CAUSE DELLA CADUTA DELL’IMPERO ASSIRO

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Dopo aver esaminato la caduta dell’Impero accadico, vi presento un nuovo studio che rivela le cause della fine dell’Impero Neo-assiro, a tre secoli dalla sua creazione, dopo oltre tredici secoli di controllo della zona da parte della popolazione degli Amorrei/Assiri.

Mappa di Ninive realizzata nel 1852 da Felix Jones. Conservata al British Museum. Foto di Daniele Mancini

L’Impero Neo-assiro, nato nel nord dell’Iraq, ha avuto la massima estensione dall’Iran all’Egitto, confermandosi il più grande impero del suo tempo, è caduto dopo la resa della sua capitale, Ninive, nel 612 a.C., distrutta dai Babilonesi.

Numerose sono le fonti che aiutano storici e archeologi: tavolette in cuneiforme, scavi archeologici e indagini sul campo, non sono stati in grado, però, di spiegare l’improvviso e definitivo crollo dell’impero assiro.

Alcune teorie sulla caduta dell’impero assiro sono state avanzate quando a Ninive sono stati scavati e indagati i suoi livelli di distruzione, per la prima volta, già circa 180 anni fa da Sir Austen Henry Layard. Resta irrisolto il dilemma su come due eserciti, inferiori sulla carta, quello babilonese, a sud, e i quello medio, a est, siano stati in grado di convergere su Ninive e distruggere completamente quella che all’epoca era la più grande città del mondo, senza alcuna rioccupazione.

Un team di ricercatori, guidato da Ashish Sinha, della California State University, utilizzando dati archivistici e archeologici forniti da Harvey Weiss, docente di Archeologia del Vicino Oriente e studi ambientali a Yale, è stato in grado di determinare la causa del crollo dell’impero assiro. 

La ricerca, pubblicata su Science Advances, esamina i dati sulle precipitazione della zona: il team ha scoperto un brusco decadimento delle precipitazioni del 60%, indebolendo in modo inconsueto l’Impero assiro che Ninive è stata invasa in tre mesi e abbandonata per sempre.

Weiss spiega che l’Impero assiro era composta da una società agraria dipendente dalle precipitazioni stagionali, soprattutto per l’agricoltura dei cereali. A sud, i Babilonesi, invece, facevano affidamento sull’agricoltura irrigua, quindi le loro risorse, il governo e la società non furono colpiti dalla siccità.

Il team ha analizzato le stalagmiti, un tipo di concrezione calcarea che cresce dal pavimento di una caverna ed è formato dal deposito di minerali presenti nell’acqua, recuperate dalla Grotta di Kuna Ba, nel nord-est dell’Iraq. Le stalagmiti possono fornire una storia del clima attraverso i rapporti isotopici di ossigeno e uranio che vengono preservate nei suoi strati grazie alle infiltrazioni di acqua.

L’ossigeno nell’acqua piovana è disponibile in due varietà principali: pesante e leggera. Il rapporto tra isotopi di ossigeno pesanti e leggeri è estremamente sensibile alle variazioni di precipitazione e temperatura. Nel tempo, l’uranio intrappolato nelle concrezioni calcaree si trasforma in torio, permettendo agli scienziati di datarne i depositi.

Il gruppo di ricerca ha sincronizzato questi risultati con i dati degli scavi archeologici e la documentazione in cuneiforme riuscendo a documentare i primi dati paleoclimatici per la megadecessione, la grande siccità, che ha colpito il cuore dell’impero assiro al momento del crollo, poi invaso dalle popolazioni vicine meno martoriate.

La ricerca del team ha anche rivelato che questa mega siccità ha seguito un periodo di forti piogge che ha facilitato la precedente crescita ed espansione dell’impero assiro.

Weiss riesce a confrontare, dunque, una dinamica storica e ambientale tra nord e sud della Mesopotamia, quella tra l’agricoltura alimentata dalla pioggia e l’agricoltura alimentata dall’irrigazione, fino a comprendere il processo storico di come i Babilonesi siano stati in grado di sconfiggere gli Assiri, descritto genericamente dagli storici come la “madre di tutte le catastrofi”!

Attraverso l’archeologia e le varie fonti, Weiss è stata in grado di mettere appurare come i dati della mega siccità fossero sincronizzati con la cessazione delle campagne militari assire a lunga distanza e la costruzione di canali di irrigazione simili ai vicini meridionali, ma molto limitati nella loro estensione agricola.

Queste nuove analisi si inseriscono in un modello storico strutturato non solo attraverso il tempo e lo spazio, ma attraverso un tempo e uno spazio denso di cambiamenti ambientali e climatici di una tale portata che non ne hanno permesso l’adattamento.

I nuovi dati estratti dallo studio delle stalagmiti permettono, dunque, a paleoclimatologi e archeologi di identificare i cambiamenti ambientali e climatici, inserendoli nel quadro storico globale, fornendo concrete risposte sconosciute e inaccessibili solo fino a 25 anni fa. 

Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini

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