IL PRIMO RE, LA MIA RECENSIONE DEL FILM

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Sono un amante dei libri e dei film a carattere storico e ho ceduto molto volentieri alla tentazione di andare a vedere il film “Il Primo Re“, opera di produzione italo-belga, esteticamente perfetto e storicamente ben costruito, del regista Matteo Rovere, su soggetto e sceneggiatura dallo stesso Rovere insieme a Filippo Gravino e Francesca Manieri e dalla fotografia reale firmata da Daniele Ciprì che, insieme a Rovere, ha scelto di girare il film quasi solo con luce naturale: quindi quella del sole, dei falò o delle torce.

Insomma, un film tutto italiano con attori italiani e girato in territori italiani che narra la rivisitazione del mito della fondazione di Roma e di Romolo e Remo, interpretati rispettivamente da Alessio Lapice e Alessandro Borghi.

“Il Primo Re” è senza dubbio un degno erede dei film peplum, un sottogenere cinematografico dei film storici in costume ambientati in contesti biblici o nel periodo della Grecia antica o della civiltà romana che in Italia ha spopolato negli anni ’50 e ’60.

Uscito lo scorso 31 gennaio, “Il Primo Re” ha ottenuto un enorme successo di pubblico e di incassi ed è presente ancora in qualche sala.

Il film, completamente girato in Italia, nella regione Lazio e  tra gli ambienti utilizzati per le riprese è da segnalare il Bosco del Foglino, una vasta area di macchia mediterranea un tempo paludosa. Inoltre, il film è stato recitato interamente in un protolatino, antecedente a quello arcaico, parzialmente ricreato grazie all’aiuto di semiologi dell‘Università della Sapienza.

La lingua usata, si precisi, è una lingua immaginaria, ricostruita sulla base dei pochi elementi disponibili sulla lingua che si pensa si parlasse allora in quei luoghi. Parlata da popoli che, non avendo una loro letteratura, non sono riuscita a farla arrivare fino a noi.

Archeologi e storici, tra cui Donatella Gentili, professoressa di Etruscologia e antichità dei popoli italici all’Università di Tor Vergata, sono stati fondamentali nel processo di ricostruzione degli insediamenti pagi, precedenti alla fondazione di Roma.

L’archeologia, ritengo, sia una grande protagonista de “Il Primo Re”. È la scienza primaria usata per la ricostruzione dei villaggi e degli edifici presenti nel film, di quegli agglomerati di piccole capanne di fango con tetti di paglia, circondati solo da trincee e montarozzi di terra per difendersi da attacchi improvvisi che formavano i primi pagi del Lazio. In contrapposizione, piccole polis più strutturate, quali Alba Longa, la prima grande nemica di Roma, sono poco più che un insieme di abitazioni più solide, probabilmente in muratura, come le mura che le circondano.

Gli autori, componendo elementi storicamente attendibili, hanno realizzato, si vede dalle immagini, uno studio immenso su un periodo talmente lontano da noi di cui si sa pochissimo, in cui i vari Livio, Plutarco e Ovidio hanno di certo dato una mano ai tre sceneggiatori, seppur scrivendo e romanzando la leggenda della fondazione di Roma molti secoli dopo i presunti fatti.

La leggenda di Romolo e Remo e della fondazione di Roma è nota a tutti e si conclude con la fine del rapporto tra i due fratelli, con l’uccisione di Remo, con Romolo che fonda la città che dominerà il Mediterraneo per oltre dodici secoli.

Il rapporto tra i fratelli, segnato fin dall’infanzia, mostrata in alcuni flash back, dalla violenza dei nemici albensi, arriverà sino al quel giorno di aprile del 753 a.C. in cui è incarnata l’ortodossia religiosa e l’ordine sociale, i valori fondativi di Roma, quelli del regno poggiato sul sangue del fratello assassinato.

Nel Latium Vetus del 753 a.C., dunque, due fratelli pastori, sono prima resi schiavi dai Guerrieri di Ferro albensi, poi costretti a partecipare ai terribili culti della Triplice Dea eseguiti da Satnei, una vestale che veglia sul fuoco sacro del Dio e assiste impassibile al combattimento mortale tra i vari prigionieri, tra i quali Romolo rimane gravemente ferito.

Tra i due fratelli emerge Remo, di notevole prestanza fisica, intelligente, carismatico, devotissimo a Romolo ma fortemente scettico rispetto alle superstizioni religiose del fratello e del manipolo di uomini liberatisi dal giogo albense.

Una serie di eventi vedrà il gruppo combattere tutti coloro che si frappongono sulla loro strada verso il Tevere, portando con loro la sacerdotessa e il suo fuoco sacro.

Costei, dopo che il gruppo ha sconfitto altri guerrieri e conquistato il loro pago, nel corso di un sacrificio elabora un’aruspicina per conoscere il futuro del gruppo, vaticinando che uno dei due fratelli diventerà un grande re e fonderà un impero più grande di ogni immaginazione ma che, per diventare tale, dovrà uccidere l’altro fratello.

Remo rifiuterà di uccidere il fratello ancora gravemente convalescente, contravvenendo al volere degli dei e, grazie al suo libero e fiero arbitrio, inveisce al loro divino volere e spegne il fuoco sacro: nell’incedere degli eventi, Remo compie una serie di atti dissacranti e lascia il villaggio con il pugno di uomini residui per affrontare definitivamente Alba Longa.

Romolo, ripresosi dalle gravi ferite, riaccende il fuoco sacro, incarica una giovane affinché vegli su di esso fino alla propria morte e diviene il nuovo capo del villaggio. Remo, però, non riesce ad avere la meglio contro i cavalieri albensi e, mentre le cose si mettono al peggio, riceve l’aiuto da Romolo e i giovani del villaggio rimasti con lui.

Remo non accetta la mano riappacificatrice tesagli dal fratello e rivendica per sé la sua tribù, ritenendoli suoi schiavi, minaccia di spegnere il sacro fuoco riacceso da Romolo e di superare la linea, il mitico pomerium,  il confine sacro e inviolabile della città di Roma, che Romolo aveva tracciato per terra, intimandogli di non superarla.

Una feroce e violenta lotta tra i due fratelli vede soccombere Remo per far sì che la profezia dell’oracolo si compia. In punto di morte Remo si riappacifica con il fratello, riconoscendolo come suo re e incoraggiandolo ad attraversare il fiume e a fondare una città sicura.

Romolo, superato il Tevere con la sua tribù, giura di costruire sulle ceneri del fratello la città più grande e potente che il mondo abbia mai visto, in grado di spodestare il dominio della spietata Albalonga e di qualunque nemico voglia porsi loro davanti, invitando criminali, schiavi fuggiti, esiliati e altri reietti a unirsi a lui con la promessa del diritto d’asilo, dando a questa città il nome di Roma!

Nota a margine: il film si apre con una frase di William Somerset Maugham: «Un Dio che può essere compreso non è un Dio», vero e proprio filo conduttore dell’intero film.

Buona visione.

Daniele Mancini

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