CARTAGINE E LO SFRUTTAMENTO ROMANO DELLE RISORSE FINO AL COLLASSO URBANO

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Per una decina di secoli, la città-stato fenicia nel Nord Africa, Cartagine, fiorì affermandosi come un potente impero commerciale con vaste colonie. Mentre gli imperi cartaginese e romano espandevano la loro portata in tutta l’Europa mediterranea e nel Nord Africa, le crescenti tensioni sul dominio politico e sul commercio culminarono nelle tre guerre puniche.

La conclusione del conflitto segnò l’inizio del periodo “neo-punico” e dell’occupazione romana di Cartagine. Dopo la dissoluzione dello stato cartaginese, le regioni amministrative furono obbligate a fornire allo stato romano beni e risorse naturali mentre gli abitanti della nuova colonia dovettero abbracciare i costumi e il dominio romani, ricevendo in cambio, come costume dei romani stessi, di conservare alcuni aspetti della propria cultura.

Con l’attuazione di questa tolleranza strategica, i romani furono in grado di sfruttare le conoscenze e le competenze degli artigiani punici e il florido territorio della regione attorno a Cartagine.

Questa transizione politica ha inaugurato un periodo di sfruttamento ambientale e sovrapproduzione industriale che, secondo alcuni studiosi, sostenuti dalle tracce archeologiche, avrebbero condizionato le dinamiche coloniali romane che avrebbero giocato anche un ruolo nel degrado e nell’eventuale abbandono di alcune città, come Zita, nella regione amministrativa della Tripolitania, oggi nella Tunisia del sud.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Current Anthropology, utilizza la teoria dell’ecologia culturale per analizzare un set di dati raccolto dagli scavi in ​​due settori di scavi urbani. Strutture caratteristiche di entrambi gli imperi commerciali, come forni, officine metallurgiche, un tofet (santuario fenicio-punico a cielo aperto) e un foro, sono presenti nel sito scavato, rendendolo interessante e fondamentale per lo studio della transizione dal controllo economico cartaginese a quello romano.

I rinvenimenti ceramici dagli scavi e dalle indagini archeologici suggeriscono che prima che i residenti iniziassero ad abbandonare Zita, all’inizio del III secolo d.C., la regione conobbe un periodo di significativa industrializzazione e prosperità, seguito da un collasso economico.

Come indicato dall’analisi stratigrafica di un settore di una delle zone, l’economia di Zita era inizialmente basata sulla produzione agricola, con l’olio d’oliva quale punta di diamante. Durante l’occupazione romana, tuttavia, le prove indicano uno spostamento verso la produzione e la raffinazione dei metalli, come il ferro.

Concentrandosi sulle correlazioni tra le materie prime necessarie per facilitare i processi industriali, gli autori utilizzano modelli archeologici per discernere se la produzione si è espansa oltre i livelli sostenibili. Per valutare il metabolismo ecologico di Zita, gli autori hanno confrontato i livelli di uso di legname d’olivo con la quantità di sottoprodotto metallurgico, o scorie, rinvenuta nel sito. Nella stratigrafia più alta del sito, sono stati rinvenuti prodotti di scarto indicativi della produzione di metallo.

Poiché il legno d’ulivo serviva come combustibile per il lavoro metallurgico, i ricercatori hanno individuato nei noccioli delle olive i misuratore del grado di consumo degli olivi per sostenere la produzione.

Gli autori descrivono in dettaglio una correlazione inversa tra il nocciolo e la produzione di metallo. I dati indicano una riduzione del consumo dei noccioli nel tempo, suggerendo che il legno d’ulivo fosse sempre più destinato a scopi metallurgici e meno a quelli alimentari.

L’analisi del carbone, infine, indica l’insostenibilità di questo cambiamento economico. Con la diminuzione dell’utilizzo del legno di ulivo, secondo gli autori, si sarebbe fatto ricorso ad altre risorse, a combustibili alternativi, appena dopo gli anni del collasso urbano.

 

Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini

Per ulteriori info: Università di Chicago

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