TRASFORMAZIONI SOCIALI NELLA PENISOLA ARABICA DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI DI 12.000 ANNI FA

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La Penisola arabica odierna è una delle regioni più aride del mondo ma il suo clima non è sempre stato lo stesso e il passato ha visto sia una maggiore aridità che una maggiore umidità in differenti periodi della storia. Come regione a rischio desertificazione e di stress idrico, in un pianeta in surriscaldamento, l’Arabia è di notevole interesse per gli scienziati che studiano i cambiamenti climatici.

In uno studio pubblicato sul PNAS della National Academy of Sciences, gli archeologi del Max Planck Institute for the Science of Human History di Jena, in Germania, hanno dimostrato di aver condotto il primo confronto dettagliato delle interazioni uomo-ambiente in Arabia, esaminando la zona sud-orientale e quella settentrionale. Gli studiosi hanno scoperto che i popoli antichi hanno reagito ai cambiamenti climatici in vari modi, in base alla regione in cui vivevano e alle risorse ambientali, sociali e tecnologiche a loro disposizione.

Circa 10.000 anni fa, l’Arabia ha visto un aumento significativo delle precipitazioni e un’espansione di laghi e vegetazione che hanno supportato gli insediamenti umani in tutta la penisola. Nei millenni che seguirono, tuttavia, una serie di siccità estreme ha portato a drastici cambiamenti nell’ecosistema.

Nella Penisola arabica settentrionale, la presenza di grandi falde acquifere e precipitazioni stagionali hanno facilitato la sopravvivenza attraverso condizioni climatiche molto variabili, anche grazie alle secolari oasi. In particolare, alcune di queste, inclusa una in quella che oggi è la città di Jubbah,  hanno sostenuto la presenza umana e la documentazione archeologica ne indica costantemente la presenza nel Deserto del Nefud circostante, per un periodo di 9000 anni.

La scoperta di siti in grotta come quello di Jebel Oraf, ai margini dell’oasi di Jubbah, e un sito nei pressi dell’antico lago con oltre 170 focolari e resti di bestiame, mostrano il lungo utilizzo della regione. Maria Guagnin, una delle ricercatrici, ritiene che gruppi di nomadi pastori hanno occupato ripetutamente la regione per millenni, facendo affidamento sulla mobilità, su una vasta conoscenza del paesaggio e delle sue risorse per sopravvivere ai cambiamenti climatici e alla siccità.

Durante il cosiddetto Dark Millennium, un periodo arido occorso tra i 5.900 e i 5.300 anni or sono, durante il quale si ritiene che gran parte dell’Arabia fosse inabitabile, gli arhceologi hanno nuovamente trovato prove di occupazione nell’oasi di Jubbah. In altre aree dell’Arabia settentrionale, la gente ha costruito piccole fortificazioni attorno alle oasi, dozzinali sistemi di canalizzazione per catturare il deflusso dell’acqua e ha iniziato a scavare pozzi.

Secondo Huw Groucutt, questi risultati indicano che la presenza di vaste falde acquifere poco profonde, in combinazione con un’elevata mobilità della popolazione, a strategie di gestione delle acque e alla trasformazione economica, ha fornito opportunità per la sopravvivenza a lungo termine delle popolazioni settentrionali della Penisola.

La Penisola arabica sud-orientale, a differenza del settentrione, apparentemente godeva di meno falde acquifere sotterranee ed è stata in maggior correlazione con il susseguirsi di antiche siccità e il drammatico cambiamento sociale.

Dopo la fase umida dell’Olocene, una successiva recessione climatica, che è durata tra gli 8.200 a 8.000 anni fa, ha prodotto effetti così estremi che si pensa che siano stati collegati all’epocale passaggio dalla caccia e raccolta alla domesticazione degli animali. Le successive siccità, tra i 7.500 a 7.200 anni fa e tra i 6.500 a 6.300 anni fa, corrispondono a un drastico declino dell’occupazione del deserto interno, allo sviluppo delle comunità di pastori e pescatori sulla costa e alla creazione di una rete commerciale marittima tra pastori arabi e comunità agricole in Mesopotamia.

L’estrema aridità del Dark Millennium ha portato, dunque, all’abbandono dell’interno del deserto  sud-orientale della Penisola arabica e alla migrazione delle popolazioni verso la costa del Golfo. Precedenti risultati della ricerca suggeriscono, tuttavia, che anche le popolazioni costiere hanno risentito degli effetti delle minori risorse disponibili. Precedenti scavi nel sito marittimo di Ras al-Hamra rivelano che le popolazioni costiere dell’Oman di questo periodo erano in cattive condizioni di salute. I tumuli di ossa di dugongo, un mammifero marino della famiglia dei trichechi, appositamente organizzati, scavati nell’isola di Akab, negli Emirati Arabi Uniti, suggeriscono atti di consumo ritualizzati , forse una risposta alla scarsità di cibo.

Comprendere il rapporto tra i cambiamenti climatici regionali e gli adattamenti che consentono la resilienza della società può fornire preziose lezioni per le società moderne di tutto il mondo.

Michael Petraglia ritiene che per millenni, l’allontanamento da regioni colpite duramente dalle gravi crisi climatiche, sia stata la principale risposta umana, ma con l’aumento della popolazione e l’aumento degli investimenti per la ricerca delle risorse, le opzioni per la mobilità umana sono diminuite nel tempo. Allo stesso modo, il rapido esaurimento delle falde acquifere degli ultimi anni, oggi, evidenzia la necessità di soluzioni sostenibili per far fronte alle nuove sfide ambientali.

I ricercatori sottolineano che agire ora per affrontare l’emergenza climatica è nel miglior interesse del mondo, ma gli scenari che affrontiamo ora sono senza precedenti. Non solo il cambiamento climatico causato dall’uomo è più imprevedibile, ma le opzioni disponibili per le società oggi sono molto più limitate di quelle che hanno permesso ai nostri antenati di resistere ai cambiamenti del passato.

 

Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini

Per ulteriori info: Max Planck Institute for the Science of Human History

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