LA PESTE DI ATENE DEL V SECOLO a.C.

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Intorno al 430 a.C., non molto tempo dopo l’inizio della guerra tra Atene e Sparta, un’epidemia di peste ha devastato la popolazione ateniese ed è durata per cinque anni. Alcune stime propongono che il bilancio delle vittime sia arrivato fino a 100.000 persone, tra cui anche Pericle, l’abile e famoso politico ateniese.

Lo storico greco Tucidide (460-404 o 399 a.C.), nel II libro della sua Guerra del Peloponneso (in greco Perí toû Peloponnēsíou polémou), a cui viene attribuito anche il titolo di Storie, narra dell’irrompere della peste in Attica e ad Atene durante l’estate del secondo anno di guerra (430 a.C.).

L’esercito di Sparta era più forte e ha costretto gli Ateniesi a rifugiarsi dietro una serie di fortificazioni chiamate “lunghe mura” che proteggevano la loro città. Nonostante l’epidemia, la guerra continuò, fino al 404 a.C., quando Atene è stata costretta a capitolare a Sparta.

Il diffondersi dell’epidemia è stato favorito dalle quelle particolari condizioni, con tutta la popolazione, inclusa quella arrivata dalle campagne, ammassata in città e lungo le mura, perché Pericle aveva stabilito che non era opportuno combattere contro gli Spartani in pianura.

Gli effetti si sono immediatamente mostrati molto gravi, anche perché nessuno sia sembrato in grado di frenare l’effetto devastante della pestilenza. Scrive Tucidide:

« […] Si trovavano in Attica da non molti giorni (gli Spartani, ndr), quando prese a serpeggiare in Atene l’epidemia: anche in precedenti circostanze s’era diffusa la voce, ora qui ora là, che l’epidemia fosse esplosa, a Lemno, per esempio, e in altre località. Ma nessuna tradizione serba memoria, in nessun luogo, di un così selvaggio male e di una messe tanto ampia di morti. I medici nulla potevano, per fronteggiare questo morbo ignoto, che tentavano di curare per la prima volta. Ne erano anzi le vittime più frequenti, poiché con maggiore facilità si trovavano esposti ai contatti con i malati. Ogni altra scienza o arte umana non poteva lottare contro il contagio. Le suppliche rivolte agli altari, il ricorso agli oracoli e ad altri simili rimedi riuscirono completamente inefficaci: desistettero infine da ogni tentativo e giacquero, soverchiati dal male. […] » (II, 47).

La novità e la gravità della malattia fanno sorgere il sospetto di un complotto ordito dagli Spartani:

« […] Su Atene si abbatté fulmineo, attaccando per primi gli abitanti del Pireo. Cosicché si mormorava che ne sarebbero stati colpevoli i Peloponnesi, con l’inquinare le cisterne d’acqua piovana mediante veleno: s’era ancora sprovvisti d’acqua di fonte, laggiù al Pireo. Ma il contagio non tardò troppo a dilagare nella città alta, e il numero dei decessi ad ampliarsi, con una progressione sempre più irrefrenabile. Ora chiunque, esperto o profano di scienza medica, può esprimere quanto ha appreso e pensa sull’epidemia: dove si possa verosimilmente individuare il focolaio infettivo originario e quali fattori siano sufficienti a far degenerare con così grave e funesta cadenza la situazione. […] » (II, 48).

Tucidide descrive attentamente, in 49, i sintomi del morbo, ma anche l’inutilità dei rimedi che provoca un generale scoraggiamento fino a sfociare nella disperazione:

« […] I decessi si dovevano in parte alle cure molto precarie, ma anche un’assistenza assidua e precisa si rivelava inefficace. Non si riuscì a determinare, si può dire, neppure una sola linea terapeutica la cui applicazione risultasse universalmente positiva. Nessuna complessione, di debole o vigorosa tempra, mostrò mai di possedere in sé energie bastanti a contrastare il morbo, che rapiva indifferentemente chiunque, anche quelli circondati dalle precauzioni più scrupolose. Nel complesso di dolorosi particolari che caratterizzavano questo flagello, uno s’imponeva, tristissimo: lo sgomento, da cui ci si lasciava cogliere, quando si faceva strada la certezza di aver contratto il contagio (la disperazione prostrava rapida lo spirito, sicché ci si esponeva molto più inermi all’attacco del morbo, con un cedimento immediato); inoltre la circostanza che, nel desiderio di scambiarsi cure ed aiuti, i rapporti reciproci s’intensificavano, e la gente moriva, come le pecore. Era questa la causa della enorme mortalità. […] » (II, 51).

Le regole della vita civile all’interno di Atene iniziano a essere sovvertite: le norme sulle sepolture vengono stravolte, capita perfino che i cadaveri non vengano neppure sepolti o siano ammucchiati nei santuari, senza alcun rispetto delle norme né divine né umane:

« […] Poiché non disponevano di abitazioni adatte e vivevano in baracche soffocanti per quella stagione dell’anno: il contagio mieteva vittime con furia disordinata. I cadaveri giacevano a mucchi e tra essi, alla rinfusa, alcuni ancora in agonia. Per le strade si voltolavano strisciando uomini già prossimi a morire, disperatamente tesi alle fontane, pazzi di sete. I santuari che avevano offerto una sistemazione provvisoria, erano colmi di morti: individui che erano spirati lì dentro, uno dopo l’altro. La violenza selvaggia del morbo aveva come spezzato i freni morali degli uomini che, preda di un destino ignoto, non si attenevano più alle leggi divine e alle norme di pietà umana. Le pie usanze che fino a quell’epoca avevano regolato le esequie funebri caddero travolte in abbandono. Ciascuno seppelliva come poteva. Molti si ridussero a funerali indecorosi per la scarsità di arredi necessari, causata dal grande numero di morti che avevano già avuto in famiglia: deponevano il cadavere del proprio congiunto su pire preparate per altri e vi appiccicavano la fiamma prima che i proprietari vi facessero ritorno, mentre altri gettavano sul rogo già acceso per un altro il proprio morto, allontanandosi subito dopo. » (II, 52).

La mancanza di regole si trasforma in disordine e anarchia, si insinua nella vita quotidiana e la popolazione cerca di appagare i propri istinti senza più alcuna inibizione, i criteri del bello sono tragicamente sostituiti dalle proprie pulsioni; si persegue il piacere egoistico a scapito di qualsiasi finalità comune:

« […] l’epidemia travolse in più punti gli argini della legalità fino allora vigente nella vita cittadina. Si scatenarono dilagando impulsi prima lungamente repressi, alla vista di mutamenti di fortuna inaspettati e fulminei: decessi improvvisi di persone facoltose, gente povera da sempre che ora, in un batter di ciglia, si ritrovava ricca di inattese eredità. Considerando ormai la vita e il denaro come valori di passaggio, bramavano godimenti e piaceri che s’esaurissero in fretta, in soddisfazioni rapide e concrete. Nessuno si sentiva trasportare dallo zelo di impegnare con anticipo energie in qualche impresa ritenuta degna, nel dubbio che la morte giungesse a folgorarlo, a mezzo del cammino. L’immediato piacere e qualsiasi espediente atto a procurarlo costituivano gli unici beni considerati onesti e utili. Nessun freno di pietà divina o di umana regola: rispetto e sacrilegio non si distinguevano, da parte di chi assisteva al quotidiano spettacolo di una morte che colpiva senza distinzione, ciecamente. Inoltre, nessuno concepiva il serio timore di arrivar vivo a rendere conto alla giustizia dei propri crimini. Avvertivano sospesa sul loro capo una condanna ben più pesante: e prima che s’abbattesse, era umano cercare di goder qualche po’ della vita. » (II, 53).

È un quadro fosco e amaro, dipinto con i toni accorati che hanno suggestionato sia i lettori antichi che quello moderni: oggi alcuni versi sembrano drasticamente di attualità e spero ci invitino a riflettere.

Che cosa sia stata esattamente questa epidemia è stata a lungo fonte di dibattito tra gli stotici e gli scienziati; un certo numero di malattie sono state avanzate come possibilità, tra cui la febbre tifoide e l’Ebola.

Si mediti, si mediti…

Daniele Mancini

 

2 thoughts on “LA PESTE DI ATENE DEL V SECOLO a.C.

  • domenica, 22 Marzo 2020 in 17:27
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    Succede qualcosa di simile pure oggi con il CORONAVIRUS

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    • domenica, 22 Marzo 2020 in 18:52
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      Salve Raffaele, purtroppo si…
      Grazie per leggermi

      Rispondi

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