NUOVO METODO PER INDIVIDUARE L’ORIGINE DEL VETRO “ROMANO”

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Il vetro romano, e non solo quello, è un materiale archeologicamente molto interessante: se la sua fragilità e bellezza sono affascinanti in sé, gli studi geochimici di traccianti invisibili possono rivelare più di quanto individuabile a occhio nudo.

In un nuovo studio di collaborazione internazionale tra il Center for Urban Network Evolutions (UrbNet), della Danish National Research Foundation, la piattaforma di ricerca geochimica e isotopica di Aarhus, presso l’Università di Aarhus e il progetto danese-tedesco Jerash Northwest Quarter (Università di Aarhus e Università di Munster), i ricercatori hanno trovato un modo per determinare l’origine del vetro del periodo romano, pubblicandone i risultati dello studio su Scientific Reports.

L’industria del vetro romano era alquanto  prolifica, producendo manufatti per bevande e vivande, vetri di finestre e tasselli di vetro colorato per i mosaici delle pareti. Uno dei suoi risultati eccezionali è stata la produzione di grandi quantità di un vetro incolore e trasparente, particolarmente adoperato per manufatti di alta qualità.

L’editto de pretiis, che stabiliva i prezzi di calmiere sia delle merci sia delle mercedi, emesso dall’imperatore Diocleziano nel 301 d.C., include anche il vetro incolore indicato come “alessandrino”, stabilendone un’origine egiziana. E’ anche noto che grandi quantità di vetro romano sono state prodotte in Palestina, dove gli archeologi hanno scoperto fornaci per la produzione di vetro incolore ed è stato molto difficile stabilire, scientificamente, la differenza tra il vetro prodotto nelle due regioni.

Uno studio frutto della collaborazione internazionale guidata dal Gry Barfod, docente in UrbNet e l’Università di Aarhus, nell’ambito del progetto danese-tedesco Jerash Northwest Quarter in Giordania, mostra che gli isotopi del raro elemento chimico afnio (numero atomico 72 e  simbolo è Hf) possono essere usati per distinguere il vetro egiziano da quello palestinese e fornire prove convincenti che il prestigioso vetro incolore noto come “alessandrino” era prodotto esclusivamente in Egitto.

Achim Lichtenberger, dell’Università di Münster, e Rubina Raja, direttore di UrbNet, sono a capo del progetto archeologico Jerash Northwest Quarter, in Giordania. Dal 2011 hanno lavorato sul sito e hanno approfondito gli approcci ad alta definizione del materiale archeologico proveniente dai loro scavi. Attraverso metodi di quantificazione completi, hanno dimostrato più volte che tale approccio è la strada da percorrere in archeologia, quando combinata con studi contestuali di varie discipline.

Secondo Gry Barfod, gli isotopi dell’afnio hanno dimostrato di essere un importante tracciante per le origini dei depositi sedimentari in geologia, un sistema di isotopi impresso sulle sabbie utilizzate nella fabbricazione del vetro, confermando l’intimo legame tra archeologia e geologia.

Gli isotopi di afnio non sono stati precedentemente utilizzati dagli archeologi per esaminare anche le rotte commerciali di vasellame ceramico e vetro, divenendo del il vero fossile guida delle indagini sull’antica economia.

Dal punto di vista tecnico, la sabbia lungo la costa mediterranea dell’Egitto e del Levante (Palestina, Israele, Libano e Siria) proviene dal Nilo ed è ideale per la produzione di vetro perché contiene naturalmente la quantità di calce necessaria per mantenere il vetro stabile e non degradabile. Se, però, nel Levante, ne hanno prodotto una tipologia trasparente aggiungendo manganese, in Egitto,  è stato reso trasparente aggiungendo l’antimonio (Sb), mostrandolo ristallino e, quindi, molto più prezioso!

 

Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini

Per ulteriori info: WWU Munster

V. egizio

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