EPIDEMIE NELLA STORIA E NELLA LETTERATURA ANTICA

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La “Peste di Atene” del V secolo a.C. non è l’unico evento epidemiologico narrato da fonti letterarie spesso confortate da quelle archeologiche. Circa 5.000 anni fa, un’epidemia ha completamente spazzato via un villaggio preistorico in Cina. I corpi dei morti sono stati riuniti in una casa che è stato successivamente bruciata. Nessuna fascia d’età è stata risparmiata, dagli infanti agli anziani, resti dei corpi sono stati trovati all’interno della casa.

Il sito archeologico Hamin Mangha, nel nord-est della Cina, è il sito di insediamento preistorico più grande e meglio conservato trovato fino ad oggi in Cina. Uno studio archeologico e antropologico indica che l’epidemia sarebbe stata rapidissima e non avrebbe concesso il tempo necessario per rendere sepolture adeguate agli abitanti colpiti dall’epidemia. Il sito non è stato nuovamente abitato.

Prima della scoperta di Hamin Mangha, un’altra sepoltura di massa preistorica che risale all’incirca allo stesso periodo, è stata trovata nel sito di Miaozigou, sempre nella Cina nord-orientale. Queste scoperte suggeriscono che un’epidemia avrebbe devastato l’intera regione.

La prima attestazione di un’epidemia nella letteratura greca è quella contenuta nel primo libro dell’Iliade (I, 47 ss.); la malattia è dovuta all’ira di Apollo per il rifiuto di Agamennone di restituire la sua schiava Criseide al padre Crise, sacerdote del dio: dalla peste e dalle sue conseguenze parte l’ira di Achille, lo scontro con Agamennone, il ritiro dell’eroe greco dal combattimento e le tante morti che ne seguono.

Anche l’Edipo re di Sofocle parte da una pestilenza (vv. 20-35 e 168-187): la tragedia si apre con i cittadini di Tebe che chiedono aiuto al re Edipo per fermare il male che li sta decimando. Il dramma sarebbe stato ispirato proprio dalla malattia che aveva colpito la città pochi anni prima, durante gli anni della peste ateniese. Anche in questo caso il morbo rappresenta una punizione divina per l’assassinio, rimasto impunito, del re Laio.

Altri storici imitano Tucidide: Diodoro Siculo, nella sua Bibliotheca historica (XIV 70, 4-71), nel I secolo a.C. narra della Peste di Siracusa di fine IV secolo a.C.; Procopio di Cesarea, nella Guerra persiana (II, 22-23), nel VI secolo d.C., è testimone oculare dell’epidemia di peste che ha colpito Costantinopoli nel 542 d.C.

A Roma, Virgilio dedica della pagine alla Peste nel Norico, la regione orientale delle Alpi, nelle Georgiche (III, 470-566), redatte nel I secolo  a.C. Qui le vittime sono gli animali, sia domestici che selvatici, di terra o di mare: nondimeno gli effetti sono comunque terribili, e tali da far regredire l’umanità a uno stadio primitivo; senza buoi non si riesce più ad arare i campi, la contaminazione anche degli animali sacri rende impossibile celebrare i consueti sacrifici religiosi, fenomeni eccezionali si susseguono, come i pesci espulsi sulla terra o i lupi che cessano di minacciare le pecore.

Altri sono i casi di epidemie che gli storici riportano nelle loro cronache: la Peste Antonina, nota anche come Peste di Galeno, da colui che la descrisse, è stata una pandemia di vaiolo o morbillo riconducibile ai soldati di ritorno dalle campagne militari contro i Parti del II secolo d.C. La peste Antonina ha devastato l’esercito e potrebbe aver ucciso tra i 5 e i 30 milioni di individui nell’impero romano, tra cui il co-reggente di Marco Aurelio, Lucio Vero.

L’epidemia ha contribuito alla fine della Pax Romana, quel periodo che corre dal 27 a.C. al 180 d.C., quando Roma è stata al culmine del suo potere. Dopo il 180 d.C., l’instabilità è dilagata in tutto l’impero romano, tra guerre civili, invasioni da parte dei primi gruppi “barbari” e con il Cristianesimo sempre più popolare.

Daniele Mancini

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