FAGLIA “DORMIENTE” DEL 2016 HA DISTRUTTO ANCHE IL COLOSSEO NEL 443 d.C.

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Tra la notte del 24 agosto e il 30 ottobre del 2016, alcuni potenti terremoti di magnitudo da 5,4 e 6,6 della scala Richter, hanno scosso la catena montuosa dell’Appennino nell’Italia centrale, con la sua faglia “dormiente”: in queste catastrofi hanno perso la vita oltre 300 persone e sono stati distrutti interi paesi, lasciando oltre 11.000 sfollati tra le persone.

I terremoti hanno avuto origine nel sistema di faglia del Monte Vettore, che gli esperti geologi e sismologi hanno tardivamente ritenuto una faglia viva. Paolo Galli, un geofisico del Dipartimento della Protezione Civile italiana ha recentemente pubblicato su Tectonics, una rivista dell’American Geophysical Union, una serie di nuove informazioni e dati raccolti nell’arco di circa 20 anni, con i quali ha dimostrato che la faglia posta sotto il Monte Vettore sia stata responsabile di un terremoto del 443 d.C. (si leggano le fonti storiche) che ha colpito l’Italia centrale, parzialmente distruggendo il Colosseo e altri monumenti a Roma.

Lo studio di Galli evidenzia che la faglia era conosciuta ma non accostata al terremoto dell’antichità. Inoltre, negli ultimi 9000 anni, il sistema avrebbe effettivamente generato sei eventi di fagliazione superficiale, tra cui il terremoto del 443 d.C. e quelli del 2016, mettendo in evidenza che il sistema del Monte Vettore ha una periodicità molto più breve di quanto si pensasse: un potente terremoto di circa 6,6 della scala Richter può essere previsto all’incirca ogni 1.800 anni.

Non solo la serie di terremoti del 2016, dunque, è stata una sorpresa, ma non è stata preceduta, come al solito, da uno sciame sismico di mminore entità e gli sciami preliminari sono tipici delle sequenze sismische della penisola italiana.

La sequenza del 2016 mostra, ancora una volta, che le faglie apparentemente silenziose possono improvvisamente rompersi senza preavviso: gli Appennini sono piene di faglie apparentemente quiescente e la conoscenza del territorio dovrebbe essere preziosa affinché si possa costruire abitazioni adatte a sopravvivere al prossimo evento sismico. Come sottolinea Lauren Lipuma dell’AGU, le faglie silenziose, non considerate dagli studiosi per la valutazione dei rischi sismici, hanno il potenziale di essere più distruttive di quelle attive.

Il Colosseo o Anfiteatro Flavio è stato edificato in circa otto anni a partire da 72 d.C. quando l’imperatore Vespasiano ha desiderato regalare alla popolazione un monumento ludico necessario a riportare un clima sereno dopo il periodo di grave crisi dell’istituzione imperiale avutosi tra la caduta di Nerone e i “quattro imperatori”, Galba, Otone, Vitellio e, infine, Vespasiano stesso. Il grande edificio fu completato sotto l’imperatore Tito, suo figlio, nell’anno 80 d.C..

L’Anfiteatro Flavio è rimasto illeso nonostante l’incendi del 217 e del 250 d.C. e anche dopo essere stato colpito da un fulmine nell’anno 320. Inoltre, i danni causati dal terremoto del 443 all’arena, agli ingressi e ai posti a sedere ai diversi livelli sono stati rapidamente riparati.

Anche se questo non è stato l’unico terremoto a colpire Roma durante la sua storia antica, il sisma del 443 ha notoriamente danneggiato anche diverse chiese paleocristiane della città, tra cui la Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura, la cui prima versione è stata eretta dall’imperatore Costantino sulla tomba di San Paolo e consacrata nell’anno 324 d.C. Anche la Basilica di San Pietro è stata danneggiata nel sisma del 443.

Galli e altri geofisici e vulcanologi internazionali, nel 2014, hanno realizzato uno studio con l’obiettivo di realizzare un catalogo sismico completo di terremoti che superassero la soglia di danno per la città di Roma, raccogliendo tutte le fonti storiche primarie che descrivono gli effetti indotti dal terremoto all’interno della città, integrando documenti letterari con prove sia epigrafiche che archeosofiche.

Nella fattispecie, il terremoto del 443 d.C. è stato è stato registrato da alcune cronache storiche, come i Fasti Vindobonenses Posteriores e gli Excerpta Sangallensia, ma anche dagli scritti di Palo Diacono nella sua Historia Romana.

Nessun documento sul terremoto e sui suoi risultati sono mai stati trovati in centri prossimi all’epicentro, nonostante le montagne siano state densamente abitate dai periodi preistorici. In queste zone non sono state mai raccolte prove archeologiche che mostrerebbero i danni provocati nei pressi della zona di faglia con una sola eccezione: un tempio di epoca tarda repubblicana, situato a circa 20 chilometri dalla faglia, il Tempio romano di Villa San Silvestro, presso Cascia (PG), sarebbe improvvisamente collassato intorno al V secolo d.C., probabilmente a causa dello stesso terremoto oggetto dello studio!

Di particolare rilievo anche l’iscrizione di Lampadius. Dopo il terremoto del 443, il preaefectus urbis Rufius Cecina Felix Lampadius fece eseguire lavori di restauro all’arena, al podium e alle gradinate, a sue spese, come ha lasciato scritto su una lastra di marmo. Questo è il testo:
Salv[is dd.]nn. (= dominis nostris duobus) Theodosio et Placido V[alentiniano Augg.(= Augustis duobus)] / Rufi.[us] Caecina Felix Lampadius v(ir) c(larissimus) [et inl(ustris) praef(ectus) urbi] / har.[e]nam amphiteatri a novo una cum po[dio et pulpito (?) et portis] / p[ost]icis sed et reparatis spectaculi gradibus [ex sumptu suo restituit(?)]. 

Le faglie appenniniche, dunque, non sono dormienti e sarebbero statisticamente in grado di generare eventi sismici ogni 1.800 anni circa e nel 2016 la faglia del Monte Vettore ha prodotto un’apertura in superficie di circa due metri per diverse decine di chilometri.

Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini

Per ulteriori info: AGU100 Tectonics

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