“LIBRO DEI MORTI” O “LIBRO PER USCIRE AL GIORNO” IN ESPOSIZIONE AL BROOKLYN MUSEUM
Dall’antica civiltà che si è sviluppata nella Valle del Nilo è giunta una mole enorme di documenti scritti sulle pareti delle tombe o dei templi, su papiri, statue, stele o altri supporti, testi spesso particolarmente delicati e di raffinata dolcezza.

I dati archeologici individuano i cosiddetti Testi delle Piramidi come i primi scritti che ci sono giunti dall’Antico Egitto; databili all’inizio del II millennio a.C., furono redatti con caratteri geroglifici, eseguiti con particolare abilità, sulle pareti delle camere sepolcrali delle piramidi di Unis e Teti elevate a Saqqara. Questo, naturalmente, non vuol dire che prima non esistessero testi scritti, bensì che a noi non sono giunti perché, forse, redatti su papiri o altri supporti che il tempo non ha conservato.
Un lavoro relativo al cosiddetto Libro del Morti antico egiziano, anche noto come Libro per Uscire al Giorno, testo nato essenzialmente nel Nuovo Regno (1580-1090 a.C. circa), non può prescindere dall’eredità di quegli scritti databili con certezza all’Antico Regno (2900-2100 a.C. circa).
Esistono molte stesure, assai diverse fra loro e attribuibili a vari personaggi, del Libro dei Morti antico egiziano, conosciuto come rw nw prt m hru (Ru nu peret em heru), cioè Libro (testo o formule) per uscire al giorno (o alla luce), conservati nei vari musei del mondo, redatti su papiri o scritti, perlomeno in parte, anche sulle pareti dei sepolcri, in particolare della città di Tebe.
Già Jean-Francois Champollion, il padre dell’egittologia, che tradusse i geroglifici nel 1822 grazie al ritrovamento della celebre Stele di Rosetta, tentò una prima suddivisione di tale testo in varie parti o capitoli; tale suddivisione fu poi rielaborata da Richard Lepsius per una esigenza di maggiore comprensione e di catalogazione. Con la pubblicazione nel 1842 del papiro di Iuefankh, l’egittologo tedesco stabilì e codificò, pertanto, un sistema di numerazione delle formule che è in uso ancora oggi. Quella pubblicazione includeva la riproduzione del papiro con un commento che sarebbe servito successivamente come base per la traduzione di un Libro dei Morti nel 1867 a opera di Samuel Birch.
La consuetudine di suddividere il testo in capitoli nasce dal fatto che in alcune redazioni certi segni grafici vennero scritti in rosso, quasi volessero indicare una cesura all’interno del testo. Forse questa pratica era da attribuirsi alla necessità di una recitazione nei templi o in particolari occasioni, affinché la parte impiegata per il rituale risultasse completa e conclusa.
Inoltre, poiché sono stati trovati vari testi simili ma con un numero diverso di capitoli, alcuni sono convinti che ciò fosse legato alle potenzialità economiche di colui che avrebbe dovuto impiegare il testo nell’aldilà. Ma ciò stride con il fatto che la funzione più importante del Libro dei Morti consisteva nel suo esserci, nel suo esistere all’interno di una cultura che avvertiva come fondamentale il valore sacro del segno, della scrittura e dell’immagine.
Per la prima volta in assoluto, è possibile ammirare uno dei pochi Libri dei Morti completi e dorati, la copia più pregiata al mondo. Il team di conservazione del Brooklyn Museum ha trascorso tre anni a restaurare con cura questo papiro di 6,4 metri, che debutta in una sezione speciale all’interno della rinnovata galleria dedicata alle antiche pratiche funerarie egizie. Ricco di scintillanti vignette, il rotolo appare accanto ad affascinanti manufatti, come amuleti d’oro e penne di canna. Lo Spotlight “Unrolling Eternity” illumina sia gli antichi riti funerari che la maestria artistica dietro un raro capolavoro, nonché le tecniche all’avanguardia utilizzate per conservarlo.
Nell’antico Egitto, i Libri dei Morti guidavano i defunti attraverso gli inferi, ognuno personalizzato con incantesimi per un individuo specifico. Il manoscritto dorato, datato tra il 340 e il 57 a.C., contiene quasi tutti i 162 incantesimi noti dalle versioni più lunghe. A differenza della maggior parte degli esemplari sopravvissuti, include pagine di apertura e chiusura vuote che ne confermano la completezza. Gli sforzi di conservazione e curatela hanno anche rivelato il suo proprietario originale, Ankhmerwer, figlio di Taneferher (“l’unico dal volto bello”), offrendo uno straordinario legame con una persona vissuta più di due millenni fa.
I Museum Spotlights sono installazioni intime di opere di collezioni degne di nota, recenti acquisizioni e prestiti, presentate per incoraggiare conversazioni più approfondite su arte, storia e giustizia.
Unrolling Eternity: The Brooklyn Books of the Dead è organizzato da Yekaterina Barbash, curatrice, con Morgan Moroney, curatrice associata, e Kathy Zurek-Doule, curatrice associata, arte egizia, classica e del Vicino Oriente antico.
Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini
Per ulteriori info: Brooklyn Museum


