LO STRAORDINARIO CAVALLO IN AVORIO DI 35.000 ANNI DALLA GROTTA DI VOGELHERD, GERMANIA
Considerata la più antica scultura di cavallo conosciuta realizzata da esseri umani anatomicamente moderni (Homo sapiens), questa statuetta a forma di cavallo, il cavallo di Vogelherd, è scolpita in avorio di mammut.
Il manufatto misura circa 2,5 centimetri di altezza e 4,8 centimetri di lunghezza e include dettagli come bocca, narici, occhi e criniera intagliati. Sebbene la testa del cavallo in avorio sia completa, tutte e quattro le zampe sono state spezzate. Gli archeologi ritengono che la scultura raffiguri uno stallone, secondo la Bradshaw Foundation, che cerca di impressionare una cavalla o di un cavallo che si inarca e scalcia all’indietro contro un predatore.
E’ stato rinvenuto nella Grotta di Vogelherd, nella Germania meridionale ed è stato datato a circa 32.000-35.000 anni fa, durante il Paleolitico superiore
La grotta in cui è stata scoperta la statuetta era un luogo di ritrovo per gli Aurignaziani, un gruppo del Paleolitico superiore vissuto tra 43.000 e 35.000 anni fa. Poiché la loro presenza si sovrappone brevemente a quella dei Neanderthaliani in questa parte d’Europa, gli archeologi ritengono che i due gruppi probabilmente coesistessero, secondo il Ministero della Cultura francese.
Gli Aurignaziani erano forse più noti per essere abili cacciatori-raccoglitori, come dimostra la loro abilità nel creare utensili in pietra come lame e punte. Centinaia di questi oggetti sono stati rinvenuti all’interno della grotta, oltre a numerose ossa di animali e pezzi d’avorio, tra cui perline dipinte di rosso con ocra.
Secondo la Paleoanthropology Society , è probabile che il gruppo utilizzasse lo spazio per la lavorazione della carne. Ad esempio, i ricercatori che hanno analizzato ossa di animali risalenti a circa 32.000 anni fa nella grotta di Vogelherd hanno trovato principalmente resti di renne (Rangifer tarandus) e cavalli (Equus ferus , dimostrando che i gruppi aurignaziani cacciavano e mangiavano questi animali e creavano opere d’arte che li raffiguravano, come da uno studio pubblicato sul Journal of Human Evolution.
Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini


