L’ADATTAMENTO DEI MAYA AI CAMBIAMENTI CLIMATICI NEL BELIZE NORD-OCCIDENTALE
Rari reperti architettonici e manufatti rinvenuti nel Belize nord-occidentale e risalenti al periodo Postclassico maya, l’ultima fase ascrivibile al periodo tra IX e XVI secolo d.C., mostrano come i centri urbani di quella civiltà stavano affrontando importanti sfide sociali e ambientali.
Le civiltà del passato sono state significativamente influenzate dai cambiamenti climatici ma, spesso, non è altrettanto chiaro come si siano adattate alle nuove condizioni.

In una recente ricerca pubblicara sulla rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences), un team di archeologi e geografi descrive come da un nuovo scavo presso il complesso di zone umide di Birds of Paradise, (BOP), nel Belize nord-occidentale, offra spunti di riflessione su come la Civiltà maya abbia reagito ai cambiamenti sociali e ambientali tra l’800 e il 1500.
Frutto di oltre 20 anni di ricerche sul campo nella regione delle pianure maya, questo studio ha portato alla luce la più grande collezione di legno architettonico mai rinvenuta nell’entroterra, insieme a manufatti che offrono spunti di riflessione sulla sussistenza dei Maya nelle zone umide durante un periodo in cui i centri urbani vicini erano stati abbandonati.
Secondo Lara Sánchez-Morales , docente associata di antropologia alla New York University e autrice principale dell’articolo, la scoperta più entusiasmante è la straordinaria conservazione di architetture in legno in una zona umida tropicale.
Sánchez-Morales e i suoi colleghi, tra cui Timothy Beach, docente di geografia e ambiente all’Università del Texas a Austin, si sono avvalsi di diversi metodi, tra cui la mappatura LiDAR, – una tecnica di telerilevamento che utilizza laser pulsati per generare immagini tridimensionali, per localizzare queste caratteristiche in questo paesaggio intricatamente costruito dall’uomo.

Gli autori aggiungono che il metodo più importante è stato lo scavo sistematico, che ha permesso al team di ricostruire la cronologia e le fasi di costruzione dell’insediamento.
Sánchez-Morales ritiene che la scoperta metta in discussione l’assunto a lungo sostenuto che siti come questo non potessero sopravvivere ai tropici americani e suggerisce che si potrebbero trascurare altri luoghi simili: è un vero e proprio promemoria del fatto che la documentazione archeologica di questi ambienti è più ricca di quanto si pensi e potrebbe contribuire a ripensare il modo in cui si cercano e si interpretano gli insediamenti nei tropici americani.
Gli autori dell’articolo osservano che le zone umide fornivano risorse per la caccia e la pesca alle popolazioni antiche, fungendo anche da rifugio durante i periodi di siccità e di sconvolgimenti sociali. Tuttavia, aggiungono, il rapido deterioramento dei manufatti organici può rendere difficile lo studio degli antichi insediamenti nelle zone umide tropicali.
L’insediamento comprendeva otto tumuli di terra, probabilmente basamenti per edifici, e un’ampia piattaforma rialzata costruita in pietra calcarea. Nel sito sono stati rinvenuti numerosi manufatti ceramici e litici sparsi, resti faunistici e 10 pali di legno ben conservati, che probabilmente rappresentavano le fondamenta strutturali dell’insediamento.
Secondo Beach, nel loro insieme, questi reperti rivelano una comunità del Belize nord-occidentale altamente adattabile, con strumenti, alimenti e materiali da costruzione diversificati, dimostrando che le comunità maya erano in grado di spostarsi da un habitat all’altro e di sopravvivere a condizioni climatiche estreme, anche se non è possibile sapere ancora quanto fosse numerosa questa popolazione che viveva nelle zone umide né come funzionasse.
I prossimi passi prevedono l’ampliamento degli scavi per comprendere come i Maya costruissero con legni rari, come si nutrissero e come questo insediamento nelle zone umide si inserisse in una regione soggetta a un diffuso abbandono.
Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini


