La Birmania misteriosa! Maria Assunta racconta…

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La nostra cara amica Maria Assunta Maccarone ci racconta, oggi, del suo viaggio nella Birmania misteriosa. Buona Lettura.


Il viiaggio in Birmania è nell’estate del 2007, quando ancora Aung San Suu Kyi, leader politico, fondatore del partito Lega Nazionale per la Democrazia e premio Nobel per la Pace 1991, è agli arresti domiciliari nonostante il risultato delle votazioni popolari in cui diventò Primo Ministro; i militari rigettarono il voto e presero il potere con la forza instaurando di nuovo il regime militare che ormai da anni vige nel Paese.

Attualmente tutto è cambiato troppo velocemente: hanno perfino costruito una nuova capitale, Naypyidaw, una metropoli (sei volte più grande di Roma) con hotel di lusso, teatri, grattacieli, cinema, sorta appositamente per ospitare tutte le istituzioni del Paese, quasi completamente disabitata dalla gente comune che non può permettersi case moderne e costose. Credo che il popolo Birmano stia pagando a caro prezzo l’effetto della globalizzazione che è arrivato in ritardo ed in modo travolgente.

Vi parlerò della Birmania autentica, quella che ho conosciuto, quella di cui parla George Orwell nel suo romanzo “Giorni in Birmania” (1926, ma pubblicato solo nel 1934 poiché molte case editrici temevano di essere citati in giudizio per diffamazione), quella in cui la gente, sebbene repressa dal governo militare, sorride e dove i bambini, seppur poveri, ti vengono incontro e ti donano un sassolino, un fiore o una radice di orchidea raccolto per strada, tutto quello che hanno e ciononostante non ti chiedono l’elemosina!

Arriviamo in aereo da Bangkok nella precedente capitale del paese, Yangon: sembra di essere stati catapultati in un’altra epoca dove ancora gli uomini e le donne indossano il longyi, una gonna lunga fino alla caviglia cucita a forma cilindrica e avvolta in vita senza nodi né cinta al posto dei jeans, dove poche auto circolano e molti hanno la bocca rossa perché masticano betel (per non sentire troppo la fatica e la fame), le donne ed i bambini hanno il viso adornato di thanaka, per proteggere la pelle dai raggi solari e dalla polvere delle strade.

E’ la stagione delle piogge le pareti degli edifici sono rivestite di muffa e di muschio, “umide” a tal punto che dentro la camera del nostro alberghetto scendono goccioline di acqua… Abbiamo raggiunto in gruppo un ufficio dove ci assegnano una guida che parla italiano quasi in modo perfetto e ci cambiano i soldi, ma non accettano banconote più vecchie del 2001 e solo in perfette condizioni: né segni, né stropicciature. In cambio di un pezzo da cento dollari ci danno un sacchetto di carta enorme pieno di Kyat, la moneta locale. Sorridiamo e con la nostra guida usciamo per strada per iniziare la visita della città.

Subito notiamo alcuni camioncini con le panchine coperte sulla parte posteriore con gente seduta e con pacchi e ceste di merce. Vogliamo viaggiare come loro, ma la guida ci riprende e ci dice che non possiamo perché ci sono colori diversi per le targhe dei mezzi di trasporto e noi turisti non possiamo viaggiare con mezzi dalla targa di quel colore. Gli unici colori a noi permessi sono il rosso ed il blu. Non capiamo il perché, ci sembra assurdo e sfidiamo la sorte. La guida non sale e si mette letteralmente le mani nei capelli. Dopo neanche un chilometro una guardia ci ferma e ci fa scendere, grida contro l’autista e gli fa una multa. Naturalmente la paghiamo noi, chiediamo scusa e tornando indietro a piedi, promettiamo alla guida che da ora in poi faremo solo quello che lui ci consiglierà di fare! Accidenti non potevamo credere una cosa simile neanche sapendo a priori tutto quello che ci hanno raccontato!

Visitiamo un tempio, Chaukhtatgyi Paya, dove c’è un Buddha sdraiato gigante, a dir la verità non molto bello, ma sensuale, con un volto dolce, quasi femminile. Ormai nel tardo pomeriggio raggiungiamo il laghetto artificiale, il lago reale nel Kandawgyi Park, dove notiamo una strana imbarcazione dorata a imitazione di quella reale che è sul lago Inle. Mangiamo in un ristorantino e andiamo presto a nanna perché l’indomani visiteremo il tempio più famoso di tutta la città, la Shwedagon Pagoda.

13662659_10209982318977617_1848613137_oRaggiungiamo all’alba la Pagoda, scalzi (qui in tutti i templi e nelle pagode non si possono indossare neanche i calzini) saliamo i gradini ed arriviamo nella sommità del tempio: tutto dorato, incensi, fiori, frutta, ceri: alcune persone vendono foglietti d’oro da attaccare sulla statua di Buddha. Giriamo dappertutto, il tempio è molto grande ed è tutto dorato. La luce del sole ed il colore dorato ci illumina il giorno molto presto ed in silenzio osserviamo i monaci e la gente che prega ed arriva sul posto man mano che il giorno avanza. La Pagoda è situata sulla collina di Singuttara, è uno stupa dorato alto 98 metri. Una leggenda narra che 2500 anni fa fu costruita da due fratelli che ricevettero dal Buddha otto dei sui capelli da custodire in Birmania e loro, con l’aiuto del re locale, lo fecero. Ma gli archeologi credono che lo stupa sia stato costruito tra il VI e X secolo dalla popolazione di etnia Mon.

Restiamo a lungo nel tempio e man mano che il sole si alza nel cielo, arriva tanta, ma tanta gente a pregare. E’ un posto affascinante… e sedersi ad ascoltare le vibrazioni dei gong che risuonano nell’aria è davvero suggestivo. Raggiungiamo il mercato locale Bogyoke Market (chiamato anche Scott Market), dove è in vendita ogni tipo di cibo: inizia a piovere a dirotto e la mia amica Paola e io ci perdiamo. Giriamo per ore e finalmente ritroviamo il gruppo e ritorniamo in hotel.

Il giorno dopo ci trasferiamo a Mandalay, ultima capitale imperiale, è il maggiore centro religioso del paese. Anche qui, forse ancor più che a Yangon, si percepisce un’atmosfera di altri tempi, senza però la frenesia della capitale e con una spiritualità accentuata dalla grande concentrazione di monaci buddisti. Poi in autobus alla Mahamuni Paya, al palazzo reale,  al Shwenandaw Kyaung  (monastero tutto in legno, l’unico rimasto dopo i bombardamenti dell’ultima guerra), alla Kuthodaw pagoda (che contiene il libro più grande del mondo, formato da 729 tripitaka, piccole pagode, contenenti ciascuna una stele di pietra incisa in lingua Pali con il canone buddista), la Kyauktawgyi Paya e l’ascensione al tramonto sulla Mandalay Hill, collinetta interamente punteggiata di pagode e monasteri con una scalinata di 1729 gradini e splendido panorama sul fiume Irrawaddy.

La sera a cena incontriamo un prete cattolico a cui consegniamo un sacco di medicinali portati dall’Italia. Mi spiega che noi non possiamo arrivare nel posto dove lui vive (non è permesso ai turisti) e dove custodisce oltre a una chiesa, una casa di accoglienza per i ragazzi che altrimenti dovrebbero percorrere decine di chilometri a piedi tutti i giorni per andare a scuola nel suo villaggio. Mi spiega anche che il Nord della Birmania fu colonizzato dai Portoghesi perciò alcuni di loro sono cattolici. Mi dice che da mangiare non manca, hanno tanti campi coltivati e impianti di irrigazioni costruiti dai migliori ingegneri idraulici del mondo, ma le medicine, dopo l’embargo dagli Stati Uniti, non arrivano più, non ci sono farmacie e i bimbi a volte muoiono per una bronchite. Anche lui parla bene l’italiano perché è venuto a Roma per diventare prete e che per sette anni, al tempo degli studi, ha dovuto rinunciare a vedere la sua famiglia: tornato in Birmania non è potuto più uscire dal paese. Avremmo voluto sapere più cose da lui, ma è dovuto ripartire in fretta perché aveva trovato un mezzo di fortuna per tornare al suo villaggio, ma ci promette di mandare la sorella in albergo al nostro ritorno a Yangon a fine viaggio, per consegnarle le medicine non usate da noi. Così è stato!

La sera successiva partecipiamo ad uno spettacolo non autorizzato. I “Moustache Brothers” è un trio comico noto per le performance dal vivo che unisce screwball comedy e danza classica birmana alla critica acutamente satirica del regime militare birmano totalitario: per questo più volte i tre fratelli ed i loro “seguaci” sono stati arrestati. Prima dello spettacolo chiacchiero con i loro figli che mi raccontano dei loro studi e della difficoltà ad affrontarli. Frequentano l’Università, uno di loro studia nella facoltà di Fisica, non ci posso credere!

birma_pagodaIl giorno dopo facciamo un’escursione ai templi di Mingun, un’isola sul fiume Irrawaddy. La gente del posto è gentile, solare con i turisti e mi accoglie una dolce donna di 25 anni che parla italiano. Come al solito, sorpresa, le chiedo come ha imparato così bene la nostra lingua e lei mi dice che ha studiato e si è esercitata con i turisti: è vero ti impongono i percorsi, ti dicono cosa puoi visitare e cosa non, ti assegnano gli alberghi, tengono tutto sotto controllo, ma il turista è l’unica cosa che fa sentire la popolazione a contatto col mondo esterno! Non potevo immaginare un posto così isolato dove un’intera nazione vive senza sapere nulla del resto del pianeta all’epoca della globalizzazione. Internet che raggiunge solo siti interni, controllati, senza reti per cellulari, una sola TV di Stato, un solo giornale dove sulla prima pagina sono riportate a carattere cubitale, ogni giorno: “le dieci regole che il buon birmano deve rispettare”! Vedo sulle bancarelle esposti oggetti di artigianato mai visti prima, in nessun altro paese ho potuto ammirare tali rarità.

13735285_10209982318817613_1898014869_nNei dintorni visitiamo Amarapura, con il ponte tutto in teak vecchio di 200 anni, poi  Ava che si visita in barca e calesse, quindi Sagaing per un magico tramonto su un paesaggio collinare trapuntato di pagode dorate. Riprendiamo il viaggio e navigando per l’intero giorno sull’Irrawaddy raggiungiamo Bagan. Bagan è notevolmente bella ed interessante. La città vecchia, capitale di parecchi regni precedenti, è piena di templi di pietra, di terracotta, di altri materiali naturali. L’UNESCO ha tentato di dichiarare l’intera città Patrimonio mondiale, ma la giunta militare ha ristrutturato i templi antichi, le opere d’arte senza rispettare i materiali e gli stili architettonici originali. Nonostante questo, Bagan è di una bellezza mozzafiato. Una meraviglia spostarsi tra i templi e scoprire, all’interno, affreschi e sculture particolari che non hanno nulla a che vedere con la nostro concetto di bellezza, ma pur sempre molto interessanti. Non ci sono templi dorati, ma al calar del sole si colorano di un rosso mattone che spicca tra la verde e rigogliosa vegetazione della stagione delle piogge.

13672432_10209982318937616_2024538986_nCi trasferiamo in pulmino, sempre controllati nei vari spostamenti e sempre con guide locali, sul Lago Inle, a Nord del Paese dove i pescatori remano ancora in piedi su delle piccole barche spingendo il remo con la gamba e usando ancora metodi antichi. Sul lago ci sono foreste di ninfee fiorite e tante piccole isole galleggianti coltivate con ortaggi. Ci inoltriamo tra le case abitate, ma la guida ci dice che in quel posto non sono mai arrivati turisti e che non è sicuro che ci si possa andare. Arriviamo finalmente al Nga Phe Kyaung Monastery, detto anche “tempio dei gatti volanti”, completamente in teak.

Sul lago visitiamo anche delle fabbriche di seta, di ombrelli, di vestiti. Ma senza alcun preavviso ci accompagnano in un posto dove non saremmo mai voluti arrivare: una specie di “esposizione” di donne “giraffe”, etnia Kayan ( o Pandaung, fuggiti al Nord della Thailandia nei primi del Novecento) dai tipici anelli al collo delle donne sin da bambine, attualmente trasformandole in attrazione turistica. Appena ci rendiamo conto boicottiamo il tutto, non scattando foto e dicendo alla guida di non voler partecipare a questa pessima trovata!

13884291_10209982318777612_606837979_nTorniamo sul lago ed visitiamo ancora splendidi templi e stupa. Al Ritorno a Yangon, prima di riprendere il volo per Bangkok, ci trasferiamo a Sud per andare alla Golden Rock, un posto tra le montagne, difficile da raggiungere con un camioncino che arrancava a fatica sotto una specie di diluvio universale. Zuppi siamo arrivati in un piazzale dal quale iniziava la salita a piedi fino alla Pagoda Kyaiktiyo. Non molto bella, ma posta in modo molto particolare: in bilico sulla roccia!

Salendo sulla montagna a piedi incontriamo un “personaggio” di altri tempi: ci dicono che sia un illuminato, discendente del Buddha. Una donna arriva in ginocchio vicino a lui che si ferma e riprende il cammino scalzo dopo averle concesso di pregare ai sui piedi. Silenzio profondo tra le montagne, solo il rumore della natura. Alloggiamo in una specie di container e mi sorprendo quando uscendo per la colazione il mattino successivo, osservo insetti enormi, mai visti prima. Sono appoggiati alle pareti. Riconosco solo il famoso “insetto foglia”. Odio gli insetti, specialmente se sono grandi, ma non so per quale strano motivo in quel posto ne sono attratta e li osservo uno ad uno nella loro immobilità. Il posto è davvero suggestivo.

Riprendiamo il cammino verso Yangon per concludere il viaggio: un viaggio non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Un’incredibile viaggio dove ho visto cose uniche, dove la vita si è fermata a qualche generazione fa, dove un giorno a scuola con i bambini ti riempie di gioia e ti fa dimenticare tutto. Dove regalando semplicemente una bottiglietta di shampoo  per strada ad una ragazza, la rendi felice e solo per questo ti porta a conoscere l’intera famiglia. Dove i bambini ti toccano le braccia per il colore della pelle o forse per constatare se esisti veramente. Dove una guida sconosciuta fino ad allora, prepara a sorpresa la tua festa di compleanno con tanto di torta, candeline e regalino, un quadretto dipinto a mano da lui.

Ho paura di tornare in Birmania. So che adesso molte cose sono cambiate in positivo per la popolazione. Ho visto cose che non avrei mai immaginato neanche leggendo racconti e guardando foto di altri viaggiatori. Ho paura di non ritrovare la genuinità, l’autenticità di un popolo che spero non dimentichi troppo presto la sofferenza per la repressione subita dal regime militare e che nonostante tutto non ha perso il sorriso e la speranza in un futuro migliore anche grazie a  Aung San Suu Kyi, che non ha smesso neanche un minuto della sua vita di lottare per il suo Paese, il suo popolo che ha lasciato un segno indelebile nel mio cuore.

Dopo una settimana dal nostro ritorno in Italia migliaia di monaci buddisti e giovani hanno sfilato pacificamente per le vie di Yangon  subendo una violenta  repressione da parte dell’esercito!

Buon Viaggio…

 

Maria Assunta Maccarone

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