MIGRAZIONE UMANA DA AFRICA A MEDIO ORIENTE AL SEGUITO DEI MONSONI

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Lo scorso anno scorso, ricercatori dell’Università di Tel Aviv e dell’Università di Haifa hanno annunciato che una mascella umana e alcuni strumenti preistorici, trovati nel 2002 nella Grotta di Misliya, sul versante occidentale di Israele, sono stati datati tra i 177.000 e 194.000 anni or sono: la scoperta ha suggerito che gli umani moderni, originari dell’Africa, avrebbero iniziato una migrazione fuori dal continente almeno 40.000 anni prima di quanto si pensasse in precedenza.

Le vicende dei Sapiens e di come si siano diffusi nel resto del pianeta è ancora lontana dalla parola fine: diversi sono i riscontri archeologici che hanno stabilito quando gli umani “moderni” abbiano lasciato il continente africano percorrendo altrettante diverse vie di migrazione.

Un nuovo studio pubblicato su PNAS  da geoscienziati e climatologi americani e israeliani dimostra quanto i monsoni estivi, provenienti dall’Asia e dall’Africa, circa 125.000 anni fa potrebbero aver raggiunto il Medio Oriente fornendo corridoi adeguati per la migrazione umana.

Il tempismo degli incrementi di questi ciclici venti verso nord corrisponderebbe ai cambiamenti ciclici nell’orbita terrestre che avrebbero avvicinato l’emisfero boreale al sole e portato ad un aumento delle precipitazioni estive. Con l’aumento delle precipitazioni estive potrebbe esserci stata una maggiore vegetazione, a supporto della migrazione animale e umana nella regione.

Ian Orland, un geoscienziato dell’Università del Wisconsin-Madison, ora al Wisconsin Geological and Natural History Survey, ritiene che il contesto mediterraneo potrebbe essere importante per gli esperti che studiano come, perché e quando i primi esseri umani moderni hanno deciso di effettuare la loro migrazione fuori dall’Africa; il Mediterraneo orientale è stato un collo di bottiglia fondamentale per la rotta verso l’Oriente e da 125.000 anni fa, e potenzialmente anche in altri periodi, potrebbero esserci state piogge più costanti su base annuale che potrebbero aver migliorato la capacità per gli esseri umani a migrare.

Gli studiosi ritengono, dunque, che nelle zone del Vicino Oriente, tra Israele, Siria, Libano, Giordania e Palestina, durante il Paleolitico le estati calde e secche avrebbero rappresentato una barriera significativa per i gruppi umani che cercavano di muoversi attraverso i continenti.

Gli scienziati, tuttavia, hanno trovato difficile determinare quali tipi di modelli di precipitazione potrebbero essere esistiti nel Levante preistorico. Alcuni studi che esaminano diverse tipologie di indicazioni, tra cui la presenza dei pollini, quella di antichi bacini lacustri e sedimenti del Mar Morto, insieme ad alcuni studi di modellizzazione del clima, indicano che le estati nella regione potrebbero essere state, a volte, molto umide.

Per cercare di comprendere meglio questa stagionalità, Orland e colleghi hanno esaminato le formazioni delle grotte, chiamate speleotemi, nella Grotta di Soreq, in Giudea. Gli speleotemi, come le stalattiti e le stalagmiti, si formano quando l’acqua gocciola in una grotta e deposita un minerale duro chiamato calcite. L’acqua contiene impronte digitali chimiche chiamate isotopi che registrano, come un archivio, i tempi e le condizioni ambientali in cui sono cresciuti gli speleotemi.

Tra questi isotopi ci sono diverse forme di molecole di ossigeno, una forma leggera chiamata O16 e una forma pesante chiamata O18. Oggi, l’acqua che contribuisce alla crescita degli speleotemi per gran parte dell’anno ha ossigeno sia pesante che leggero, con l’ossigeno leggero erogato prevalentemente dai temporali durante la stagione umida invernale.

Orland e i suoi colleghi sarebbero stati in grado di discernere dagli speleotemi se due stagioni consecutive di piogge avrebbero contribuito alla loro crescita perché potevano mostrare una simile firma di ossigeno leggero sia nella crescita invernale che estiva.

Per realizzare questo confronto, gli scienziati hanno dovuto effettuare misurazioni isotopiche su singole fasce di crescita, più strette di un capello umano. Usando uno strumento sensibile chiamato EMP, microsonda elettronica, il team ha misurato le quantità relative di luce e ossigeno pesante a incrementi stagionali attraverso le fasce di crescita di due speleotemi di 125.000 anni della grotta di Soreq. E’ stata la prima volta che i cambiamenti stagionali sono stati misurati direttamente in uno speleotema così antico.

Allo stesso tempo, altri studiosi hanno utilizzato modelli climatici per esaminare come la vegetazione sul pianeta sia cambiata con le fluttuazioni stagionali negli ultimi 800.000 anni.

Un precedente studio condotto nel 2014 dal climatologo John Kutzbach ha dimostrato che il Medio Oriente potrebbe essere stato più caldo e umido del solito durante due periodi di tempo corrispondenti approssimativamente a 125.000 anni fa e 105.000 anni fa, confermando che, circa 115.000 anni fa, le condizioni erano più simili a oggi.

I periodi di tempo più umidi corrispondevano al picco di insolazione estiva nell’emisfero settentrionale, quando la Terra passa più vicino al sole a causa di sottili cambiamenti nella sua orbita. Il periodo di tempo più secco corrispondeva a una delle sue orbite più lontane dal sole. Le stagioni dei monsoni tendono ad essere più forti durante il picco di insolazione, studiando come le piogge siano state costanti o meno durante le stagioni estive in Medio Oriente e verificandone le sue firme isotopiche.

Il modello climatico ha alimentato l’ipotesi dei monsoni estivi che, in simili condizioni, avrebbero potuto raggiungere il Medio Oriente e avere una bassa “firma” di O18. Il modello ha mostrato che l’espansione verso nord dei monsoni estivi africani e asiatici sia stato possibile durante questo periodo di tempo e avrebbe portato significative precipitazioni nel Vicino oriente nei mesi estivi, raddoppiando le precipitazioni annuali nella regione e lasciando una firma di isotopo di ossigeno simile alle piogge invernali.

L’analisi dell’isotopo dello speleotema ha anche suggerito che le estati siano state più piovose durante i picchi di insolazione di 125.000 e 105.000 anni fa.

Secondo i ricercatori, per quadrare il cerchio, il Medio Oriente potrebbe anche essere stato caldo e umido già circa 176.000 anni fa, quando l’osso mascellare avrebbe raggiunto la Grotta di Misliya.

Lo studio suggerisce, quindi, che durante un periodo di tempo in cui Sapiens e ominidi precedenti stavano esplorando oltre i confini del continente africano, le condizioni climatiche potrebbero essere state favorevoli per loro attraversamento del Vicino oriente.

Non si dimentichi che la migrazione umana dall’Africa è avvenuta a impulsi, coerente con la teoria proposta secondo la quale i movimenti siano avvenuti ogni volta che la Terra era più vicina al sole: in questi periodi il monsone estivo è più forte e questa finestra climatica offriva opportunità per una migrazione umana consistente.

Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini

Mediterraneo

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