INDIVIDUATO IL PIGMENTO BLU PIÙ ANTICO D’EUROPA, MÜHLHEIM-DIETESHEIM, GERMANIA
In una scoperta rivoluzionaria che getta nuova luce sulle origini preistoriche dell’arte e della creatività, un nuovo studio condotto da ricercatori dell’Università di Aarhus ha identificato il primo utilizzo conosciuto del pigmento blu in Europa.
Nel sito del Paleolitico finale di Mühlheim-Dietesheim, in Germania, gli archeologi dell’Università di Aarhus hanno trovato tracce di un residuo blu su un manufatto in pietra risalente a circa 13.000 anni fa. Utilizzando una serie di analisi scientifiche all’avanguardia, hanno confermato che le tracce provenivano dal vivido pigmento minerale blu azzurrite, mai visto prima nell’arte paleolitica europea. Lo studio completo è pubblicato sulla rivista Antiquity.
Secondo Izzy Wisher, autrice principale dello studio, la scoperta mette in discussione ciò che pensavamo di sapere sull’uso dei pigmenti nel Paleolitico: finora, gli studiosi ritenevano che gli artisti paleolitici utilizzassero prevalentemente pigmenti rossi e neri: praticamente nessun altro colore è presente nell’arte di questo periodo. Si pensava che ciò fosse dovuto alla mancanza di minerali blu o a un limitato impatto visivo. Per l’assenza di blu nell’arte paleolitica, questa nuova scoperta suggerisce che i pigmenti blu potrebbero essere stati utilizzati per la decorazione del corpo o per la tintura dei tessuti, attività che lasciano poche tracce archeologiche.
La Wisher ritiene che la presenza di azzurrite dimostra che gli uomini del Paleolitico avevano una profonda conoscenza dei pigmenti minerali e potevano accedere a una tavolozza di colori molto più ampia di quanto pensassimo in precedenza e potrebbero essere stati selettivi nel modo in cui utilizzavano determinati colori.
In origine si pensava che la pietra con le tracce di azzurrite fosse una lampada a olio ma, dalle approfondite indagini, sembra essere stata una superficie di miscelazione o una tavolozza per preparare pigmenti blu, alludendo a tradizioni artistiche o cosmetiche che oggi rimangono in gran parte invisibili.
Le scoperte spingono a ripensare l’arte e l’uso del colore nel Paleolitico, aprendo nuove strade per esplorare il modo in cui i primi esseri umani esprimevano identità, status e credenze attraverso materiali molto più vari e vivaci di quanto si immaginasse in precedenza.
Lo studio A Mühlheim-Dietesheim è stato condotto in collaborazione con Rasmus Andreasen, James Scott e Christof Pearce del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Aarhus, con Thomas Birch, affiliato sia al Dipartimento di Geoscienze dell’AU, con il Museo Nazionale della Danimarca, insieme a colleghi provenienti da Germania, Svezia e Francia.
Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini
Per ulteriori info: Università di Aarhus


