BACINI IDRICI INQUINATI CAUSE DECADENZA CIVILTA’ MAYA

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La civiltà Maya, nel Messico meridionale e nell’America centrale settentrionale, ha iniziato a prendere forma circa 4.000 anni fa ed è stata caratterizzata da primitivi insediamenti e sfruttamento dell’agricoltura nell’area. Sebbene questa non fosse una collettività organizzata o uno stato che si definirebbe “Maya”, sebbene una sorta di arte e scrittura geroglifica risalga a  a 2.400 anni fa, solo nella sua fase “classica”, dal III d.C. fino al X, la civiltà Maya avrebbe creato grandi centri urbani e persino città-stato, con architettura monumentale.

A partire dal XI secolo d.C., il periodo “post-classico”, secondo gli archeologi più accreditati, la civiltà Maya ha iniziato un crollo per ragioni ancora oggi poco chiare, dal collasso ecologico, dovuto all’eccessivo sfruttamento dei terreni e agli scompensi climatici prodotti dai massicci diboscamenti ma anche alla forte instabilità politica e sociale innescata da crescenti pressioni esterne, dall’indebolimento dell’autorità dei sovrani di fronte a un’aristocrazia divisa e bellicosa e a sudditi oppressi e scontenti.

Un team di archeologi ha pubblicato, sulla rivista Nature, che a Tikal, una delle due principali città-stato Maya, i bacini idrici erano stati contaminati da metalli pesanti e alghe tossiche, contribuendo all’improvviso crollo della città già nel IX secolo.

Nell’antica Tikal, secondo David Lentz, dell’Università di Cincinnati, i bacini idrici nel cuore della città sono stati così inquinati da mercurio, fosfato e cianobatteri rendendo l’acqua velenosa, dati che fino a oggi non erano noti.

Gli sconvolgimenti climatici della Mesoamerica sono ampiamente riconosciuti da studi del 2012 in cui un altro team di archeologi ha proposto che le popolazioni Maya siano state spinte ad espandersi in modo massiccio da piogge anomale già a partire dall’anno 400 d.C., circa. Solo dal 660 d.C. circa, è iniziata una tendenza all’aridificazione, culminata in terribili mega-siccità durate decenni, tra l’820 e l’870 d.C. Questo fattore ha contribuito affinché la terra abbia perso la sua capacità di sostenere la popolazione,  che si era moltiplicata nei periodi più umidi.

Gli abitanti di Tikal avrebbero potuto  attingere alle falde acquifere sotterranee poste a oltre 200 metri sotto la superficie e non ne avevano la tecnologia. Non avevano accesso a fiumi o laghi e si sono dovuti affidare alla creazioni di enormi depositi di acqua in bacini che circondavano la città, che si sarebbero riempiti durante la stagione delle piogge e da adoperare negli altri periodi.

I bacini idrici e le cisterne, non periodicamente manutenuti, accumulano minerali e sali. Se l’acqua entra costantemente o sporadicamente e se ne va solo per estrazione o evaporazione, può derivarne una miscela tossica. La popolazione di Tikal ha convogliato l’acqua piovana dai bacini ai loro serbatoi nel centro urbano e il team di ricerca ha analizzato i sedimenti nella parte inferiore di quattro di questi bacini idrici, due nel centro della città e due periferici, per chiarire la qualità dell’acqua contenuta.

Si è scoperto che i due serbatoi nel centro della città, chiamati i bacini del tempio e del palazzo, contenevano livelli tossici di mercurio, al di là di quello che oggi considereremmo fortemente inquinato, soprattutto nei residui riferibili al periodo classico finale, poco prima che il centro fosse abbandonato.

Analogamente al piombo degli antichi sistemi idrici romani, la popolazione del posto usava l’acqua senza rendersi pienamente conto che fosse mortale. Nel caso dei Maya, hanno fatto un uso intenso del cinabro (un solfuro di mercurio), un composto rosso sangue, in coloranti e vernici e in attività rituali.

Gli studiosi riferiscono che tutte le sepolture d’élite a Tikal contenevano abbondanti quantità di cinabro, fino a 10 chilogrammi, perché affascinati dal mercurio liquido, che gli archeologi hanno trovato in numerosi siti Maya, anche in ceramica associata a cerimonie e sepolture.

I bacini del tempio e del palazzo erano alimentati da un ruscellamento artificiale proveniente da una zona di sepoltura cerimoniale circondata da altri quattro templi e due enormi complessi palaziali. Gli archeologi notano che, in teoria, il mercurio sarebbe potuto arrivare anche da eruzioni vulcaniche ma sarebbe stato disperso in modo più uniforme.

Gli archeologi hanno anche riscontrato un’intensa contaminazione da fosfati negli ultimi strati di sedimenti della Cisterna del Tempio che, probabilmente, derivava principalmente da detriti alimentari e da problemi di igiene delle acque reflue. Anche la Cisterna del Palazzo presentava un’alta contaminazione da fosfati, al contrario dei due bacini periferici.

Un’intensa infezione cianobatterica (impropriamente definita di alghe azzurre) del Tempio e del Palazzo, una delle prime forme di vita sul pianeta, prolifica quanta più sporca sia l’acqua a causa di fognature, immondizia e vari tipi di residuo organico, dal momento che emette sostanze che sono generalmente tossiche per altre forme di vita, incluso l’uomo: una volta che una fioritura cianobatterica prende il sopravvento, può diventare la forma di vita dominante in quel bacino d’acqua.

Mille anni or sono, tuttavia, non esistevano tecniche antibatteriche a soccorso dei serbatoi Maya infestati e con il diminuire dei livelli di acqua nei serbatoi, la concentrazione di minerali e fosfati aumentava, costituendo ambiente ideale per i cianobatteri, avvelenando l’acqua!

Secondo gli studiosi, ogni classe sociale veniva, dunque, avvelenata ad ogni utilizzo dell’acqua e, la combinazione di siccità con bacini idrici contaminati e la città sovrappopolata, avrebbe segnato la fine per il popolo di Tikal.

Uno dei tanti problemi che minaccia le megalopoli moderne è proprio la presenza di rifiuti che contamina le falde acquifere e l’utilizzo di piante di dissalazione non risolverà il problema delle popolazioni in crescita con riserve d’acqua in diminuzione. Che la civiltà Maya possa essere da monito?

Meditiamo e… prendiamo appunti!

 

Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini

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