CAMBIAMENTI CLIMATICI E IL CROLLO DI ANGKOR WAT

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Le fonti tramandate narrano che Angkor Wat, in Cambogia, sia stata costruita da 300 mila operai e 6000 elefanti agli inizi del XII secolo: il Tempio della città, (il significato in lingua khmer di Angkor Wat) è rimasta abbandonata dal suo parziale abbandono alla fine del XVI secolo fino al 1908, con i primi studi da parte dell’École française d’Extrême-Orient (EFEO)

Oggi attira un milione di visitatori ogni anno e mostra ancora la sua imponente bellezza contornata da quel mistero che attornia i siti orientali.

Perché tanta bellezza cultuale è stata abbandona alla foresta cambogiana?

Nei magazzini seminterrati del Madsen Building dell’Università di Sidney sono conservati numerosi archivi della storia ambientale della Cambogia, tra cui dozzine di carotaggi, in un ambiente a temperatura controllata, estratti dalla città di Angkor. Questi carotaggi hanno permesso, dunque, che gli scienziati riconsiderassero la caduta della più grande città preindustriale del mondo moderno.

Dan Penny, docente della School of Geosciences e direttore dell’Angkor Research Program, conferma che i carotaggi, estratti dai soli primi due metri di superficie, raccontano la storia della terra di Angkor e di come sia stata utilizzata per migliaia di anni, anche prima della costruzione della città.

La storia racconta che, nel corso di cinque secoli, Angkor Wat sia cresciuta fino a coprire più di mille chilometri quadrati, paragonabili per dimensioni alla moderna Los Angeles, sebbene con una densità di popolazione molto più bassa.

Un carotaggio ad Angor Wat
Un carotaggio ad Angor Wat

L’opinione accettata dalla maggior parte degli studiosi è stata che Angkor sia improvvisamente crollata nel 1431, a seguito di un’invasione da parte degli abitanti della potente città di Ayutthaya, nella moderna Thailandia. Penny e i suoi colleghi hanno messo alla prova questa teoria quando, nel 2016, hanno prelevato una dozzina di carotaggi dalla terra sotto i fossati del tempio di Angkor Wat.

Da questi nuclei, Penny ha estratto prove microscopiche di cambiamenti climatici ambientali: in particolare, ha esaminato i granuli di polline di piante e i resti di carbone, derivati ​​da incendi delle abitazioni, e misurato i tassi di erosione e sedimentazione. Le prove hanno attestato che l’abbandono non è stato repentino, anzi la diminuzione è stata molto diluita nel tempo dalla periferia verso il centro commerciale e rituale della città.

Le scoperte di Penny suggeriscono che l’élite della città abbia lasciato gradualmente Angkor, con destinazione finale i centri meglio ubicati e più redditizi del Delta del Mekong.

Ulteriori analisi dendrocronologiche sugli anelli degli alberi suggeriscono che la variazione climatica potrebbe essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: infatti, dalle sezioni degli anelli di accrescimento degli alberi prese da conifere indicano una grave siccità ad Angkor verso la metà del XIV secolo, seguita da intensi monsoni e poi un’altra grande siccità. Di conseguenza, il crollo della rete idrica, a causa della combinazione di intense piogge monsoniche estive e mancanza di manutenzione, avrebbe accelerato l’abbandono della città.

Gli studi sullo stress generato dalla variabilità climatico in grandi città a bassa densità di popolazione e, in particolare, ai tropici, tra cui Angkor, che hanno subito l’abbandono, sono ormai numerosi e sempre più completi.

Secondo Penny si dovrebbe far tesoro di queste scoperte perché stiamo vivendo un secolo pieno di variabilità climatica e estremi climatici più frequenti. Inoltre, più della metà dell’umanità vive nelle città, quindi è molto importante comprendere i fondamenti della resilienza urbana nel contesto del cambiamento climatico.

Secondo Penny le popolazioni sono riuscite e riusciranno ad adattarsi ai mutevoli cambiamenti: come nel caso del popolo Khmer, il declino di Angkor ha visto la sua società trasformarsi da un enorme regno agricolo a regno di città commerciali molto più piccole lungo il delta del Mekong.

Il team australiano di Penny si occupa anche del crollo delle civiltà nei territori Maya di Belize, Messico e Guatemala, alla fine del primo millennio, che sembrerebbe essere stato innescato da gravi siccità. Nel suo lavoro in Centro America, l’attenzione è rivolta alle città sopravvissute e ai motivi di questa sopravvivenza rispetto ad altri centro scomparsi e fagocitati dalla potente natura.

 

Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini

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