sabato, 17 Gennaio 2026
Pillole di Storia

PILLOLE DI STORIA, STORIA DELL’ARCHEOLOGIA: MICENE E LA SUA SCOPERTA

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La Civiltà micenea attrasse l’attenzione del grande pubblico quasi 160 anni fa, dopo la metà del XIX secolo, grazie soprattutto a Heinrich Schliemann, il cosiddetto «padre dell’archeologia micenea». E’ un uomo verso il quale gli archeologi moderni non risparmiano il loro astio, in parte per i suoi metodi di scavo primitivi e in parte perché non è mai stata verificata fino in fondo l’attendibilità dei suoi resoconti. Grazie ai suoi scavi condotti negli anni settanta dell’Ottocento nell’Anatolia nord-occidentale, e precisamente a Hisarlik, che lui aveva identificato con Troia, Schliemann decise che, poiché aveva trovato il lato troiano della guerra di Troia, era logico che avrebbe potuto trovare anche il lato miceneo.

Fu decisamente molto più facile per lui trovare Micene nella terraferma greca di quanto non fosse stato trovare Troia in Anatolia, perché ampie porzioni dell’antico sito di Micene emergevano ancora dal terreno, compresa la parte superiore detta famosa Porta dei Leoni, che era già stata scoperta e parzialmente ricostruita alcuni decenni prima.

Quando Schliemann vi giunse, verso il 1870, per iniziare a scavare, gli abitanti del vicino villaggio di Mykenai lo condussero volentieri sul sito. Non aveva m permesso per gli scavi, ma questo non lo aveva mai fermato prima e non lo fermò neanche allora. Ben presto fece riemergere un certo numero di tombe a circolo con scheletri, armi e oro, un bottino die andava ben al di là dei suoi sogni più audaci. Divulgò la notizia mandando un telegramma al re di Grecia, in cui sembra abbia scritto che aveva  «guardato in faccia Agamennone».

Naturalmente Schliemann, che si sbagliava clamorosamente, anche quando aveva ragione, aveva dato una datazione sbagliata alle tombe e agli altri reperti. Sappiamo. ormai, che queste tombe a tumulo, di cui ancora oggi sopravvivono a Micene due grandi fasi, risalgono all’inizio dell’epoca d’oro della città e della civiltà micenea, corrispondente a circa il 1650-1500 circa, e non all’epoca di Agamennone e di Achille (1250 a,C, circa). Si sbagliava di quattro secoli, ma perlomeno aveva scavato nel posto giusto…

Schliemann non fa affatto l’unico archeologo ad analizzare questi resti dell’Età del Bronzo: altri studiosi, come Christos Tsountos e James Manatt scavarono con grande diligenza e fecero un lavoro di gran lunga migliore di quel lo di Schliemann, ma questi fu l’unico che ottenne l’attenzione del pubblico, grazie alle sue precedenti dichiarazioni su Troia e sulla guerra troiana.

Schliemann scavò a Micene, nel sito vicino di Tirinto e altrove per qualche tempo ancora, prima di ritornare a Troia per condurre altri scavi nel 1878 e negli anni ottanta di quel secolo. Tentò anche di portare avanti degli scavi a Cnosso, nell’Isola di Creta, ma senza successo. Per fortuna dell’archeologia questo compito fu lasciato ad altri, in particolare a un americano dell’Università di Cincinnati, Carl Blegen, e a un inglese di Cambridge, Alan Wace, i quali unirono le loro forze per definire i fondamenti detta civiltà micenea e il suo sviluppo complessivo,

Wace fu a capo degli scavi inglesi a Micene per parecchi decenni, a partire dagli anni venti del Novecento, mentre Blegen non solo diresse gli scavi a Troia dal 1932 al 1938, ma anche a Pilos, nel sud della Grecia, dove, proprio il primo giorno degli scavi, nel 1939, trovò alcune tavolette di argilla appartenenti a un immenso archivio che conteneva testi scritti in Lineare B.

Tavoletta in Lineare B da Pylos – fonte Wikipedia

L’avvio della Seconda Guerra mondiale interruppe temporaneamente il suo lavoro sul sito, ma dopo la guerra, nel 1952, gli scavi ripresero: lo stesso anno, un architetto inglese di nome Michael Ventris, provò inequivocabilmente che il Lineare B era in effetti una prima versione di scrittura greca.

La traduzione dei testi in Lineare B trovati nei siti di Pilo, Micene, Tirinto e Tebe, come pure a Cnosso, continua ancora oggi e ha aperto uno spiraglio sul mondo dei Micenei. Ai dettagli già noti in seguito agli scavi si è aggiunta l’evidenza testuale che ha permesso agli archeologi di ricostruire il mondo della Grecia dell’Età del Bronzo, proprio come ai loro colleghi che lavoravano nei siti in Egitto e in Medio Oriente era stato possibile studiare meglio le civiltà di questi paesi dopo la traduzione di testi scritti in lingua egizia, ittita e accadica. Per dirla in parole semplici, è stata la combinazione di reperti archeologici e di iscrizioni testuali a permettere agli studiosi moderni la ricostruzione della storia antica.

Sappiamo che la Civiltà micenea iniziò nel XVII secolo a.C., più o meno nello stesso perìodo in cui a Creta i Minoici stavano riprendendosi dal tremendo terremoto che segna la transizione sull’isola dal primo al secondo Periodo palaziale. Wace e Blegen hanno battezzato la periodizzazione della civiltà micenea come Tardo elladico, suddiviso in Tardo elladico I e Tardo elladico II, che vanno dal XVII secolo al XV secolo a.C. e Tardo elladico III diviso in tre sezioni: IIIA fino al XIV secolo, IIIB fino al XIII secolo e IIIC fino al XII secolo a.C.

Le ragioni dell’ascesa della Civiltà micenea sono ancora oggetto dì discussione. Una prima ipotesi è che i Micenei aiutarono gli Egizi a spodestare gli Hyksos dall’Egitto, ma oggi questa non è più un’idea molto popolare, Se gli oggetti ritrovati nelle tombe di Micene sono un indizio affidabile, allora alcune delle prime influenze a Micene provennero da Creta: Evans pensava che i Minoici avessero invaso la terraferma greca, ma Wace a Blegen più tardi misero in discussione la sua ipotesi e tutti gli studiosi oggi accettano la loro posizione. Ora è chiaro che quando i Micenei conquistarono Creta si impossessarono anche delle principali rotte commerciali che portavano in Egitto e nel Medio Oriente, diventando così dei protagonisti nel mondo cosmopolita dell’epoca, un ruolo che avrebbero sfruttato per i numerosi secoli a venire, fino alla fine della tarda Età del Bronzo.

Sembra che gli Egizi conoscessero i Micenei e li chiamassero Tanaja, mentre gli Ittiti li chiamavano Ahhiyawa e i Cananei, sulla base dei testi trovati a Ugarit, li chiamavano in modo simile, Hiyawa, se non altro perché questi toponimi non si adattano a nessuno se non ai Micenei. Se tali riferimenti non si riferiscono ai Micenei, allora queste popolazioni sono rimaste ignote nei testi degli Egizi e delle altre grandi potenze del Medio Oriente della tarda Età del Bronzo. Data la quantità di terrecotte e vasi micenei trovati in queste regioni in contesti che datano dal XIV al XII secolo a.C., questa ipotesi sembra tuttavia improbabile…

 

Daniele Mancini

Per un approfondimento bibliografico:

  • E. H. Cline, Assuwa and the Achaeans. The Mycenaean sword at hattusa and its possible implications, in “Annual of the British School at Athens”, XCI, 1996
  • E. H. Cline (a cura di), , The Oxford Handbook of The Bronze age Aegean, in “Expedition” XXXIII, 3, 2010
  • E. H. Cline, 1177 a.C. Il collasso delle Civiltà, Princeton 2014
  • H. Schliemann, Mycenae, Lipsia 1878
  • C. Tsountas, J. I. Manatt, The Mycenaean Age, Londra 1897
  • C. W. Blegen, M. Rawson, The Palace f nestor at Pylos In Western Messenia, I: The Buildings and theri Contents, I, Princeton 1966
  • P. Matthiae, Dalla Terra alla Storia, Torino 2018
  • C. Broodbank, Il Mediterraneo, Londra 2013
  • M. Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, Bari 2011

 

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