LO SCHIAVO DIVENUTO DIO

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Tra il I e il II secolo d.C., tutti gli abitanti di Roma erano ossessionati dai giochi gladiatori, che appagavano la sete di sangue e violenza, e dalle corse dei carri, pregni di adrenalina e scommesse che spesso producevano schianti terribili. Uno degli aurighi più famosi, quello che è riuscito a conquistare oltre 2.000 vittorie nel circo, è lo schiavo Flavius ​​Scorpus.

Vissuto nel I secolo d.C., sotto l’imperatore Domiziano, originario dell’Europa sud-orientale, è stato catturato durante una delle campagne di Roma e ha iniziato la sua “carriera” come schiavo ma, presto, ha raggiunto alte vette di fama e fortuna, divenendo oggetto di un’autentica adorazione da parte delle popolazioni dell’impero.

Scorpus ha iniziato a correre da adolescente nelle province più esterne dell’Impero Romano, arrivando al Circo Massimo, il più grande stadio esistente in quel periodo, nel 90 d.C., quando aveva circa 21 anni. E’ morto, purtroppo,
all’età di 26 anni proprio in una gara all’ultima ruotata!

Secondo Jerry Toner, direttore degli studi classici presso il Churchill College all’Università di Cambridge, Scorpus avrebbe gareggiato tra le 5.000 e le 6.000 gare nei suoi 10 anni di carriera, che starebbe a significare che ha corso circa 500/600 volte l’anno, ottenendo, come indicato, oltre 2.000 vittorie!

In oltre 10 anni di gare, le prodezze dello schiavo auriga Scorpus gli sono valse, oltre la fama e la venerazione di una divinità, una quantità di oro stimata, secondo gli studiosi, in circa 15 miliardi di euro moderni! La superstar delle corse dei carri è rimasta uccisa nel 95 d.C. durante una delle drammatiche gare che lo hanno visto sempre dominare.

Quanto erano pericolose le gare nei circhi? Per scoprirlo, alcuni esperti di archeologia sperimentale hanno ricostruito e testato un carro da corsa di epoca romana, scoprendo quanto i carri siano stati progettati unicamente per massimizzare lo spettacolo delle corse, pensando molto poco alla sicurezza dell’auriga che rischiava la sua vita regolarmente…

Le corse dei carri erano, dunque, molto pericolose: a differenza dei più robusti carri da guerra degli Egiziani e degli Ittiti, i carri romani erano stati progettati per la velocità e lo spettacolo, non per la battaglia. Le ruote sui carri romani erano piccole e i veicoli erano leggeri, fatti di legno e pelle grezza; la piattaforma misurava solo circa 3 piedi quadri romani (circa 1 metro quadrato), dall’asse posteriore alla guida anteriore.

A differenza dei carri da guerra, che erano guidati da almeno due cavalli, i carri romani erano trainati da quattro cavalli, rendendoli più difficili da controllare e con maggiori probabilità di schiantarsi.

I carri da guerra hanno anche delle sponde alte che arrivano, nella parte anteriore, fino alla vita dell’auriga, permettendo a un arciere di appoggiarsi per scoccare il proprio dardo; sui carri romani, la sponda era molto più bassa, arrivando all’altezza del ginocchio. Se questa conformazione avrebbe schermato l’auriga da pietre e polvere sollevate dai cavalli, se gli fosse capitato di perdere l’equilibrio, avrebbe potuto cadere e per restare stabile avrebbe dovuto solo appoggiarsi con un un ginocchio sulla piattaforma: tutto questo, ovviamente a favore dell’idea romana di teatralità, eccitazione e pericolo.

Una tipica corsa di carri nei circhi comprendeva 12 carri, con 48 cavalli allineati al passo. A corsa iniziata, in quella che avrebbe potuto assomigliarsi a una fuga precipitosa, il rischio più frequente nell’ovale del circo era quello che i Romani chiamavano naufragium, ossia quando i carri cadevano e si schiantano sulla pista, diventando ostacoli insormontabili per i corridori rimasti.

Uno dei naufragii divenne anche il funerale dello schiavo auriga Flavius Scorpus.

Daniele Mancini

Per ulteriori info: Rome’s Chariot Superstar

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