NEVIO POMPULEDIO, IL RE GUERRIERO – seconda parte

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Il Guerriero di Capestrano è il simbolo dell’ “Abruzzo forte e gentile“, come apostrofa la nostra regione lo scrittore Primo Levi, nel 1883, in una pubblicazione dal medesimo titolo.

Ignazio Silone, della terra del Guerriero raccontava negli anni ’40: «Avevamo già superato la strettoia rocciosa di Civitaretenga ed eravamo entrati nel Piano di Navelli. Che splendide coltivazioni. I ben ordinati campi di zafferano, di legumi, di cereali, avevano la bellezza di un giardino, e dimostravano un amore della terra che commuoveva, come ogni amore di cui si teme l’estinzione»!

In questa carrellata di citazioni non posso non ricordare Appiano di Alessandria, storico greco vissuto tra il I e il II secolo d.C., che descrive, nella sua Appiani Alexandrini Historia, in greco Rhomaiká, una della popolazioni abruzzesi, i Marsi, amica/nemica della stessa popolazione del Guerriero di Capestrano: «Nec sine marsis nec contra marsos triumphari posse »…

Cosa accadeva, dunque, in Abruzzo prima e dopo l’avvento di Nevio Pompuledio?

Alla fine dell’Eta del Bronzo, nel 1100 a.C. circa, in Abruzzo, le piccole comunità di vici e pagi si sono unite tra di loro per dare vita a una confederazione più ampia, come è accaduto in Etruria, dove i grandi centri, come Tarquinia, Cerveteri, Vulci, Veio per esempio, hanno dato origine ai primi agglomerati urbani europei.

In Abruzzo, invece, ci si riunisce in un unico territorio per una scelta economica fondamentale: il territorio, prevalentemente montuoso, non permette una fiorente agricoltura ma permette un allevamento transumante, non capitalistico come fecero i Romani spostando le greggi dall’Abruzzo alla Puglia, ma una transumanza tra le piccole conche interne e gli altopiani locali.

Questo sistema di alpeggio ha generato importanti ricchezze fino al Medioevo inoltrato: la famiglia Medici, nel XV secolo, ad esempio, ha basato molto delle proprie ricchezze sul commercio della lana e sulla transumanza abruzzese.

Alle fine dell’Eta del Bronzo /inizio dell’Età del Ferro, questo tipo di pastorizia ha comportato un importante controllo del territorio, dai pascoli alle fonti, con una precisa strategia, dando vita a una sorta di incastellamento primordiale: l’impianto di villaggi sulla cima delle montagne, difese poderosamente da mura e fossati, con una situazione di conflittualità continua ed endemica tra le varie tribù abruzzesi.

La guerra ha generato guerrieri e nelle vite di queste popolazioni si è radicata la volontà di deporre vere e proprie armi nelle tombe degli inumati di sesso maschile. Le armi rinvenute dagli archeologi raccontano come sia cambiato il modo di combattere, ma anche l’organizzazione dello stato e della società.

Tra il 1000 e l’800 a.C., dunque, le popolazioni abruzzesi combattevano come gli altri popoli fuori dall’Italia, in fanterie allineate, con lancia e scudo, affiancati e, come ultima arma, un corto pugnale.

Il Guerriero di Capestrano mostra esattamente uno di questi cambiamenti del modo di combattere: la sua lunga spada, usata da fendete,  indica che si combatteva in ordine sparso, con i guerrieri distanti tra loro e qualcuno su un cavallo. Il possesso di un cavallo e di un complesso armamento ha condotto a un mutamento sociale: non più fanti armati dallo Stato, ma persone abbienti che potevano permettersi cavalcatura e armi.

L’armamento del Guerriero di Capestrano indica, dunque, come si evolve la società da un sistema verticistico a un sistema più allargato.

Sulla spada del Guerriero di Capestrano sono incise delle figure, come in poche altre statue e spade in Abruzzo: sono figure che raccontano miti e storie, per quanto sia possibile ricavarne da popolazioni che non hanno lasciato fonti scritte.

Per questi personaggi di rango era importante possedere un cavallo e su alcune else dei guerrieri abruzzesi sono rappresentati proprio dei cavalli che galoppano, rappresentati con una tecnica particolare: la figura dell’animale è traforata nel ferro con l’elsa compressa nell’avorio, una tecnica che implica una conoscenza tecnologica molto avanzata!

La costa adriatica non è luogo di estrazione del ferro ma già all’inizio dell’Età del Ferro si lavora questo metallo per la produzione di armi è par al creazioni di ornamenti, suppellettili, utensili vari, per la vita giornaliera e per comporre il corredo funerario.

Spade da Campovalano

Su alcune spade sono rappresentati anche animali fantastici, tra cui una sorta di drago con doppia testa e lunga coda. Un’altra figura, è il grifone, l’essere con il copro di leone e la testa di aquila e, su una spada proveniente dalla Necropoli di Campovalano, tra i due grifoni affrontati pende il torso di un uomo verso l’esterno.

Dai reperti rinvenuti negli scavi delle necropoli è possibile ricostruire un mondo di miti e leggende caratteristiche di queste popolazioni. La Necropoli di Capestrano, una delle tante  necropoli che si sviluppano nelle poche pianure abruzzesi, trascurandole all’agricoltura e usate come luoghi della memoria, riserva continuamente sorprese che aprono ai mondi leggendari safini o alle tradizioni romano imperiali (le tombe della necropoli abbracciano un arco cronologico che parte dall’VIII a.C. fino al periodo primo imperiale).

Il Guerriero di Capestrano è stato rinvenuto nel 1934 dal contadino Michele Castagna che, arando il terreno di sua proprietà, ha trovato la statua rotta in due pezzi: l’ha tenuta nascosta in casa, poi l’ha fece vedere al parroco locale, quindi ai Carabinieri che hanno trasmesso immediatamente la notizia alla Regia Soprintendenza di Ancona. Nel giro di poche settimana è stata organizzata la prima campagna di scavo nella piana che ha permesso di trovare diverse tombe, un altro pezzo del guerriero e altre statue/segnacoli tombali.

Diversi sono stati i manufatti rinvenuti: accanto al guerriero, una statua femminile, solo il torso, molto bene lavorata, forse dallo stesso Aninis, rappresentante una giovane adolescente. Nella stessa campagna, anche una base in pietra, purtroppo dispersa durante la guerra.

Nel 1991, la nota casa d’asta Soteby’s ha venduto un torso simile al Guerriero di Capestrano per soli 230 mila dollari, finita in bella mostra nella casa di qualche magnate; è probabile, inoltre, che una quarta statua sia stata trovate durante gli anni ’30 successivi, duranti i lavori di installazione dell’impianto di irrigazione della piana. In quel periodo, purtroppo, l’Italia è stata martoriata dai saccheggi dei collezionisti e dei mercanti d’arte inglesi, americani e tedeschi…

Le statue erano solitamente poste fuori la tomba: la tomba del Guerriero di Capestrano, la Tomba 3 degli scavi del 1934, era particolare: aveva una fossa rettangolare per l’inumato e, vicino a questa, un’altra fossa contenete il corredo funerario: la sua vera spada, diversi vasi in bronzo, delle tazze per gustare il vino e delle grattugie da formaggio usato per aromatizzare il vino stesso, tutte suppellettili necessarie affinché l’inumato potesse vivere decorosamente anche nell’aldilà.

La complessa società italica, dunque, aveva enorme rispetto per i morti e per il loro banchetti conviviali da intrattenere dopo la morte. Non si dimentichi che il Guerriero di Capestrano è uno degli ultimi re dell’Abruzzo e gli sono stati riservati tutti gli onori possibili. Un nota: alla fine di VI secolo, nella regione, nasceranno delle piccole repubbliche, delle Toutai (come la Touta Maruca marrucina), appartenenti solo a un popolo (la Touta dei vestini, dei Pentri, dei Carrecini, ecc.), quelle repubbliche che lotteranno fieramente contro il dominio romano.

La statua/segnacolo del Guerriero di Capestrano continua una tradizione iniziata qualche secolo prima con i menhir: nella Necropoli di Fossa, infatti, vicino alle tombe tumulo di X/IX secolo a.C. era possibile trovare delle enormi pietre allineate, lavorate solo sul lato occidentale della tomba in cui i menhir più alti erano vicini alla tomba e quelli più bassi più lontano, con una pietra poggiata a terra, sul bordo del tumulo, come fosse la testa del defunto

I vari menhir, da 6 a 10, rappresentano una sorta di simbolica cerimonia funebre per il personaggio defunto da parte di amici o parenti o commilitoni in armi.

Tra la fine dell’Età del bronzo e l’inizio dell’Età del ferro, i menhir diventano statue o stele, assumendo forme umane verosimili al personaggio deposto, con oggetti e monili simili al vero incisi nella plastica della statua: tra VII e VI secolo a.C., dunque, committenze reali o ricche assumono artigiani specializzati nel realizzare opere di qualità, producono manufatti non greci ma con aspetti italiani simili a quelli dell’Europa centrale. Statue di provenienza germanica o quelle dei Giganti di Mont’è Prama rappresentano e raccontano di grandi guerrieri e dei loro capi,per i quali la guerra era un elemento fondamentale e sociale!

La statua di Nevio Pompuledio, il nostro antico antenato, è indissolubilmente il momento artistico più alto di quella società, di quel periodo prima della crudele contaminazione romana.

Daniele Mancini

Bibliografia consultata:

  • A. La Regina, Il Guerriero di Capestrano e le iscrizioni paleosabelliche, in L. Franchi Dell’Orto (a cura di), Pinna Vestinorum e il popolo dei Vestini I, Roma 2010
  • V. D’Ercole, V. Acconcia. D. Cesana, La necropoli di Capestrano I. Scavi d’Ercole 2003-2009, BAR Publishing 2018

MUNDA

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