NUOVE SCOPERTE DA AEGAE/AIGAI, MACEDONIA, GRECIA

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Negli ultimi tre anni, nell’ambito della ricerca dell’Hemathia Ephorate of Antiquities per lo studio del mantenimento del grande complesso edilizio di Aegae/Aigai, nella Macedonia greca, situato in prossimità della porta nord-ovest del muro e del gruppo delle tombe delle regine, sono venuti alla luce nuovi edifici estremamente interessanti e reperti con  particolari iscrizioni.

Secondo Angeliki Kottaridi, funzionario responsabile dell’Hemathia Ephorate, le iscrizioni sulla pavimentazione ceramica permettono di associare l’edificio che stiamo scavando con il culto dei membri della famiglia reale. Si tratta di un edificio del IV sec. a.C. con importanti modifiche realizzate in epoca di Filippo V, fine III-inizi II sec. a.C., corredati anche da intonaci dipinti e diverse statuine votive, identificando l’edificio come un santuario.

Durante i lavori è stato rinvenuto anche un raro manufatto: una poesia inscritta sui resti di un vaso ceramico!

Come il palazzo reali e i vari templi, il complesso satuariale di Aegae/Aigai è costruito in preziosa pietra di tufo che dalle cave di Vermion raggiungeva il centro, percorrendo una distanza di 10-20 km. E’ costituito da una sequenza di ambienti quadrati e rettangolari, alcuni dei quali superano i 100 mq, organizzati in modo regolare attorno ad un ampio cortile (sono stati scoperti il ​​lato sud e parte dei suoi lati est ed ovest). A est si trova un altro ambiente a forma di tempio, con un pronao profondo e due colonne doriche nella parte anteriore, che si affaccia sul cortile.

L’edificio acquisisce la sua forma originale negli ultimi decenni del IV secolo a.C. ma ai tempi di Filippo V (221-179 a.C.) vengono effettuati ampi lavori di ristrutturazione. Da questa fase provengono pavimentazioni con intarsi marmorei, come quelli del palazzo, pareti rivestite di intonaco colorato che si uniscono a formazioni in rilievo che prefigurano le decorazioni delle case di Pompei.

Come il palazzo, i santuari e la fortificazione muraria, il complesso fu distrutto a metà del II sec. a.C. dopo l’occupazione finale della Macedonia da parte dell’esercito romano di Metello. Subito dopo la distruzione, però, furono ricostruiti parte della sua ala ovest e alcuni spazi adiacenti a quella est, mentre negli anni di Augusto (31 a.C.-14 d.C.) un grande peristilio con colonnato, di 1.000 mq, è stato aggiunto nella sezione sud-est insieme a un edificio ausiliario con un patio. L’attività edilizia rilevante per Aegae era ormai in un periodo di declino.

Secondo la Kottaridi, la sua forma, le dimensioni e la costruzione elaborata, i materiali ricchi e gli elementi decorativi, ma anche l’ossessione per l’uso dello spazio, dimostrano che si tratti di un edificio pubblico. Inoltre, altari monolitici, un supporto in marmo con incasso, parti di un fregio in marmo con imponenti ornamenti vegetali e statuette di divinità trovate in situ, nonostante il saccheggio selvaggio, danno l’impressione che fosse un complesso di santuari; un’impressione che sembra essere confermata quando gli archeologi hanno iniziato a indagare lo strato della copertura collassato sull’area sottostante.

Un bollo con il simbolo reale macedone, lo stesso utilizzato dalla dinastia reale e posto sulle monete del periodo ellenistico ma anche iscrizioni con il nome AMYNTOU, impresso sulle tegole della copertura, hanno rivelato la stretta relazione dell’edificio con la famiglia reale. Inoltre, diverse lastre della pavimentazione riportano l’iscrizione ΠΕΛΛΗΣ, il proprietario dell’edificio sacro, almeno di una parte di esso, che può essere identificato con il padre di Filippo II, Aminta III, a cui è stato conferito lo status di eroe ed è noto dalle fonti che il suo culto esisteva anche nella vicina Pidna. Euridice, moglie di Aminta, è raffigurata come la dea Era nella statua commissionata per il santuario di Eucleia ad Aegae e non è certo un caso che, ai tempi degli Antigonidi, un edificio a forma di tempio sia stato costruito attorno alla statua della regina-madre.

La scoperta interessante si è rivelata quella toccante iscrizione realizzata su un vaso ceramico. Su una modesta coppa di argilla, trovata frammentata nello strato di distruzione del II sec. a.C., forse uno studente, che ha prodotto anche alcuni errori con le lettere inscritte, ha accuratamente scolpito un epigramma di autore anonimo, tramandatoci nella sua forma più antica e autentica: “La rosa sboccia per un po’ e quando il suo tempo passa e la cerchi, non troverai più un fiore, ma solo spine”.

Conosciuto nell’Antologia Palatina, l’epigramma di Aegae esorta il lettore a non perdere tempo, quel tempo che vola inesorabile ma offre anche, nel modo più diretto e originale, un quadro della cultura nell’antica metropoli macedone mentre trae il suo ultimo respiro.

 

Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini

Per ulteriori info: Aigai

Alessandro Magno

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