giovedì, 5 Marzo 2026
Pillole di Storia

PILLOLE DI STORIA: GLI ARCHIVI DI AMARNA

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L’esistenza della Lista egea o delle altre liste nei templi, che insieme riassumono il mon­do come era conosciuto agli Egizi nel XIV secolo a.C., sono un corollario di documenti e altre testimonianze in cui Amenhotep III riconosceva l’im­portanza dei rapporti con le potenze straniere, in particolare con i re delle terre che avevano un’importanza diplomatica e commer­ciale per l’Egitto. Egli stipulò trattati con molti di questi sovrani e sposò numerose delle loro figlie per cementarli. Lo sappiamo dalla sua corrispondenza, giunta fino a noi sotto la forma di un archi­vio, iscritto su tavolette d’argilla e scoperto nel 1887.

La storia comunemente accettata sulla scoperta di questo archi­vio è che venne trovato da una contadina in cerca di combustibile nella località moderna di Tell el-Amarna, dove si trovano le rovine della città un tempo chiamata Akhetaten (che significa «Orizzonte del disco del sole»). Il figlio eretico di Amenhotep III, Amenhotep IV, più conosciuto con il nome di Akhenaton, l’aveva costruita nella metà del XIV secolo a.C. come nuova capitale.

Akhenaton, successore di Amenhotep III, probabilmente aveva avuto il ruolo di co-governante con suo padre per alcuni an­ni prima della morte di questi, nel 1353 a.C. Subito dopo aver as­sunto il potere, Akhenaton mise in atto quella che viene chiamata la «rivoluzione di Amarna». Fece chiudere i templi dedicati a Ra, Amon e agli altri dèi principali, si impossessò dei loro immensi te­sori e creò per se stesso un potere senza pari, come capo assoluto del governo, dell’esercito e della religione. Condannò il culto di tutte le divinità egizie, tranne Aton, il disco del sole, che lui, e lui solo, poteva adorare direttamente.

Questa politica è talvolta considerata il primo tentativo di monoteismo, poiché verosimilmente era adorato un solo dio ma meglio identificato come pseudo-monoteismo o, come mi piace meglio, enoteismo monolatrico. In realtà la questione è discutibile (ed è stata oggetto di numerose di­scussioni accademiche). Per gli Egizi comuni c’erano essenzial­mente due dèi: Aton e Akhenaton, ma al popolo era permesso pre­gare soltanto il secondo e il faraone pregava invece Aton per conto del popolo stesso. E’ possibile, in effetti, che Akhenaton fosse un ere­tico e magari perfino un fanatico, sotto alcuni aspetti, ma, piutto­sto che un esaltato, era certamente anche un calcolatore e un ti­ranno. La sua rivoluzione religiosa potrebbe infatti essere stata una manovra politica e diplomatica accorta, destinata a restaurare il potere del re, che durante i regni dei faraoni precedenti era sta­to eroso a favore dei sacerdoti.

Akhenaton non distrusse tutto quello che i suoi antenati avevano creato. In particolare, capì l’importanza di mantenere rapporti internazionali, soprattutto con i re delle terre che circondavano l’Egitto. Akhenaton proseguì la tradizione, inaugurata dal padre, fatta di negoziazioni diplomatiche e di cooperazione com­merciale con le potenze straniere di tutti i livelli, compreso Suppiluliuma e gli Ittiti. Il faraone conservò un archivio di corrispon­denze tenute con questi re e con i governatori della sua capitale, Akhetaten, e sono proprio queste le cosiddette Lettere di Amar­na, iscritte su tavolette di argilla, che la contadina trovò acciden­talmente nel 1887.

L’archivio era stato originariamente conservato nell’ufficio re­gistri della città: è una vera e propria messe di lettere inviate a re e governatori con i quali sia Amenhotep  III sia suo figlio Akhenaton ebbero rapporti diplomatici, compresi i signori ciprioti e ittiti e i re babilonesi e assiri. Ci sono anche lettere ai governanti cassiti e le loro risposte, nelle quali troviamo Abdi-Hepa di Gerusalemme e Biridiya di Megiddo. Le lettere di questi signori locali, che di so­lito erano vassalli degli Egizi, sono colme di richieste di aiuto, ma quelle inviate dai sovrani delle grandi potenze (Assiria, Babilonia, Mitanni e Ittiti) sono di solito piene di richieste di doni e offerte a un alto livello diplomatico.

L’archivio di Amarna, assieme al suo corrispettivo ritrovato a Mari, del XVIII secolo a.C., è tra i primi della storia del mondo a documentare le relazioni internazionali, effettive e consolidate, che avevano luogo nell’Età del Bronzo in Egitto e nel Mediterraneo orientale.

Le lettere erano scritte in accadico, la lingua franca diplomatica di quell’epoca, sempre utilizzata nelle relazioni internazionali, e consistono di quasi 400 tavolette d’argilla. Vendute sul mercato antiquario all’epoca della scoperta, le tavolette sono ora disperse tra vari musei in Inghilterra, Egitto, Stati Uniti ed Euro­pa, compresi il The British Museum a Londra, il Museo del Cairo in Egitto, il Louvre a Parigi, l’Oriental Museum dell’Università di Chicago, il Museo Pushkin in Russia e il Vorderasiatisches Museum a Berlino (che possiede quasi i due terzi delle tavolette).

Queste lettere, che costituiscono le copie di quelle inviate ai go­vernanti stranieri e le loro risposte e forniscono un’idea del commerciò e dei rapporti internazionali all’epoca di Amenhotep III e Akhe-naton durante la seconda metà del XIV secolo a.C. E’ chiaro che numerosi contatti che facevano parte della cerimonia degli «omaggi» avveniva ad alto livello, tra un sovrano e l’altro. Per esempio, una lettera di Amarna, mandata ad Amenhotep III da Tushratta, il re dei Mitanni nella Siria settentrionale che salì al trono nel 1385 circa, esordisce con un paragrafo che contiene i tradizio­nali saluti e continua parlando dei doni che il re ha inviato tramite i suoi messaggeri:

Dice a Nibmuareya [Amenhotep III], il re d’Egitto, mio fratello: Così [dice] Tushratta, il re dei Mitanni, tuo fratello. Per me, tutto va bene. Per te, vada tutto bene. Per Kelu-Hepa [tua moglie], vada tutto bene. Per la tua fami­glia, per le tue mogli, per i tuoi figli, per i notabili [i capi], per i tuoi guerrie­ri, per i tuoi cavalli, per i tuoi carri e nel tuo paese, tutto vada molto bene. Per mezzo della presente ti mando 1 carro, 2 cavalli, un servitore maschio, un’assistente femmina, dal bottino della terra di Hatti. Come omaggio di mio fratello, ti mando 5 carri, 5 formazioni di cavalli. E come omaggio a Kelu- Hepa, mia sorella, le mando 1 parure di spille perforate, 1 parure di orecchini d’oro, 1 anello d’oro masu e un flacone di profumo colmo di «olio dolce». Per mezzo della presente mando Keliya, il mio primo ministro, e Tunip-ibri. Possa mio fratello farli venire con sollecitudine in modo che possano ritor­nare presto da me e ricevere i saluti di mio fratello e rallegrarmene. Possa mio fratello cercare amicizia da me e inviarmi i suoi messaggeri che mi porti­no i suoi saluti, che io sentirò volentieri.

Un’altra lettera regale, da Akhenaton a Burna-Buriash II, il re cassita di Babilonia, include una lista dettagliata dei doni che egli aveva inviato. L’elenco occupa più di trecento righe di scrittura. Sono compresi oggetti d’oro, di rame, d’argento e di bronzo, fla­coni di profumo e di olio dolce, anelli, braccialetti da caviglia, col­lane, troni, specchi, tessuti di lino, scodelle di pietra e scrigni di ebano. Lettere dettagliate di questo tipo, con lunghe liste analo­ghe di oggetti, a volte inviate per accompagnare la dote di una fi­glia e a volte solo come doni, provengono da altri sovrani. Dob­biamo anche osservare che i «messaggeri» a cui ci si riferiva in queste e altre lettere erano a volte ministri, di solito inviati come ambasciatori, ma spesso erano mercanti, che probabilmente lavo­ravano sia per se stessi sia per conto del sovrano.

In queste lettere i re coinvolti spesso si dicevano parenti, chia­mandosi l’un l’altro «fratello» o «padre/figlio», anche se in realtà non appartenevano alla stessa famiglia, ma solo allo scopo di creare un «partenariato commerciale». Gli antropologi hanno osservato che questi sforzi di creare relazioni familiari immaginarie accado­no più spesso nelle società pre-industriali, in particolare per risol­vere il problema del commercio quando non ci sono legami di consanguineità o mercati controllati dallo stato. Così, ad esem­pio, un re di Amurru scrisse al vicino re di Ugarit (le due regioni erano situate sulla costa settentrionale della Siria):

Guarda, fra­tello mio: io e te, siamo fratelli. Figli di un unico uomo, siamo fratelli. Perché non dovremmo essere in buoni termini l’uno con l’altro? Qualsiasi sia il desiderio che vuoi comunicarmi per iscrit­to, lo soddisferò; e tu soddisferai i miei desideri. Noi formiamo un’unità.

Evidentemente questi due re non erano necessariamente impa­rentati, neppure tramite il matrimonio. Non tutti lo erano e non tutti apprezzavano questa scorciatoia nelle relazioni diplomatiche. Gli Ittiti dell’Anatolia al riguardo erano particolarmente suscetti­bili, dal momento che un re ittita scrisse a un altro re:

Perché do­vrei scriverti in termini di fratellanza? Siamo forse figli della stes­sa madre?

Scritta in cuneiforme, la Lettera 19 dell’archivio di Amarna è di Tushratta dei Mitanni e diretta al faraone Amenhotep III. Il re professa il proprio amore fraterno nei confronti del faraone, esalta la vicinanza e i legami tra il suo Paese e l’Egitto e parla di estrazione dell’oro.
FOTOGRAFIA DI Zev Radovan, BIBLE LAND PICTURES , ALAMY

Non è sempre chiaro quali relazioni meritassero l’utilizzo del termine «fratello», opposto a «padre» e «figlio», ma di solito «fratello» sembra indicare eguaglianza di statuto o di età, con i termini «padre» e «figlio» riservati alle manifestazioni di rispet­to. I re ittiti, per esempio, utilizzano più spesso nella loro corri­spondenza i termini «padre» e «figlio» di quanto non lo facciano i sovrani di tutti gli altri grandi stati del Medio Oriente, mentre le lettere di Amarna impiegano quasi sempre il termine «fratello», sia per il potentissimo re d’Assiria sia per il meno prestigioso so­vrano di Cipro. Sembra che i faraoni egizi considerassero gli altri re del Medio Oriente, che erano loro partner commerciali, come membri di una sorta di fratellanza internazionale, indipendente­mente dall’età o dagli anni passati sul trono.

In alcuni casi tuttavia i due re erano davvero imparentati tra­mite il matrimonio. Per esempio, nelle lettere da Tushratta dei Mitanni ad Amenhotep III, il primo chiama sorella la moglie di Amenhotep III, Kelu-Hepa, che però lo era davvero (suo padre l’aveva data in sposa ad Amenhotep III). Analogamente, Tushratta offrì anche la mano di sua figlia Tadu-Hepa ad Amenhotep III in un altro ma­trimonio combinato, che rese Tushratta al contempo cognato («fratello») e suocero («padre») di Amenhotep… Quindi, una delle sue lettere, in modo perfettamente lecito, comincia con:

Dico al… re dell’Egitto, mio fratello, mio cognato … Così parla Tushratta, il e della terra dei Mitanni, il tuo suocero.

Dopo la morte di Amenhotep III, Akhenaton aveva preso (o ereditato) Tadu-Hepu come una delle sue mogli, cosa che diede a Tushratta il diritto di definir­si suocero sia di Amenhotep III sia di Akhenaton in diverse lettere.

In ogni caso, il matrimonio regale era combinato per cementare rapporti e trattati tra le due potenze, soprattutto tra i due re. Questo diede a Tushratta il diritto di chiamare suo «fratello» Amenhotep III (anche se tecnicamente era suo cognato) e di aspettarsi rapporti con l’Egitto migliori di quelli di cui aveva goduto in passato. I ma­trimoni erano accompagnati da doti elaborate, che sono registrate in numerose lettere di Amarna. Per esempio, una lettera da Tush­ratta ad Amenhotep III, che è solo parzialmente intatta e non intera­mente leggibile, elenca 241 linee di doni, di cui egli stesso dice:

Sono questi i regali di matrimonio, di ogni tipo, che Tushratta, il redei Mitanni, diede a Nimmureya [Amenhotep III], il re d’Egitto, suo fratello e suo cognato. Glieli diede nello stesso momento in cui diede in sposa sua figlia Tadu-Hepa all’Egitto e a Nummureya.

Amenhotep III probabilmente utilizzava questa versione diplomatica del matrimonio dinastico in modo molto più costante di qual­siasi altro re della sua epoca, perché sappiamo che sposò (e man­tenne nel suo harem) le figlie dei re cassiti Kurigalzu I e Kadashman-Enlil di Babilonia, dei re Shittarna II e Tushratta dei Mitan­ni e del re Tarkhundaradu di Arzawa (Anatolia sud-occidentale). Ogni matrimonio indubbiamente cementava un altro trattato di­plomatico e permetteva ai re di praticare rapporti diplomatici co­me se si trattasse di membri di una stessa famiglia.

Alcuni re tentavano di trarre vantaggio dai legami matrimoniali e dallo scambio di doni in ugual misura. Per esempio, una lettera di Amarna, probabilmente del re cassita Kadashman-Enlil di Ba­bilonia ad Amenhotep III, combina direttamente i due aspetti, dove Kadashman-Enlil scrive:

Inoltre, tu, mio fratello … come per l’oro di cui ti scrivo, mandami qualsiasi cosa sia a portata di mano, il più possibile, prima che [venga] da me il tuo messaggero, proprio adesso, in tutta fretta … Se, durante quest’estate, du­rante i mesi di Tammuz o di Ab, mi mandi l’oro di cui ti ho parlato, ti darò mia figlia.

Per questo atteggiamento sprezzante nei confronti di sua figlia, Amenhotep III ammonì Kadashman-Enlil in un’altra lettera:

È davvero una bella cosa che tu dia le tue figlie per acquisire una pe­pita d’oro dai tuoi vicini!

Tuttavia, a un certo punto del suo regno la transazione ebbe luogo, perché sappiam,o da tre altre let­tere di Amarna, che Amenhotep III sposò davvero una figlia di Kada­shman-Enlil, anche se non ne conosciamo il nome.

 

Daniele Mancini

Per un approfondimento bibliografico:

  • E. H. Cline, 1177 a.C. Il collasso delle Civiltà, Princeton 2014
  • E. H. Cline, S. M. Stannish, Sailing the Great Green Sea. Amenhotep III’s “Aegean List” from Kom el-Hetan, Once More”, Journal of Ancient Egyptian Interconnections 3(2), 6-16. doi: https://doi.org/10.2458/azu_jaei_v03i2_cline
  • W. L. Moran, The Amarna Letters, Baltimore 1992
  • J. Minarova, Language of Amarna – Language of Diplomacy. Perspectoves of the Amarna letters, Praga 2007
  • P. Matthiae, Dalla Terra alla Storia, Torino 2018
  • C. Broodbank, Il Mediterraneo, Londra 2013
  • M. Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, Bari 2011
  • S. Donadoni, Tebe, Milano 1999

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