L’ARCHIVIO REALE DI EBLA, SIRIA

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Fino al 1964, anno di inizio della Missione archeologica italiana sulla collina di Tell Mardikh, 55 chilometri a sud di Aleppo, in Siria, condotta dal giovane Paolo Matthiae, con il supporto dell’Università di Roma La Sapienza, nulla o quasi si conosceva di Ebla, una delle città simbolo della Mezzaluna fertile prese di mira dalle ottuse visioni iconoclastiche dell’isis (volutamente in minuscolo…).

Dopo le prime prospezioni di superficie e i primi anni di scavo, che hanno portano alla luce strutture e monumenti della città paleosiriana del Bronzo Medio I – II (XX secolo a.C., distrutta nel XVII secolo a.C. dagli Ittiti), solo nel 1973, grazie alle intuizioni del team di lavoro, sono state rinvenute le prime strutture di un edificio palatino che è stato denominato Palazzo Reale G di Ebla e relativo al Bronzo Antico IV A (XXIV secolo a.C., il periodo del grande Sargon di Akkahd).

Le prime indagini archeologiche, al massiccio ritrovamento di strutture architettoniche, hanno permesso, inoltre, il ritrovamento delle prime 42 tavolette degli Archivi Reali di Ebla, cristallizzati al momento della distruzione della città operata da Sargon di Akkahd.

Gli Archivi Reali di Ebla, rinvenuti nell’area del Quartiere Amministrativo del Palazzo Reale G, riflettono le attività scrittorie di una burocrazia fortemente organizzata tra i quaranta e i cinquant’anni di durata prima delle distruzioni del XXIV secolo a.C.

 

La straordinaria importanza della scoperta degli Archivi è nel numero delle tavolette rinvenute: un calcolo approssimativo ammonterebbe a circa 5000 documenti (per la precisione sono stasti identificati oltre 17000 numeri di inventario, tra tavolette intere e piccoli frammenti), lo stesso numero di testi cuneiformi fino a oggi recuperati da vari centri e riferibili cronologicamente all’intera durata della Dinastia di Akkad!

Uno degli aspetti più rilevanti del ritrovamento degli Archivi Reali di Ebla è stato quello di ricostruire i differenti modi di conservazione dei documenti, nei vari ambienti di rinvenimento: le tavolette erano in larga maggioranza deposte sui ripiani di scaffalature lignee addossate alle pareti e in minore quantità stipate in canestri di vimini collocati sul pavimento sotto le scaffalature oppure adagiate sul pavimento stesso o appoggiate contro le basi dei muri perimetrali sempre sotto le scaffalature.

Nei cesti di vimini erano conservate tavolette di piccole dimensioni e di forma tondeggiante, mentre sul pavimento e contro le basi dei muri erano poste soltanto le tavolette di grandi dimensioni. La profondità e l’altezza delle scaffalature lignee, che ovviamente bruciarono rapidamente quando fu appiccato il fuoco al Palazzo Reale appena completato il saccheggio, facendo in parte crollare le tavolette al suolo e in parte facendole scivolare verso il centro del vano, sono state ricostruite con precisione perché, da un lato, sono stati trovati i fori nella pavimentazione dove erano fissati i supporti verticali .

Le tavolette medio-grandi, quadrate e di formato molto regolare, rendiconti mensili di uscite ed entrate di beni, misuravano 18/21 cm per 21/22 cm ai lati, con uno spessore che al centro poteva raggiungere anche i 3 o 4 cm, ai bordi, di 1,5 o 2 cm. Il ritrovamento, soprattutto contro le pareti, di file di tavolette di questo tipo rimaste in posizione verticale, pur slittando per il crollo delle scaffalature, rifletteva perfettamente l’originario ordine di conservazione dei documenti.

Questo ordine era sistematico e accuratamente studiato per una rapida individuazione delle t

avolette che si volevano consultare, classificate per nome e mese di registrazione, sul bordo piano. Bastava, quindi, come si fa oggi con gli schedari cartacei, scorrere leggermente dall’alto le tavolette ordinatamente disposte per file affiancate per poter facilmente individuare, leggendo il nome del mese sul bordo superiore, il rendiconto cercato.

Le tavolette tondeggianti e con i bordi arrotondati e non piani, anch’esse numerose, non potevano, invece, per la loro forma, essere conservate in verticale e dovevano essere deposte di piatto sui ripiani, probabilmente con qualche criterio di raggruppamento per analogia contenutistica. Altre tavolette rettangolari di grandi dimensioni, che contenevano i rendiconti annuali e che in media misuravano circa 35/36 cm per 32/33 cm, erano adagiate direttamente sul pavimento di piatto.

Gran parte dei testi era costituita da documenti contabili delle più varie tipologie che registravano meticolosamente i movimenti in uscita e in entrata di vari generi di prodotti, in larga misura tessili e metallici, ma anche frequentemente di carattere agricolo, che riflettono il controllo capillare esercitato dall’amministrazione centrale di un potente stato territoriale.

Altre tavolette coinvolgevano dati relativi a eventi politici e militari, aspetti istituzionali, ricorrenze e festività religiose, fatti significativi della vita di personaggi della corte, testi lessicali monolingui sumerici e soprattutto bilingui sumerico-eblaiti, di eccezionale importanza per la filologia sia semitica sia sumerica, definiti i più antichi vocabolari bilingui della storia, utilizzate per far pratica di un sistema di scrittura assai complesso per la sua duplicità, ai giovani scribi reali. Non mancavano decine di testi amministrativi non contabili, tra i quali si annoverano lettere, ordinanze, verdetti, trattati e rapporti, che sono resti molto significativi dell’organizzazione dello stato eblaita e delle relazioni tra il sovrano, il vizir e una serie di alti dignitari e funzionari di un ristretto gruppo dirigente incaricati di funzioni di governo.

Gli Archivi Reali di Ebla, dunque, riflettono le attività scrittorie di una burocrazia fortemente organizzata, sono gli archivi centrali di uno dei più importanti regni del XXIV secolo a.C. di tutta l’area dell’Asia occidentale, tra le montagne degli Zagros a est, la catena del Tauro a nord, il Deserto siro-arabico a sud e il delta orientale del Nilo a sud-ovest.

Daniele Mancini

Per un approfondimento bibliografico:

 

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