domenica, 7 Dicembre 2025
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L’USO DELL’OPPIO TRA LE CULTURE DELL’ANTICHITA’

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Un nuovo studio condotto dall’Università di Yale ha rinvenuto tracce chimiche di oppio in un antico vaso di alabastro egizio suggerendo che l’uso di oppiacei fosse più comune nell’antica cultura egizia di quanto si pensasse in precedenza.

Secondo la ricerca dello Yale Ancient Pharmacology Program ( YAPP ), l’esame di un antico vaso di alabastro nella collezione dello Yale Peabody Museum ha rivelato tracce di oppiacei, fornendo la traccia chiara dell’ampio uso di oppio nell’antica società egizia.

Secondo Andrew J. Koh,  ricercatore dello  YAPP e autore principale dello studio, la scoperta suggerisce che simili antichi vasi egiziani in alabastro, tutti realizzati in calcite estratta dalle stesse cave in Egitto, tra cui diversi squisiti esemplari scoperti nella tomba del faraone Tutankhamon, potrebbero contenere tracce di antichi oppiacei, ha affermato .

Lo studio, pubblicato sul Journal of Eastern Mediterranean Archaeology, è stato redatto in collaborazione con Agnete W. Lassen, curatrice associata della Yale Babylonian Collection, e Alison M. Crandall,  responsabile del laboratorio YAPP .

Il vaso di alabastro reca un’iscrizione in quattro lingue antiche, accadico, elamita, persiano ed egiziano, dedicata a Serse I, che governò l’Impero achemenide dal 486 al 465  a.C. Con sede in Persia, l’impero al suo apice comprendeva l’Egitto, la Mesopotamia, il Levante, l’Anatolia e parti dell’Arabia orientale e dell’Asia centrale.

Una seconda iscrizione sul vaso, in caratteri demotici, una forma semplificata della scrittura egizia antica, indica una capacità di circa 1.200 millilitri (è alto 22 centimetri). Gli esempi intatti di vasi in alabastro egizio antico con iscrizioni sono eccezionalmente rari e, probabilmente, ne esistono meno di 10 nelle collezioni di tutto il mondo, hanno osservato i ricercatori.

La provenienza dei vasi intatti è generalmente sconosciuta, hanno affermato i ricercatori, ma abbracciano i regni degli imperatori achemenidi Dario, Serse e Artaserse, un periodo che va dal 550 al 425  a.C. Il vaso di Yale fa parte della Collezione Babilonese, una raccolta di circa 40.000 reperti antichi conservati presso l’università dal 1911.

Con sede presso il Peabody Museum,  lo YAPP  sfrutta etnografia, scienza e tecnologia per comprendere meglio come vivevano le popolazioni di migliaia di anni fa. I suoi ricercatori studiano i residui organici rinvenuti su o all’interno di antichi vasi, fornendo informazioni sulla dieta e lo stile di vita delle popolazioni antiche. Il programma ha sviluppato metodi specifici per l’analisi dei residui organici, che si degradano e si decompongono nel tempo e sono soggetti a contaminazione,  rinvenuti in reperti conservati in collezioni museali o recentemente rinvenuti.

Per il nuovo studio, l’interesse di Koh è stato inizialmente suscitato dall’osservazione di residui aromatici di colore marrone scuro all’interno del vaso. L’analisi dei residui condotta da YAPP ha rivelato prove definitive di noscapina, idrocotarnina, morfina, tebaina e papaverina, noti biomarcatori diagnostici per l’oppio.

I ricercatori affermano che i risultati riecheggiano la scoperta di residui di oppiacei in un gruppo di vasi egiziani in alabastro e in brocche cipriote con base ad anello , rinvenute in una tomba comune, probabilmente di una famiglia di mercanti, a Sedment, in Egitto, situata a sud del Cairo, risalente al Nuovo Regno. 

Secondo Koh, le due scoperte, che coprono un arco temporale di un millennio e interessano diversi gruppi socioeconomici, sollevano la concreta possibilità che l’oppio sia presente tra la grande quantità di vasi di alabastro rinvenuti nella tomba di Tutankhamon nella Valle dei Re.

Esistono sono chiari segnali dell’uso dell’oppio che vanno oltre l’uso medicinale e si estendono alla sfera spirituale in tutta l’antichità, dall’antica Mesopotamia all’Egitto e attraverso l’Egeo, ha affermato. Durante la vita di Tutankhamon, ad esempio, gli abitanti di Creta erano associati alla cosiddetta “dea del papavero” in contesti chiaramente rituali. La pianta del papaveroè menzionata in numerosi testi antichi, tra cui il Papiro Ebers, Ippocrate, il De Materia Medica di Dioscoride e Galeno.

La collezione a Yale

La scoperta della tomba di Tutankhamon da parte dell’egittologo e archeologo Howard Carter nel novembre del 1922 portò alla luce un’enorme quantità di manufatti, tra cui un vasto numero di vasi egiziani in alabastro squisitamente conservati, che probabilmente rappresentavano i migliori reperti disponibili durante il regno di Tutankhamon, che durò dal 1333 al  1323 a.C.

Nel 1933, il chimico analitico Alfred Lucas, membro del team di ricerca di Carter, eseguì uno studio chimico superficiale dei contenitori, molti dei quali contenevano sostanze organiche aromatiche, appiccicose e di colore marrone scuro. All’epoca, Lucas non fu in grado di identificare chimicamente i materiali organici, ma determinò che la maggior parte non erano unguenti o profumi.

Nessuna ulteriore analisi dei materiali organici è stata condotta dopo il primo tentativo di Lucas. I vasi, insieme alla maggior parte degli altri reperti della tomba di Tutankhamon, sono conservati oggi al nuovo Grand Egyptian Museum di Giza, in Egitto.

Dopo la sua storica scoperta, Carter aveva annotato un antico episodio di saccheggio che aveva preso di mira il contenuto dei vasi di alabastro: le impronte digitali trovate all’interno dei vasi suggerivano che i saccheggiatori avessero tentato di raschiare meticolosamente il contenuto fino all’alabastro. Molti dei vasi saccheggiati contenevano le stesse sostanze aromatiche marrone scuro che Lucas concluse non fossero profumi. Alcuni dei vasi non sono stati saccheggiati e rimangono pieni del loro contenuto originale.

Koh ritiene che quei contenuti, qualunque cosa fossero, erano considerati abbastanza importanti da accompagnare Tutankhamon nell’aldilà e da ispirare i ladri di tombe a rischiare la vita in un tentativo di furto. È improbabile, ha aggiunto, che gli antichi attribuissero un tale valore agli unguenti e ai profumi più comuni dell’epoca.

Koh conferma che i ricercatori hanno trovato tracce chimiche di oppiacei che i vasi di alabastro egizio attribuivano alle società d’élite della Mesopotamia e che si integravano in contesti culturali più ordinari dell’antico Egitto: è possibile, dunque, che questi vasi fossero indicatori culturali facilmente riconoscibili per l’uso dell’oppio nell’antichità, proprio come i narghilè di oggi sono associati al consumo di tabacco da shisha.

Analizzare il contenuto dei vasi della tomba di Tutankhamon chiarirebbe ulteriormente il ruolo dell’oppio in queste antiche società…

 

Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini

Per ulteriori info: Università di Yale

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