DOPO 70 ANNI DI SCAVI, IDENTIFICATI DEFINITIVAMENTE I RESTI DELLA CATTEDRALE BIZANTINA DI HIPPOS, ISRAELE

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Circa 1.500 anni fa, nella città post romana di Hippos (Sussita, in aramaico) sorse una magnifica cattedrale decorata con pregiati materiali: recentemente un team di archeologi ne ha completato gli scavi iniziati circa settant’anni fa. Quanto rinvenuto tra i suoi resti potrebbe può far luce sulla politica di potere paleocristiana attuata nella Palestina bizantina.

Dalle preliminari ricostruzioni realizzate da Arleta Kowalewska e Michael Eisenberg dello Zinman Institute of Archaeology dell’Università di Haifa, le sue dimensioni e lo sfarzo suggeriscono che questo edificio religioso e il suo vescovo avessero un potere di monopolio del culto battesimale dei catecumeni in un ampio territorio che oggi corrisponde alle alture meridionali del Golan e il lato orientale del Mare di Galilea.

Il battesimo è stato un sacramento fondamentale per i riti dei primi Cristiani: apparentemente derivante dai riti giudaici di purificazione del periodo del Secondo Tempio, la maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che la prima forma di battesimo fosse per immersione. Ma anche l’affusione (applicando l’acqua santa sulla testa) e l’aspersione potrebbero essere state applicate fin dai tempi più antichi.

In ogni caso, secondo gli studiosi, l’immersione apparentemente serviva sia nel giudaismo del Secondo Tempio che nel primo Cristianesimo per aiutare i convertiti a transitare, ripuliti dalle vecchie credenze e liberati nell’acqua senza gravità, ad abbracciare la loro nuova fede. Sulla sponda orientale del Mare di Galilea, il vescovo di Hippos potrebbe aver avuto una sorta di monopolio sull’afflusso dei neofiti cristiani della regione durante il VI secolo.

Gli scavi della cattedrale iniziarono nei primi anni ’50, quando Claire Epstein, Emmanuel Anati e altri archeologi che lavoravano sotto l’egida del Dipartimento delle Antichità portarono alla luce la navata e si resero conto di aver trovato una chiesa paleocristiana. Già allora, in base alle sue dimensioni e alla ricchezza di manufatti, ipotizzarono che potesse essere una cattedrale.

Gli scavi degli ultimi venti anni hanno confermato queste ipotesi, identificandola come la più grande delle sette chiese bizantine conosciute a Hippos. Le sue dimensioni interne sono di 28 x 18 metri e la sola aula del battistero è di 18 x 13 metri, la più grande in Israele. Il suo pavimento era decorato da elementi in marmo rosso e bianco disposti a scacchiera, le pareti erano rivestite di marmo bianco, intonacate e dipinte a colori vivaci.

Le navate laterali erano costruite su due piani mentre i pavimenti di queste erano realizzate con mosaici mosaici con iscrizioni che hanno permesso di datare l’edificio alla fine del VI secolo. Lungo la navata centrale, due file di nove colonne ciascuna, realizzate con granito e marmo, erano sormontate dai capitelli decorati, in un tripudio di colori luminosissimo. Secondo gli archeologi, la cattedrale era dotata di un photisterion, un’intera sala del complesso del battistero con il fonte battesimale.

Secondo gli archeologi, questa teoria si basa in parte sul fatto che Hippos fosse una città della decapoli romana che governava i territori dell’impero nell’odierna Giordania, Siria e Israele, gran parte della costa orientale del Mare di Galilea e delle alture del Golan.

I resti del periodo romano della città includono un santuario pagano, un teatro , dei bagni termali da cui proviene una maschera di bronzo del dio Pan. Nel 363, Hippos fu danneggiato da un terremoto ma fu ricostruita. Durante il successivo periodo bizantino furono costruite almeno sette chiese, una delle quali è proprio la cattedrale con il suo enorme battistero, elemento unico su questo lato del fiume Giordano.

Hippos era l’unica città cristiana sul lato orientale del lago e il vescovo del preiodo, che sarebbe stato non solo il capo religioso ma probabilmente la persona più potente in circolazione, fece requisire i marmi e le pietre più pregiati dai monumenti circostanti per la costruzione della cattedrale, incluse le enormi colonne, diverse tra loro, alte 4,7 metri e pesanti più di quattro tonnellate.

Le strutture romane da cui probabilmente arrivavano questi manufatti architettonici crollarono nel terremoto del 363, e ben presto le chiese cristiane riutilizzarono i loro ornamenti. Circa quattro secoli dopo, nell’anno 749, un altro enorme terremoto scosse la città facendo crollare le colonne riusate, dove giacciono ancora oggi.

Un’ulteriore cappella battesimale, più piccola, è stata scoperta mentre la squadra stava scavando l’ala meridionale della cattedrale. Era identificata da paraventi marmorei decorati con croci, uno dei quali copriva un piccolo fonte battesimale forse per bambini, e da una lastra marmorea con tre fosse rotonde semisferiche che si riteneva fossero per conservare gli olii da usare nelle cerimonie battesimali.

Altri reperti notevoli nella cattedrale includono un candelabro in bronzo lungo un metro, un enorme reliquiario portatile in marmo, il più grande ritrovato fino ad oggi in quest’area del periodo bizantino, di ben 42 chilogrammi. Una croce è stata incisa su un lato.

Le iscrizioni nella cattedrale furono scoperte e riportate negli anni ’50 permettendo la prima datazione della costruzione dell’edificio al 590 o 591. I primi archeologi presumevano, di conseguenza, che la chiesa fosse stata costruita nel 590/1 e il suo battistero subito dopo. La squadra dei nostri tempi, invece, ha confermato la mancanza del nartece, attribuendo l’ambiente iniziale a un vestibolo, proprio come per gli edifici di culto degli inizi del VI secolo, grazie all’identificazione della prima fase della cattedrale, posta 55 centimetri più in basso di quella di fine VI secolo, confermando l’assenza del nartece.

A causa del trafugamento di una delle iscrizioni su una grande lastra di marmo, con la parola “Ecclesia“, rubata dall’ingresso principale della chiesa in seguito allo scavo degli anni ’50, sembrerebbe che la lastra segnasse un confine, secondo Eisenberg, tra cristiani battezzati e non battezzati.

 

Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini

Per ulteriori info: Hippos Excavation Project

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