LE ARMI BIOLOGICHE DELL’ANTICHITA’ COME STRUMENTO PER VINCERE LE GUERRE
L’immaginario pubblico di battaglie e combattimenti eroici continuano a ispirare e far dibattere sulle origine di un contesto politico, culturale e, a volte, anche religioso: la Battaglia di Maratona, gli Spartani che affrontano i Persiani alle Termopili o la Battaglia di Canne, sono alcuni esempi. Dietro le immagini eroiche di coraggiosi guerrieri che brandiscono armi semplici si nasconde, spesso, una realtà diversa.
Secondo Adrienne Mayor, importante storica della scienza e della guerra antica presso la Stanford University, l’antica diatriba tra le nozioni di combattimento leale e la pratica effettiva rivela che le questioni morali sulle armi biologiche e biochimiche non sono un fenomeno moderno, ma hanno turbato l’umanità fin da quando la prima freccia da guerra fu intinta in un veleno.
Secondo alcuni studiosi, le bombe scorpione erano vasi di ceramica pieni di insetti o artropodi sgradevoli che venivano lanciati contro il nemico romano in Iraq, circa 1.800 anni fa.

L’avvelenamento delle riserve idriche e alimentari del nemico è una pratica diffusa fin dall’antichità e il primo caso documentato di armi biologiche attraverso la contaminazione delle riserve idriche si verificò durante la Prima Guerra Sacra in Grecia, nel VI secolo a.C., in cui gli Ateniesi, insieme ai loro alleati, inquinarono le riserve idriche della città assediata di Kirrha con l’elleboro, una pianta diffusa nel Mediterraneo.
Fonti storiche attribuiscono il complotto a diversi individui, tra cui un medico. Nel racconto di Sesto Giulio Frontino, ufficiale militare e autore di I secolo d.C., fu il comandante dell’assedio a tagliare le condutture idriche che portavano in città e, quando gli abitanti soffrivano la sete, aprì di nuovo l’acqua, ora avvelenata dall’elleboro che li fece così indebolire dalla diarrea e poi sopraffare dal condottiero Clistene.
Secondo Polieno, retore macedone di II secolo d.C., in uno scritto successivo, gli assedianti trovarono un condotto nascosto che portava un grande flusso di acqua sorgiva in città e narra che fu il generale di nome Euriloco a consigliare agli alleati di raccogliere una grande quantità di elleboro e mescolarlo con l’acqua. La popolazione provò un violento mal di stomaco e tutti rimasero incapaci di muoversi. Gli Anfizioni presero la città senza opposizione.
L’uccisione deliberata di civili era condannata dal concetto greco di combattimento leale; tuttavia, durante gli assedi, l’intera popolazione era considerata nemica e quindi tutti, compresi i bambini, erano un bersaglio leale.
In ogni caso, dopo il massacro, gli Ateniesi e i loro alleati stipularono un patto per non avvelenare mai l’acqua dei loro alleati, forse riflettendo sulle implicazioni etiche di questa tattica o, più probabilmente, temendo di essere presi di mira allo stesso modo. Il patto non resse. Nonostante l’impegno, dopo Kirrha si registrarono numerosi episodi di avvelenamento dell’acqua. Tra questi, il presunto avvelenamento dei pozzi ateniesi da parte degli Spartani nel 430 a.C.
Tra i sostenitori di questo tipo di tattica c’era Enea Tattico, autore di IV secolo a.C. di un manuale di tecniche d’assedio dedicato ai comandanti militari. Il generale greco elencò diverse tattiche con armi biologiche, tra cui quella di “rendere l’acqua imbevibile” contaminando pozzi, cisterne e persino fiumi, laghi e sorgenti.
Quest’arma biologica rappresenta ancora oggi una minaccia significativa. Nella lontana India, inquinare l’acqua e la vegetazione lungo il percorso di un esercito in marcia era uno stratagemma comune. Chanakya, statista e filosofo indù del IV-III secolo a.C., elenca i veleni per contaminare le riserve di cibo e acqua del nemico. Descrive persino un specie di fumo che può porre fine alla vita e alcuni composti che avvelenano l’erba e l’acqua, uccidendo il bestiame. Non tralascia inoltre di fornire antidoti per queste armi biologiche, nel caso in cui si ritorcessero contro i loro creatori.
Altre opzioni biologiche includevano tentativi di diffondere virus. Gli antichi Ittiti e Babilonesi adoravano il dio Irra che scagliava frecce di peste contro i nemici in guerra. Nell’antica Grecia, analogamente, era il dio Apollo a scagliare frecce invisibili di peste contro gli eserciti e a inviare infestazioni di roditori, messaggeri di malattie: se queste si fossero diffuse tra i nemici, venivano considerate preghiere esaudite.
Un esempio di questo tipo risale al IV secolo a.C., quando gli abitanti di Pachino, in Sicilia, pregarono Apollo di colpire con una pestilenza la flotta cartaginese in avanzata. La “richiesta” fu ascoltata e un’epidemia scoppiò tra gli invasori, costringendoli ad abbandonare il piano di attaccare l’isola.

La consapevolezza che le malattie potessero annientare un’intera civiltà risale già all’antica Mesopotamia. Diverse lettere reali incise su tavolette cuneiformi risalenti a circa il 1170 a.C., provenienti dagli archivi di Mari, forniscono informazioni su questa conoscenza. Una di queste lettere proibiva agli abitanti di una città infetta di viaggiare verso altre città, per evitare di infettare l’intero territorio. Un’altra lettera parlava di una donna la cui presenza e i cui effetti personali dovevano essere tenuti lontani a causa del pericolo di contrarre la malattia, che si temeva fosse contagiosa.
I primi esempi noti di tentativi deliberati di diffondere il contagio compaiono in tavolette cuneiformi della Civiltà ittita dell’Anatolia (1500-1200 a.C.). Si scopre che la pratica di inviare individui e animali infetti in territorio nemico era già in uso più di 3.000 anni fa. Le tavolette rivelano la cupa realtà della guerra biologica. Gli animali e almeno una donna infettati da un’epidemia furono segretamente consegnati in territorio nemico, accompagnati da una richiesta alla divinità.
Inoltre, durante la guerra d’Anatolia del 1320-1318 a.C., gli Ittiti erano in guerra con Arzawa, un antico regno dell’Anatolia occidentale o sud-occidentale. Nonostante il vantaggio militare di Arzawa, gli Ittiti vinsero perché, sembrerebbe, inviarono pecore e asini infetti dalla febbre del coniglio nel territorio rivale. La “peste ittita” si trasmetteva attraverso zecche e mosche.
Casi successivi di diffusione del contagio sono noti anche in epoca romana. Il termine pestilentia manu facta, “pestilenza provocata dall’uomo”, è attribuito a Seneca, richiamando a recenti pandemie che hanno scatenato teorie di complotto in tutto il mondo.
Nell’antica Roma, diversi storici romani, tra cui Livio e Cassio Dione, riferiscono della trasmissione intenzionale di armi biologiche attraverso pestilenze. Dione riferisce dettagliatamente di due epidemie provocate dall’uomo in cui, secondo lo storico, le pestilenze iniziarono con “sabotatori” che agivano a Roma e nelle province, apparentemente per infliggere caos e minare l’autorità dell’imperatore Domiziano. Gli aghi venivano immersi in sostanze tossiche e molti individui si pungevano con essi in pubblico e in seguito morivano.
La storia si ripeté durante il regno di Commodo. Sempre secondo Dione, si diceva che una pestilenza fosse stata diffusa da sabotatori che “spalmavano droghe mortali su minuscoli aghi [e] infettavano molte persone per mezzo di questi strumenti”. I Romani erano nel panico. Si dice che la peste si diffuse, uccidendo duemila persone al giorno a Roma; il numero esatto rimane sconosciuto.
Un altro stratagemma della guerra biologica consisteva nello sfruttare ambienti naturalmente nocivi, come le paludi, e persino nel creare un ambiente contaminato. Uno dei più grandi autori di Roma, Varrone, ammoniva che era necessario prendere precauzioni nelle vicinanze delle paludi perché in esse si riproducevano minuscole creature che gli occhi non possono vedere, ma che fluttuano nell’aria ed entrano nel corpo attraverso la bocca e il naso, causando gravi malattie. Lucrezio, poeta romano del I secolo a.C., offrì una teoria più elaborata sui microbi invisibili: atomi invisibili fluttuano nell’aria e sono capaci di instillare malattie e accelerare la morte…
Evitare ambienti pericolosi era una preoccupazione fondamentale per gli eserciti antichi. Senofonte, storico e stratega militare greco del IV secolo a.C., esortò i comandanti a tutelare con attenzione la salute dei propri soldati consigliando di accamparsi sempre in un luogo salubre.

Il consiglio di Senofonte si basava in parte su quanto accaduto agli Ateniesi durante la loro campagna militare in Sicilia nel 415-413 a.C. Diversi storici greci notarono che la schiacciante sconfitta degli Ateniesi contro i Siciliani fu dovuta principalmente alle febbri contratte, oggi identificata nella malaria.
Non è chiaro se gli Ateniesi commisero l’errore di accamparsi da soli nelle paludi malariche, o se i Siculi presero misure particolari per condurre gli Ateniesi in condizioni così nocive, come indica Tucidide. Lo storico ateniese racconta che i Siculi negavano anche ai Greci terreni vantaggiosi, privandoli costantemente di acqua e opportunità di foraggiamento.
Lo storico Diodoro Siculo scrisse che, nel 396 a.C., l’esercito cartaginese si accampò nello stesso luogo in cui si erano precedentemente accampati gli Ateniesi e fu annientato dalla pestilenza. La storia si ripeté nel 212 a.C., quando i Cartaginesi ripeterono lo stesso errore nello stesso luogo.
Un’altra preoccupazione per gli eserciti erano i cadaveri. Nel 74 a.C., Mitridate VI del Ponto assediò la città di Cizico, sulla costa meridionale dell’Anatolia. I difensori della città combatterono con ogni mezzo a loro disposizione, dal distruggere le macchine d’assedio al lanciare pece infuocata. Furono, tuttavia, i cadaveri dei caduti a salvare Cizico.
Non è certo se i difensori di Cizico diffondessero intenzionalmente armi biologiche come la pestilenza gettando i corpi in decomposizione al nemico. Lo storico greco Appiano scrisse che i cadaveri insepolti furono gettati fuori e causarono una pestilenza e l’esercito esausto abbandonò l’assedio e fuggì, nel terrore dell’invisibile assassino.
Daniele Mancini
Per ulteriori info: Pinceton University Press


