I ricercatori dell’Università di Newcastle e dell’Accademia di Belle Arti di Vienna hanno riesaminato un piccolo oggetto in lega di rame, rinvenuto un secolo fa in una necropoli di Badari, nell’Alto Egitto, e hanno concluso che si tratta del più antico trapano ad arco in metallo identificato nell’antico Egitto, risalente al periodo predinastico (fine del IV millennio a.C. (Cultura di Naqada).

Fotografia originale del manufatto pubblicata nel 1927 da Guy Brunton (a sinistra) e il manufatto vero e proprio, foto di Martin Odler

Il manufatto (catalogato come 1924.948 A presso il Museo di Archeologia e Antropologia dell’Università di Cambridge) fu rinvenuto nella tomba 3932, la sepoltura di un uomo adulto. Quando fu pubblicato per la prima volta negli anni ’20, il manufatto, lungo solo 63 millimetri e del peso di circa 1,5 grammi, fu descritto come “un piccolo punteruolo di rame, con una cinghia di cuoio avvolta attorno”. Quella breve nota si rivelò facile da ignorare e l’oggetto attirò poca attenzione per decenni.

Tuttavia, i ricercatori hanno scoperto, sfruttando i moderni ingrandimenti, che l’utensile presenta un’usura caratteristica, tipica della perforazione: sottili striature, bordi arrotondati e una leggera curvatura all’estremità lavorante, tutte caratteristiche che indicano un movimento rotatorio e non una semplice perforazione.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Egypt and the Levant, ha descritto anche sei spire di una cinghia di cuoio estremamente fragile, che i ricercatori sostengono essere un residuo della corda dell’arco utilizzata per alimentare un trapano ad arco, un antico equivalente di un trapano a mano, in cui una corda avvolta attorno a un’asta viene mossa avanti e indietro da un arco per far girare rapidamente il trapano.

Martin Odler,  Visiting Fellow presso la Facoltà di Storia, Studi Classici e Archeologia dell’Università di Newcastle e autore principale dello studio, ritiene che gli antichi Egizi, famosi per i templi in pietra, le tombe dipinte e i gioielli sfarzosi, dietro queste conquiste celavano tecnologie pratiche e quotidiane che raramente sono sopravvissute nella documentazione archeologica. Una delle più importanti era il trapano: uno strumento utilizzato per forare legno, pietra e perline, che consentiva di realizzare qualsiasi cosa, dalla fabbricazione di mobili alla produzione di ornamenti.

Ocler ritiene che questa nuova analisi ha fornito solide prove del fatto che questo oggetto fosse utilizzato come trapano ad arco, il che avrebbe prodotto un’azione di perforazione più rapida e controllata rispetto alla semplice spinta o torsione manuale di uno strumento simile a un punteruolo. Ciò suggerisce che gli artigiani egiziani padroneggiassero la perforazione rotativa affidabile più di due millenni prima di alcuni dei set di trapani meglio conservati.

I trapani ad arco sono ben noti dai periodi successivi della storia egizia, compresi gli esempi sopravvissuti del Nuovo Regno, risalenti alla metà o alla fine del secondo millennio a.C., con  scene tombali che mostrano artigiani che forano perline e oggetti in legno; le tombe si trovano nell’area dell’attuale riva occidentale di Tebe (Luxor).

L’analisi chimica condotta dal team, utilizzando la fluorescenza a raggi X portatile (pXRF), ha scoperto che il trapano era realizzato con un’insolita  lega di rame.  Il coautore dello studiom  Jiří Kmošek,  spiega che la lega di rame del trapano contiene arsenico e nichel, con notevoli quantità di piombo e argento. Una tale ricetta avrebbe prodotto un metallo più duro e visivamente distintivo rispetto al rame standard. La presenza di argento e piombo potrebbe suggerire scelte di lega deliberate e, potenzialmente, una più ampia rete di materiali o know-how che collegava l’Egitto al più ampio Mediterraneo orientale antico nel IV millennio a.C.

Lo studio, collegato al progetto EgypToolWear (Horizon Europe Guarantee), evidenzia anche come le collezioni museali possano ancora offrire scoperte importanti. Un piccolo oggetto, scavato molto tempo fa e descritto in una sola riga, si è scoperto che conserva non solo una lavorazione antica dei metalli, ma anche una rara traccia di materiale organico, prova di come lo strumento veniva effettivamente utilizzato.