DA SCAVI ARCHEOLOGICI DI GERUSALEMME, STUDI SU CAMPO MAGNETICO TERRESTRE

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Gli scavi archeologici in siti che presentano segni di distruzione o abbandono sono sempre affascinanti e, ultimamente, questi studi assumono una nuova dimensione perché i ricercatori utilizzano i resti distrutti per cercare di comprendere anche il comportamento imprevedibile del campo magnetico terrestre.

Quando un’intera città viene improvvisamente sepolta da un’eruzione vulcanica, demolita da un terremoto o bruciata da un brutale invasore, la tragedia è congelata in un singolo momento nel tempo, dando agli esperti un’immagine più chiara di come le persone potessero vivere o di come una determinata cultura fosse strutturata.

Un team di ricercatori dell’Università di Tel Aviv, della Hebrew University di Gerusalemme e dell’Israel Antiquities Authority è stato in grado di raccogliere dati sul campo magnetico del nostro pianeta utilizzando frammenti di pavimentazione rinvenuti in una lussuosa abitazione di Gerusalemme distrutta durante il sacco babilonese del 586 a.C.

Lo studio, pubblicato sulla rivista PLOS ONE, mostra che quando il re Nabucodonosor distrusse il Primo Tempio e la capitale del Regno di Giuda, più di 2.600 anni fa, l’intensità del campo magnetico nella regione era quasi doppia rispetto a quella odierna. Questo dato è parte di un’anomalia magnetica nota, ma ancora inspiegabile, centrata sul Medio Oriente durante gran parte del periodo che ora chiamiamo Età del Ferro e che ha visto la forza del campo raggiungere livelli senza precedenti.

La magnetosfera terrestre, che si estende nello spazio, protegge dalla radiazione solare e da altre particelle ad alta energia che sono pericolose per gli esseri viventi, è necessario per l’orientamento di uccelli , animali ed esseri umani e, seppur invisibile, illumina il cielo quando interagisce con le particelle del vento solare a latitudini più elevate, vicino ai poli, creando lo spettacolare fenomeno delle aurore boreali.

La maggior parte degli scienziati concorda sul fatto che il campo magnetico terrestre ha origine nel nucleo interno al nostro pianeta, che inizia a circa 2900 chilometri sottoterra e dove il movimento del metallo liquido funziona come un’enorme dinamo elettromagnetica. Meno chiaro è il motivo per cui il campo fluttua in intensità e direzione e perché la sua polarità, a volte, si inverte, con l’ultima inversione verificatasi circa 780.000 anni fa.

Secondo Albert Einstein, il comportamento del campo magnetico è uno dei grandi misteri della fisica ma la comprensione e la possibilità di prevedere i suoi cambiamenti avrebbe assunto una nuova importanza per gli scienziati moderni. Il campo ha perso circa il 10 percento della sua forza da quando le misurazioni sono iniziate meno di 200 anni fa, portando alcuni ricercatori a chiedersi se siamo sulla strada per un’inversione di polarità, che sarebbe preceduta dalla perdita del nostro prezioso scudo contro le radiazioni cosmiche.

Yoav Vaknin, dell’Università di Tel Aviv, uno degli autori dello studio, uno dei problemi per la costruzione di un modello valido del comportamento del campo è il periodo di tempo relativamente breve per il quale si hanno dei dati da confrontare. Entra in gioco, dunque, l’archeomagnetismo, una tecnica attraverso la quale i ricercatori possono recuperare i dati sul campo magnetico da manufatti che, spesso, sono più antichi di migliaia di anni dei dati in possesso degli studiosi.

La pavimentazione dell’edificio presa in considerazione per gli studi del campo magnetico terrestre

Molti antichi manufatti, in pietra, laterizi e vasellame in argilla, contengono tracce di materiali ferromagnetici, come ossidi di ferro e altri minerali che, portati a una certa temperatura, che varia a seconda della sostanza, raffreddandosi si magnetizzano in base alla direzione e all’intensità del campo magnetico circostante.

Quindi, se gli archeologi comprendono quando un oggetto è stato riscaldato l’ultima volta ad alta temperatura, possono anche individuare come appariva il campo magnetico in quel momento. Il metodo funziona anche per tutti i manufatti che venivano comunemente cotti in un forno, ma risulta meno preciso, perché è possibile solo stimarne la datazione in base agli stili della ceramica o ai materiali organici databili al carbonio trovati nelle loro vicinanze. I siti, invece, che sono stati distrutti da incendi violenti o eruzioni vulcaniche, possono essere datati con precisione e l’analisi può funzionano meglio.

È stato proprio il caso dell’abitazione a due piani scoperta di recente vicino alla cosiddetta Città di Davide, il nucleo più antico della Gerusalemme del periodo del Primo Tempio. L’edificio, che probabilmente apparteneva a un membro dell’élite del Regno di Giuda, è stata distrutta da un enorme incendio che gli archeologi hanno collegato alla distruzione babilonese di Gerusalemme.

Segni archeologici della distruzione babilonese sono stati trovati in tutta la città antica, ben prima che la casa di lusso fosse scoperta. Sulla base dei resti di ceramica e dei nomi sulle impronte di sigilli trovati tra le rovine, l’interpretazione più probabile è che anche la distruzione di questo edificio possa essere attribuita alla furia di Nabucodonosor.

Dalle eleganti decorazioni pavimentali, che un tempo adornavano il secondo piano dell’edificio, crollato, gli archeologi hanno prelevato dei campioni per alcune analisi. I test sono stati condotti utilizzando magnetometri molto sensibili presso il laboratorio di paleomagnetismo della Hebrew University.

Secondo Lisa Tauxe, geofisica dell’Università della California, di San Diego, la datazione precisa dei materiali analizzati conduce a una buona risultato sulla comprensione del campo magnetico per quel tempo e luogo.

Sebbene questa sia la prima volta che le informazioni “magnetiche” di un periodo così lontano siano state datate con questo livello di precisione, l’alta intensità del campo riportata dallo studio non è stata una sorpresa completa. Precedenti ricerche su manufatti datati all’Età del Ferro, principalmente vasellame ceramico, hanno già dimostrato che nel Vicino Oriente il campo magnetico era insolitamente forte e variabile durante questo periodo: questo è quanto gli esperti hanno definito l’anomalia dell’Età del Ferro levantina, che si estendeva dal X secolo a.C. fino almeno al V secolo a.C., nel Vicino Oriente e in alcune zone dell’Europa meridionale.

Tali anomalie non sono rare e possono essere collegate anche a eruzioni vulcaniche o attività in profondità all’interno del nucleo del pianeta. Gli studiosi, comunque, sottolineano che il campo magnetico terrestre varia da regione a regione, per cui le informazioni raccolte sul campo archeologico gerosolimitano possono essere considerate valide solo per un raggio di circa 1.000 chilometri.

A causa di questa variabilità, squadre di archeologi in tutto il mondo cercano di raccogliere la documentazione archeologica necessaria locale affinché il quadro possa fornire migliori informazioni sul declino in corso o la potenziale scomparsa del campo magnetico.

In Israele, i ricercatori stanno lavorando su siti che vanno dal periodo neolitico al periodo ottomano e, fortunatamente per gli archeologi, il Levante è stato oggetto di guerre, battaglie, invasioni distruttive, dagli Egizi, agli Assiri e ai Babilonesi, dai Romani, ai Crociati e agli Ottomani,che hanno lasciato diversi segni di devastazione, raccogliendo informazioni fondamentali per gli studi archeomagnetici.

La ricerca di antichi “documenti magnetici” non è utile solo per fini geofisici, permette, infatti, di fornire agli archeologi un nuovo e prezioso strumento per datare manufatti e siti che non possono essere fissati cronologicamente con altri metodi.

Una volta acquisito un numero sufficiente di documenti datati in modo sicuro, proprio come l’abitazione di Gerusalemme del 586 a.C., un volta creato un valido database, i ricercatori saranno in grado di confrontare le informazioni di queste “ancore temporali” con quelle magnetiche provenienti da siti appena scoperti e capirne al meglio la cronologia.

Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini

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