere da qualche parte in quel luogo. Carter scavò per sei stagioni, parecchi mesi all’anno, finché i finanziamenti di Carnarvon e, forse, anche il suo interesse, cominciarono a venire meno. Carter però insistette per scavare per un’ultima stagione, offrendosi di pagare di persona, perché c’era una località nella valle che non avevano incora perlustrato.

Carter e Carnarvon, al momento dell’apertura della Tomba di Tut

Carnarvon cedette e Carter ritornò alla Valle dei Re, iniziando a lavorare il Primo novembre 1922: Carter si rese conto che ogni stagione aveva stabilito l’accampamento nello stes­so luogo, quindi quella volta trasferì il suo quartier generale e si mise a scavare proprio là dove era stato stabilito il primo campo. Tre giorni dopo un membro della sua équipe trovò i primi gradini che portavano alla tomba…

Come si capì in seguito, una delle ragio­ni per cui la tomba era rimasta introvabile per migliaia di anni era che il suo ingresso era sepolto sotto i detriti buttati da coloro che più tardi costruirono la tomba vicina, quella di Ramses VI, morto circa un secolo dopo Tut.

Carter aveva scoperto l’ingresso della tomba mentre Carnarvon era ancora in Inghilterra; gli mandò quindi subito un telegramma e si dispose ad attendere il suo arrivo. Avvertì anche i media e quando Carnarvon arrivò in Egitto e l’équipe fu pronta ad aprire la tomba, il 26 novembre 1922, c’erano giornalisti dappertutto, come documentano le fotografie dell’epoca.

Quando fu aperto un foro nella porta, Carter potè scrutare at­traverso esso, verso il corridoio d’entrata della tomba. Carnarvon tirò Carter per la giacca e gli chiese cosa vedeva. Si racconta che Carter rispose: «Vedo cose meravigliose» 0 qualcosa del genere, e più tardi riferì che aveva visto oro, dappertutto, uno scintillio d’ero.

Indubbiamente, il sollievo era evidente nella sua voce, perché durante il lungo periodo in cui aveva atteso il ritorno di Carnar­von, Carter era tormentato dal pensiero che la tomba fosse stata taccheggiata almeno una, se non due volte, a giudicare dal fatto che l’ingresso era stato rintonacato, e recava sigilli della necropo­li. In Egitto la pena per i furti nelle tombe era la condanna a morte tramite impalamento, ma sembra che questo metodo non scoraggiasse i saccheggiatori.

Quando Carter e Carnarvon riuscirono infine a entrare nella tomba, fu subito chiaro che era stata già saccheggiata, a giudicare dal caos che regnava tra gli oggetti nel vestibolo, sparpagliati ovunque come le suppellettili di un appartamento visitato dai ladri e a giudicare anche dagli anelli d’oro avvolti in un fazzoletto e lasciati cadere nel corridoio d’ingresso, un po’ come se i ladri avessero lasciato la tomba in tutta fretta o fossero stati sorpresi dalle guardie della necropoli. Ma la quantità di oggetti rimasti nel la tomba era sconcertante: Carter e i suoi collaboratori impiegaro­no i successivi dieci anni a completare gli scavi e a catalogare ogni articolo, anche se Carnarvon morì di avvelenamento del sangue solo otto giorni dopo che la tomba fu aperta, dando così l’avvio al­la leggenda della «maledizione della mummia».

Il gran numero di oggetti sepolti nella tomba di Tut spinse alcu­ni egittologi a chiedersi cosa avrebbe potuto esserci in quella di un faraone che aveva governato molto più a lungo, come Ramses III o perfino Amenhotep III, ma tutte queste tombe erano state saccheg­giate molto tempo prima. E’ tuttavia probabile che la straordinaria quantità di oggetti nella tomba di Tut fosse unica nel suo genere e fosse il risultato dei doni dei sacerdoti egizi, che gli erano grati perché aveva annullato le riforme del padre e ridato potere ai sa­cerdoti di Amon. Ma, finché non sarà trovata un’altra tomba re­gale egizia intatta, non avremo nulla con cui paragonare la tomba di Tut.

Quando Tut morì, lasciò vedova la giovane regina Ankhesenamon, che era anche sua sorella: con questo evento inizia la saga del re ittita Suppiluliuma I e del cosiddetto affaire Zannanza, uno dei più sconcertanti episodi diplomatici del XIV secolo a.C.

 

Daniele Mancini

Per un approfondimento bibliografico:

  • Z. Hawass, Tutankhamun and the Golden Age of the Pharaohs, National Geographic Society, Whashington D.C. 2005
  • Z. Hawass et alii, Ancestry and Pathology in Kign Tutankhamun’s Family, in “Jpurnal of the American Medical Association”, CCCIII, 7, 2010
  • N. Reeves, the Complete Tutankhamun, Londra 2010
  • E. H. Cline, 1177 a.C. Il collasso delle Civiltà, Princeton 2014
  • P. Matthiae, Dalla Terra alla Storia, Torino 2018
  • C. Broodbank, Il Mediterraneo, Londra 2013
  • M. Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, Bari 2011
  • S. Donadoni, Tebe, Milano 1999

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