PETRA E I NABATEI

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Per ogni turista che visita l’antica città di Petra dei Nabatei, nella Giordania moderna, il momento mozzafiato che cattura tutta la grandiosità e il mistero di questo luogo scolpito nella pietra si palesa quando, dopo aver superato il tratto finale del tortuoso stretto canyon (chiamto Siq) che conduce al sito, appare il maestoso spettacolo di un’imponente facciata scavata nella roccia, con la sua arenaria colpita dal sole che brilla attraverso l’oscurità del canyon.

La facciata, popolarmente conosciuta come el-Khasneh el-Farun, il Tesoro del Faraone, appare inizialmente solo come una debole visione, i suoi dettagli architettonici e le sue dimensioni sembrano una congerie di pietra oscurate del Siq. Abbandonando il Siq ed entrando nell’ampio cortile che si trova davanti al Khazneh, stupore e meraviglia prendono il sopravvento per l’immensità del monumento che sovrasta il visitatore!

Il Khazneh è inaspettatamente familiare e allo stesso tempo stranamente esotico. La sua facciata è adornata con colonne, capitelli e frontoni dell’architettura occidentale classica, eppure sembra del tutto fuori posto nell’aspro paesaggio desertico del sud della Giordania, un’area abitata storicamente da beduini e semplici contadini.

E’ sicuramente stata questa sconcertante giustapposizione che ha reso il Khazneh la quinta scenica ideale per l’emozionante scena del film del 1989, Indiana Jones e l’ultima crociata.

Il Khazneh incarna il carattere complesso e le ambizioni contrastanti dei Nabatei, il laborioso popolo arabo che ha costruito la città di Petra e i suoi imponenti monumenti scavati nella roccia oltre 2000 anni fa. Quasi tutto ciò che riguarda i Nabatei, la loro storia, la loro cultura, la loro religione, le loro tecnologie e, soprattutto, la loro architettura, riflette una società nata da due mondi: uno autenticamente arabo e l’altro senza dubbio ellenizzato.

I Nabatei sono nati dai nomadi che spaziavano nei vasti deserti dell’Arabia settentrionale durante il periodo persiano (539-332 a.C.). Verso la fine del IV secolo a.C. si erano stabiliti nell’area intorno a Petra (o Reqem, come era nota a loro), conservando ancora un’esistenza in gran parte nomade, spostandosi stagionalmente attraverso il deserto con le loro tende e le greggi in cerca di acqua e pascoli freschi.

Proprio in questo periodo i Nabatei hanno iniziato a farsi coinvolgere nel redditizio commercio di incenso e mirra nell’Arabia meridionale, la stessa tipologia di scambi che avrebbe portato la Regina di Saba a visitare la corte di Re Salomone, a Gerusalemme, circa cinque secoli prima (si legga La Bibbia in 1Re 10).

Inizialmente, i Nabatei erano poco più che intermediari nel commercio, semplicemente responsabili del trasporto di merci a dorso di cammello da Petra ai porti di Gaza e Alessandria, sulla costa del Mediterraneo. Man mano che le loro fortune economiche e politiche miglioravano, nei secoli successivi i Nabatei hanno acquisito il controllo politico su tutte le terre confinanti con la frontiera araba, un vasto territorio che si estende da Damasco a nord fino a Hegra a sud.

Nel I secolo a.C., Petra è diventata una vera e propria capitale, con i suoi sovrani che guadagnavano notevoli profitti da un commercio internazionale di spezie che ora si estendeva dall’India a fino a Roma. Con tale ricchezza e posizione, i re nabateani dovevano presentare sia se stessi che la propria città come partner “di peso” e di “pari” dignità nella comunità internazionale, che all’epoca significava adottare stili, gusti e costumi della civiltà ellenistica “occidentale”. Petra, molto simile a Gerusalemme sotto la dinastia erodiana, doveva essere costruita, quindi, come una città greco-romana di primo ordine, governata da re dall’aspetto occidentale.

Il sapore ellenizzato di Petra è palese per tutti i visitatori del sito, anche al di là della facciata del Khazneh che, ricordo, è probabilmente una tomba o un monumento dedicato al Re Aretas IV che ha regnato sui Nabatei dal 9 a.C. al 40 d.C.

Qualche centinaio di metri oltre il Tesoro, si trovano i resti logori, ma ancora molto impressionanti, di un teatro in stile greco-romano: come la maggior parte delle città della prima Palestina romana, anche Petra era dotata di un grande complesso teatrale i cui posti a sedere su più livelli, non costruiti ma piuttosto scolpiti direttamente dal substrato roccioso di arenaria color rosa di Petra, poteva ospitare fino a 6.000 spettatori.

Dalle sedute del teatro, si può semplicemente scorgere le elaborate facciate ellenistiche scavate nella roccia delle tombe reali, che si ritiene siano gli ultimi luoghi di riposo dei re e delle regine nabatei.

Oltre il teatro, si arriva al cuore dell’antica Petra: un’ampia strada lastricata in pietra, la via colonnata, edificata nel I secolo d.C., lunga quasi un chilometro, fiancheggiata da tutti i lati dalle istituzioni chiave della vita ellenistica della città. A sinistra, si possono vedere i resti di lussuose piscine e giardini, nonché un vivace mercato e un grande tempio raggiungibile da una scala monumentale; a destra, un elegante ninfeo e un opulento santuario dedicato ad al-Uzza, una delle principali dee dei Nabatei.

Più in basso lungo il viale, oltre i resti di un’imponente porta trionfale, si erge un maestoso edificio templare, oggi noto come Qasr al-Bint. Con le sue mura conservate ad un’altezza di oltre 20 metri, Qasr al-Bint è stato costruito come un tempio romano tradizionale, su alto podio, con ampio portico colonnato che conduce alla cella interna. Probabilmente è stato edificato in onore del principale dio nabateo Dushara, poi, forse, Apollo.

Dietro questo tempio, su una collina che domina la strada principale della città, gli archeologi hanno scoperto il quartiere, oggi noto come Zantur, dove i cittadini ricchi possedevano ville adornate con colorati affreschi in stile pompeiano e fornite dei migliori locali e magazzini per le preziose merci.

Al di là del centro città, il sapore ellenistico di Petra lascia il posto a monumenti e caratteristiche che sono direttamente nati dalle origini nomadi e arabe dei Nabatei. Una rigorosa salita su Jabal al-Madhbah, dietro il teatro romano, conduce a un santuario a cielo aperto sormontato da giganteschi obelischi che erano riservati a sacrifici e riti religiosi. Un altro simile santuario all’aperto è stato trovato in cima alla vicina Jebel al-Khubtha, ad est.

Entrambi i siti, oltre a offrire una vista mozzafiato sul cuore dell’antica Petra e il suo intricato nido di tombe scavate nella roccia, sottolineano l’importanza dei santuari tradizionali di alto livello all’interno della società nabatea.

E’ possibile imbattersi anche in raffigurazioni di blocchi di pietra rettangolari, o betille, scolpiti nelle pietre e nelle pareti rocciose nei passaggi cavernosi di Petra. Questi blocchi, tipicamente disadorni o con tratti facciali schematizzati, sono ritenuti rappresentazioni tradizionali delle divinità nabatee.

Semplicità e minimalismo nell’edilizia e nella decorazione sono caratteristici degli aspetti arabi della civiltà nabatea. Anche ad-Deir (“il Monastero“), la più grande e imponente facciata scavata nella roccia di Petra, situata sulle colline sopra la città, mostra un austero schema decorativo arabo che smentisce il suo stile architettonico altrimenti ellenistico.

I Nabatei hanno anche imparato a sfruttare le limitate risorse idriche della loro capitale del deserto: in tutta Petra, gli ingegneri nabateani hanno approfittato di ogni sorgente naturale e di ogni acquazzone invernale per canalizzare l’acqua dove era necessario. Hanno costruito acquedotti e sistemi di tubazioni che consentivano all’acqua di fluire attraverso le montagne, attraverso le gole e nei templi, nelle case e nei giardini dei cittadini di Petra. Passeggiando per il Siq, si possono facilmente individuare i resti di canali che dirigevano l’acqua verso il centro città, così come le dighe di ritenzione che hanno tenuto a bada potenti acque di inondazione.

L’apogeo di questa prosperosa capitale del deserto che rivaleggiava con la Gerusalemme di Erode ha avuto vita breve. Nel 106 d.C., il Regno di Nabatea è stato fagocitato dall’impero romano e, nonostante Petra abbia continuato a prosperare per molti anni, la sua importanza è diminuita con il declino del commercio via terra dell’incenso nell’Arabia meridionale e con il crollo dell’economia imperiale romana.

La città, come gran parte della Palestina meridionale, è stata devastata da un terremoto nel 363 d.C. dopo il quale Petra ha visto persino l’ascesa di una significativa comunità cristiana, ma non raggiunse mai più il suo antico splendore.

Viva Petra!

Daniele Mancini

Visit Petra

Petra vista da Maria Assunta Maccarone

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