giovedì, 12 Febbraio 2026
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INDIVIDUATO L’USO TERAPEUTICO DI PIANTE MEDICINALI PSICOATTIVE NELLA PENISOLA ARABICA DI 2700 ANNI FA

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Un nuovo studio utilizza la profilazione metabolica per scoprire antichi sistemi di conoscenza alla base dell’uso terapeutico e psicoattivo delle piante medicinali nell’antica Penisola arabica.

Vista aerea di Qurayyah con la localizzazione delle aree scavate D, N e R, indicate da cerchi (Foto AM Abualhassan). B Residenza dell’età del Ferro dell’area D con incensiere QU.D.1167.F.6 e vaso dipinto QU.D.1167.F.1 in situ (Foto S. McGlone), e dimora d’élite dell’età del Ferro dell’area N (Foto AM Abualhassan). C Foto dell’incensiere dell’area D: QU.D.1167.F.6 e dei due incensieri dell’area N: QU.N.2340.F.3 e QU.N.1253.F.1 (Foto: H. Sell [area D] e C. Jäger [area N]). Grafica: Michelle O’Reilly, MPI-GEA.
Una nuova ricerca pubblicata su Communications Biology ha scoperto il primo utilizzo noto della pianta medicinale e psicoattiva Peganum harmala, comunemente nota come ruta siriana o harmal, nelle pratiche di fumigazione e per inalazione. I risultati della ricerca offrono una visione senza precedenti delle antiche pratiche terapeutiche e sensoriali arabe, rivelando che le piante autoctone venivano già utilizzate intenzionalmente per le loro proprietà bioattive e psicoattive quasi 2.700 anni fa.

Lo studio di Barbara Huber del Max Planck Institute of Geoanthropology e di Marta Luciani dell’Università di Vienna, in collaborazione con la Heritage Commission, Ministry of Culture of the Kingdom of Saudi Arabia, ha applicato tecniche avanzate di profilazione metabolica per analizzare i residui organici conservati all’interno di dispositivi di fumigazione dell’Età del Ferro arabica. I dispositivi sono stati rinvenuti nell’insediamento oasiale di Qurayyah, nell’Arabia Saudita nordoccidentale, un luogo noto nell’antichità per i suoi vasi in ceramica decorata, la ceramiche dipinte di Qurayyah.

Secondo la Huber, i risultati rappresentano la prova chimica della più antica combustione di harmal conosciuta, non solo in Arabia, ma a livello globale. La  scoperta getterebbe luce su come le antiche comunità attingessero alle conoscenze tradizionali sulle piante e alla farmacopea locale per prendersi cura della propria salute, purificare gli spazi e potenzialmente innescare effetti psicoattivi.

Lo studio ha utilizzato la cromatografia liquida ad alte prestazioni con spettrometria di massa (HPLC-MS/MS), una potente tecnica analitica che consente di rilevare i caratteristici alcaloidi dell’harmal anche in campioni minuscoli e degradati.

Secondo la Luciani, direttrice degli scavi a Qurayyah, l’integrazione dell’analisi biomolecolare con l’archeologia ha permesso di identificare non solo il tipo di piante utilizzate, ma anche dove, come e perché e ora il team acquisisce informazioni sulle pratiche che erano centrali nella vita quotidiana, ma che raramente sono conservate nella documentazione archeologica.

Noto per le sue proprietà antibatteriche, psicoattive e terapeutiche, il Peganum harmala è ancora oggi utilizzato nella medicina tradizionale e nelle pratiche di fumigazione domestica nella regione. Le nuove scoperte ne sottolineano antichi significati culturali e medicinali.

Le implicazioni dello studio si estendono oltre l’archeologia e interessano campi quali l’etnobotanica, l’antropologia medica, gli studi sul patrimonio culturale e la farmacognosia, tutti interessati alla relazione a lungo termine tra esseri umani, piante medicinali e risorse naturali.

Uno studio sulle piante psicoattive nel Perù pre-colombiano è stato recentemente pubblicato.

 

Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini

Per ulteriori info: Max Planck Institute of Geoanthropology

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