CONTRATTI, COLORI, PIGMENTI DEGLI AFFRESCHI ROMANI
Quando si decide di ridipingere la propria casa o un ambiente di essa, nel classico negozio di vernici ci si trova di fronte a una vertiginosa gamma di colori con nomi improbabili la cui relazione con le tonalità reali è, come il significato dei dipinti di una famosa villa pompeiana, un mistero! Quando, finalmente, si sceglie un colore si deve decidere se operare con il “fai da te”, con uno spreco di tempo enorme e con un probabile discutibile risultato finale o rivolgersi a un professionista che farà un lavoro migliore in molto meno tempo ma più costoso! Personalmente, ritengo sia meglio scegliere un professionista e redigere un contratto: l’archeologa Hilary Becker della Binghamton University, che studia i pigmenti antichi, è convinta che anche i Romani che volevano dipingere le loro case operassero con i “professionisti” del settore.
Non ci sono pervenuti contratti per progetti di pittura di ambiente ma i Romani certamente redigevano contratti per mosaici e opere pubbliche, di cui esistono esempi, e il lavoro della Becker si basa anche su studi precedenti per dimostrare che i contratti venivano stipulati anche per la tinteggiatura delle abitazioni private.

La Becker ritiene che un cliente avrebbe scelto tutti i materiali, quanti strati di intonaco stendere, i colori, dove la pittura sarebbe stata applicata sulla parete e le dimensioni delle immagini. Sia il cliente che il pittore avrebbero voluto tutelarsi da qualsiasi cosa potesse causare una controversia. La legge, inoltre, è alla base di gran parte della vita romana e queste “barriere di sicurezza” aiutavano a evitare conflitti.
Questo era particolarmente vero quando si trattava di pittura, perché i pigmenti potevano essere estremamente costosi e la scelta di quale utilizzare poteva influire drasticamente sul costo di un lavoro. La Becker conferma che le fonti antiche, quando si trattava di un pigmento molto costoso come il cinabro, che è solfuro di mercurio, o il minerale carbonato di rame blu azzurrite, il cliente doveva pagarlo di tasca propria.
Molte informazioni sui pigmenti romani provengono dal naturalista del I secolo d.C. Plinio il Vecchio che scrisse molto sulla loro composizione e ne disapprovò l’uso eccessivo, che, afferma Becker, considerava prova della dissolutezza dei Romani.
Un racconto ammonitore sulla tinteggiatura delle case è condiviso da Vitruvio, autore del I secolo a.C. , che racconta della follia di Fabrio, uno degli scriba di Giulio Cesare. Fabrio aveva una predilezione per il rosso e, per dipingere il suo cortile colonnato sull’Aventino a Roma, scelse l’opzione più costosa, il cinabro, invece dell’ocra rossa più economica. Secondo la Becker, Fabrio doveva probabilmente essere uno schiavo liberato, un liberto, quindi questo sarebbe stato un caso di quel tipo di consumo vistoso che Plinio il Vecchio avrebbe poi deplorato. Vitruvio avverte che l’uso del cinabro in spazi aperti, dove sarà esposto alla luce del sole o della luna, ne distrugge il colore, esattamente ciò che accadde nel cortile di Fabrio. Il suo prezioso peristilio diventò nero dopo soli 30 giorni, per cui fu costretto a concordare con gli appaltatori l’applicazione di altri colori, scrive Vitruvio.
Sebbene i Romani fossero chiaramente dediti alla decorazione delle loro pareti, si sa poco del processo che forniva i colori vivaci utilizzati dai pittori. Nel 1974, gli archeologi che lavoravano al sito di Sant’Omobono scoprirono l’unica bottega di pigmenti sopravvissuta dell’antica Roma, risalente al III-inizio del IV secolo d.C. Sebbene il sito sia stato scavato cinque decenni fa, i primi ritrovamenti vengono ora riesaminati utilizzando le più recenti tecnologie scientifiche.
In collaborazione con chimici come Ruth Beeston del Davidson College e Greg Smith dell’Indianapolis Museum of Art di Newfields, Becker sta attualmente analizzando i pigmenti rinvenuti nel laboratorio per identificarne la composizione. Questo potrebbe, a sua volta, contribuire a rivelarne la provenienza: per ora non esistono tracce di una produzione in laboratorio, quindi, secondo la Becker, i pigmenti potrebbero essere stati lavorati altrove.
Finora, Becker, Beeston e Smith hanno identificato numerose tonalità di ocra rossa e gialla, un pigmento ricco di ferro chiamato terra verde, il rosa della robbia, un bianco di carbonato di calcio, ed esempi del pigmento sintetico noto come blu egizio, creato combinando silice, calce, carbonato di sodio e rame.
La Becker afferma che l’analisi di questi pigmenti ha il potenziale per fornire sorprendenti informazioni sull’economia romana. Essere in grado di individuare con precisione il tipo di ocra venduto, ad esempio, aiuterebbe a stabilire fino a che punto venivano trasportati i pigmenti, e gli studi sui minerali campionati nelle miniere potrebbero chiarire la provenienza delle materie prime: queste analisi rendono lo studio entusiasmante aprendo a un mondo intero di nuove informazioni.
Daniele Mancini
Per ulteriori info: Hilary Becker Academia
Foto di Daniele Mancini


