“TRAFUGHIAMO IL CORPO DI GESÙ”

Per leggere questo articolo occorrono circa 5 minuti

Premessa. E’ un racconto che non desidera essere blasfemo o urtare la sensibilità dei Cristiani, miei lettori e non. E’ un racconto che non vuole nemmeno essere una verità assoluta, è un racconto e basta! La mia è, comunque, una posizione relativista: è un racconto su Gesù, le cui idee avrebbero dovuto rivoluzionare il mondo ma che, invece, l’hanno solo maledettamente ulteriormente complicato.

L’ispirazione dal romanzo dello scrittore greco Nikos Kazantzakis, L’ultima tentazione, del 1955 e pubblicato postumo nel 1960, con la successiva trasposizione cinematografica di Martin Scorsese del 1988, è stata enorme e fondamentale per la redazione di questo racconto che vorrebbe distinguersi dalle normali narrazioni sulla morte di Gesù.

Buona lettura.


Nella notte tra il sabato e la domenica dopo la Pasqua, Quinto Cassio Longino di Anxanum, Lucio Vezio Glabrio di Teate Marrucinorum, accompagnati da due soldati al servizio del centurione, si recano alla tomba dove alcuni uomini di Gerusalemme hanno deposto il corpo di quel Gesù ritenuto “il messia”, tomba appartenente a un membro del Sinedrio, tale Giuseppe Di Arimatea.

Il compito segreto affidato a Longino e Glabrio, direttamente dall’imperatore Tiberio che ha inviato a Gerusalemme Decimo Cornelio Lentulo Getulico, figlio del console Gneo, è quello di trafugare il corpo di Gesù per disperderne i resti: l’imperatore ha ricevuto diverse missive sulla pericolosità di Gesù e non desidera farne un martire dei Giudei o il pretesto per una rivolta.

Dopo aver trafitto al costato Gesù crocifisso per constatarne la morte, Longino è stato assalito da mille dubbi sulla vera natura di quell’uomo, lasciandosi, forse, trasportare, dalla gente che è accorsa alla sua esecuzione. Ma qualche ora dopo la deposizione del corpo nella tomba, il centurione ha ricevuto la visita di Decimo Cornelio con i precisi ordini dell’imperatore, scavalcando anche l’autorità di Ponzio Pilato, il prefetto in carica della Giudea e che non verrà mai a sapere dell’ordine di Tiberio.

Quella notte, Longino e Glabrio, con una banale scusa, riescono a far allontanare i soldati del Sinedrio di guardia al sepolcro che, con il sacchetto di monete loro donato, trascorreranno il resto della notte in una locanda di Gerusalemme a bere vino e divertirsi con le donne.

Arrivati davanti alla pietra tombale, tutte le perplessità di Glabrio si amplificano, immediatamente fugate dall’ordine perentorio di Longino: “Trafughiamo il corpo di Gesù!”

I quattro uomini, di buona lena, iniziano a rimuovere la pietra del sepolcro, adoperando mazze e bastoni per le opportune leve. Dopo diversi minuti di intensa fatica, riescono a spostare il masso: i profumi degli olii aromatici della sepoltura, uniti al tremendo fetore della decomposizione, giungono alle loro narici, facendo distorcere il viso a tutti e quattro.

Alla luce delle torce, individuano il copro, avvolto in un sudario. Longino ordina ai due soldati di preparare una lettiga con rami di alberi e foglie di palme presenti nei dintorni. All’interno, Longino e Glabrio, dopo un breve ma intenso sguardo, rivolgono la loro attenzione al corpo: una strana sensazione li avvolge e soprattutto Longino ne sembra particolarmente colpito.

Glabrio, invece, intende rispettare fermamente gli ordini dell’imperatore e attira l’attenzione di Longino, quasi fissa su quell’immagine distesa, bianca, eterea, con piccoli rivoli di sangue che hanno attraversato il sudario. Con un colpo sul braccio ricevuto da Glabrio, Longino si sveglia dal suo stato ma non riesce a restare nel sepolcro e corre a dare una mano ai soldati per la lettiga. Glabrio, nel frattempo, ispeziona il resto del sepolcro senza alcun risultato.

In pochi attimi al lettiga e pronta e i soldati la conducono nel sepolcro: anche costoro, alla vista del corpo, rimangono per un attimo bloccati e sempre Glabrio li incita: “Affrettiamoci!”. Longino e un soldato afferrano il corpo ormai rigido di Gesù e lo pongono sulla lettiga e tutti e quattro portano il pietoso fardello all’esterno del sepolcro.

Di buona lena, riprendono la strada del sentiero che li conduce in città, verso una casa riservata ai veterani romani. Depongono il corpo in una enorme cassa che il mattino successivo sarà imbarcata su una nave, destinatione Hortona!

Il resto della notte, fino all’alba, è agitata, per i quattro uomini. Glabrio sogna di strane figure che lo trattengono incatenato alla pietra del sepolcro; Longino, invece, il sangue di Gesù che esce dalla ferita infertagli sulla croce e lo inonda fino ad affogarlo.

Al mattino, quando l’alba è già sorta, Longino ordina a uno dei soldati di procurare un carro con cui condurre la cassa alla nave in partenza. Nel frattempo, un viavai di soldati corre senza senso per le strette vie di Gerusalemme. Uno di questi urla ai quattro: “Hanno trafugato il corpo di quel Gesù processato da Pilato!”. Senza indugi, giungono alla nave, imbarcano la cassa e si rifugiano sul ponte inferiore della nave. Li attende un lungo viaggio di venti giorni verso Hortona.

La navigazione è tranquilla, poche sono le tappe e all’alba di una mattina della fine del mese di Aprile scorgono il porto di Hortona. Ad attenderli,
Decimo Cornelio Lentulo Getulico, un carro, due contadini ignari e i nuovi ordini: raggiungere le campagne di Anxanum e ridurre in cenere la cassa e il suo contenuto. L’urna con i resti dovranno essere consegnati a Decimo Cornelio e portati a Tiberio, a Villa Jovis, a Capri.

I quattro soldati eseguono gli ordini: il giorno successivo, Longino consegna le ceneri a Decimo Cornelio, il quale dona al centurione quattro papiri vergati dall’imperatore: terreni e proprietà nei rispettivi luoghi di origine, 500 mila sesterzi a ciascuno, è il riconoscimento di Tiberio per i loro servigi! Longino, perplesso, accoglie i volumen di papiro e si congeda da Decimo Cornelio, che non incontrerà mai più.

Longino lascia l’esercito romano e si rifugia in una contrada poco distante da Anxanum, costruendo una villa sulle terre donategli dall’imperatore. Avrà sempre un indelebile ricordo di quell’uomo crocifisso per volere di poteri più forti di lui stesso. Glabrio, torna da veterano a Teate Marrucinorum e dona una sostanziosa fetta del regalo dell’imperatore a suo nipote Marco Vezio Marcello, che poco dopo la morte di Glabrio, edificherà un nuovo foro per la sua Teate. Dei due soldati, i ricordi si disperdono nella memoria dei tempi. L’urna cineraria?

Ovviamente, tutto questo è un semplice racconto!

Daniele Mancini

Teate si racconta

2 pensieri riguardo ““TRAFUGHIAMO IL CORPO DI GESÙ”

  • 23 Aprile 2019 in 21:47
    Permalink

    caro Daniele, il racconto è interessante ma, visto che il corpo trafugato (o comunque le sue ceneri o i suoi resti) dovendo raggiungere Capri deve attraversare tutto il Sannio (partendo da Hortona). E visto il tragitto molto impervio, può darsi che quei resti non vi siano mai arrivati, perché, (guarda caso), nei pressi di Juvanum esiste un manufatto chiamato “la tomba di Cristo”. Non ti sembra un epilogo più intrigante? Senza dimenticare i soprannomi collettivi abruzzesi legati alla vicenda: i lancianesi “frijacriste”, “li nghiovacrite” di Capistrello, etc.

    Risposta
    • 23 Aprile 2019 in 23:06
      Permalink

      Carissimo Armando, conosco le varie leggende e potrebbero essere degni finali del racconto, come anche quello che ho in mente ma che, ora, non ti rivelero’.
      Grazie e a presto

      Risposta

Ciao! Lascia un commento. Grazie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: