SCAVO ARCHEOLOGICO PIU’ PRODUTTIVO CON MIGLIORI CONDIZIONI DI LAVORO!

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Lo scavo archeologico ha, storicamente, operato in una struttura molto gerarchica: la storia della scienza archeologica è, inoltre, profondamente intrecciata alle attività coloniali delle nazioni occidentali e, ancora oggi, molte delle campagne archeologiche, nelle varie culle delle civiltà, sono condotte da archeologi stranieri occidentali che coinvolgono il personale locale quasi esclusivamente per eseguire il lavoro manuale dello scavo archeologico.

In un articolo pubblicato di recente sulla rivista Archaeologies: Journal of the World Archaeological Congress, Allison Mickel, archeologa orientalista e docente di antropologia presso la Lehigh University, esaminando la ricerca archeologica realizzata in Medio Oriente nel XIX e del XX secolo, ha rilevato che gli operai di scavo assunti localmente hanno beneficiato molto poco del lavoro sui progetti archeologici realizzati, ancora prevalentemente diretti da ricercatori europei e americani che hanno pagato salari estremamente bassi e non hanno condiviso i risultati delle ricerche con i membri della comunità locale.

Nel corso del tempo, i team sono diventati di dimensioni più ridotte, ma le pratiche di assunzione e di lavoro sono rimaste le stesse: i più alti gradi della gerarchia dei cantieri sono rimasti affidati agli studiosi occidentali, mentre i lavoratori locali hanno assunto le mansioni più pesanti e sono stati pagati con salari minimi, a volte solo pochi dollari al giorno, che non è molto da spendere anche nel loro contesto, per il lavoro pericoloso e rischioso da affrontare.

Nell’articolo, la Mickel analizza soprattutto i metodi in cui gli archeologi del XIX secolo, che lavoravano in Medio Oriente, gestivano il lavoro locale, riflettendo i modelli capitalistici di gestione del lavoro. Si concentra su due casi di studio dell’archeologia mediorientale esaminando le memorie di due archeologi famosissimi: l’italiano Giovanni Battista Belzoni, noto per la sua opera in Egitto, e il britannico Sir Austen Henry Layard, meglio conosciuto per il suo lavoro a Nimrud, antica città assira posta a circa 35 km a sud di Mosul, in Iraq.

L’analisi della Mickel rivela i diversi modi in cui i lavoratori locali hanno risposto alle difficili condizioni di lavoro e il suo esame mostra quanto la conoscenza archeologica abbia fondamentalmente fatto affidamento sulle scelte dei lavoratori locali che effettuano lo scavo archeologico.

Mickel sostiene che il quadro stabilito dal filosofo ed economista tedesco Karl Marx sul modo di produzione capitalistico può essere riscontrato nel lavoro archeologico del XIX secolo in Medio Oriente e, in diversi casi, anche nei progetti archeologici odierni. Marx scrive: “[…] Il modo di produzione capitalistico porta i lavoratori a sperimentare un senso di impotenza e l’incapacità di realizzare il potenziale delle proprie risorse, competenze e abilità”.

Nell’analisi della Mickel, l’approccio di Belzoni per assicurarsi i lavoratori locali per le sue missioni in Egitto, iniziate nel 1816, esemplificava le condizioni dei modi di produzione che conducevano al raggiungimento dei suoi fini, passando per lo sfruttamento dei lavoratori locali.

Sottopagando il lavoro archeologico degli egiziani, si comprende che lo scavo archeologico è stato letteralmente considerato di scarso valore: avvalorando le teorie di Marx, la scarsa retribuzione degli operai si è estesa al mancato coinvolgimento nella concettualizzazione del progetto.

Alla fine, infatti, le antichità rinvenute sono state spedite a migliaia di chilometri di distanza eliminando ogni legame, sia ideologico che spaziale, tra i lavoratori e i manufatti portati alla luce attraverso lo scavo archeologico, così come le conoscenze che ne derivano.

La Mickel scrive anche sull’uso, da parte di Belzoni, di tattiche repressive per mantenere la forza lavoro che ha impiegato, dalla violenza fisica alla becera corruzione. Belzoni ha usato, per esempio, un caposquadra per costringere i lavoratori a tornare al lavoro durante uno sciopero…

Nel 1816, dopo il suo famoso scavo dell’enorme busto colossale di Ramses II, erroneamente definito Giovane Memnone, oggi al British Museum, Belzoni ha dovuto lasciare l’Egitto per un breve periodo per raccogliere fondi necessari al proseguimento delle sue missioni. Belzoni credeva che gli operai e le loro famiglie fossero troppo pigri per scavare da soli e, in effetti, non è avvenuto alcun sostanziale scavo archeologico in sua assenza.

Secondo la Mickel, le ragioni di questo non hanno nulla a che fare con la forza lavoro nativa egiziana, ma piuttosto possono essere spiegate in termini di vera e propria causata alienazione dalle proprie origini.

Nell’esaminare il libro di memorie di Layard, la Mickel trova che, sebbene Layard lavorasse nella stessa regione e durante lo stesso periodo di tempo di Belzoni, i suoi operai hanno risposto a condizioni di lavoro simili in modo molto diverso.

Secondo la Mickel, i gruppi di lavoratori esaminati hanno preso decisioni molto divergenti sul modo migliore di rispondere a un sistema di sfruttamento del lavoro, se insorgere manifestamente contro di esso o resistere alla svalutazione del loro lavoro, ritenendosi essenziali per la ricerca di manufatti antichi e le relative conoscenze storiche.

Le strategie di Layard per l’assunzione e la gestione di una forza lavoro locale avevano molto in comune con quella di Belzoni, inclusi i drastici elementi dei modi di produzione capitalistici, come i bassi salari. Layard, stesso, nei suoi diari accenna a considerazioni di superiorità della civiltà occidentale sulle popolazioni e sulle culture orientali.

Gli operai di Layard, spiega la Mickel, appaiono spesso, nei suoi scritti, come esperti degni di fiducia nel processo di scavo archeologico. Tra questi si distinse un nativo che ha assunto più volte, Hormuzd Rassam, che ha anche condotto propri scavi per conto del British Museum in luoghi come Nimrud e Ninive. Rassam ha anche pubblicato le sue memorie archeologiche per la distribuzione popolare.

Mickel mette a confronto questi due contesti e conclude che i gruppi di lavoratori esaminati, seppur operando in circostanze estremamente simili, hanno preso decisioni molto divergenti sul modo migliore di rispondere a un sistema di sfruttamento del lavoro. La Mickel si chiede, anche, come sarebbe stata la documentazione archeologica e come si sarebbe trasformata la conoscenza se lo scavo archeologico non fosse controllato solo dagli archeologi ma condiviso anche con le maestranze locali?

Oggi, come parte del suo lavoro, la Mickel supervisiona e partecipa a diverse campagne, da Petra, in Giordania, a Catalhoyuk, in Turchia, esamina i rapporti di scavo archeologico e le interazioni con le risorse umane locali, studiando le esperienze dei lavoratori sul sito.

Scavo archeologico a Petra

La Mickel ritiene che un miglioramento delle pratiche lavorative gioverebbe non solo ai lavoratori locali, messi da parte per decenni, ma all’archeologia nel suo insieme, sostenendo che la scienza archeologica, che non è una pratica benefica, ne gioverebbe in modo sostanziale.

Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini

Per ulteriori info: Lehigh University

Belzoni

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