ANALIZZATI GLI INGREDIENTI DEL CALCESTRUZZO ROMANO A POMPEI
Gli archeologi impegnati negli scavi di Pompei hanno scoperto i resti di un cantiere edile rimasto congelato dall’eruzione del Vesuvio dell’ottobre (forse agosto, forse ottobre…) del 79 d.C., chiarendo gli ingredienti e i metodi alla base del calcestruzzo romano durevole e autoriparante che i Romani utilizzarono per rivoluzionare l’architettura e che ha permesso ai costruttori di realizzare enormi strutture monolitiche, volte e cupole complesse e porti con calcestruzzo che si induriva sott’acqua.
Il sito rappresenta un progetto edilizio in corso quando l’eruzione seppellì Pompei sotto cenere vulcanica e roccia. I ricercatori si sono imbattuti in ambienti con pareti grezze e cumuli di materiale secco premiscelato e strumenti per pesare e misurare, utilizzati per preparare il calcestruzzo.
Admir Masic, docente di ingegneria civile e ambientale al Massachusetts Institute of Technology e responsabile dello studio pubblicato sulla rivista Nature Communications, conferma che il calcestruzzo era un materiale da costruzione indispensabile che permise di costruire strutture come stadi, come il Colosseo, templi a cupola come il Pantheon, terme pubbliche e altri grandi edifici, acquedotti e ponti mai realizzati prima. Poiché il calcestruzzo poteva indurirsi sott’acqua, era anche essenziale per la costruzione di porti e frangiflutti
Il metodo preciso utilizzato per realizzare il calcestruzzo è stato oggetto di dibattito: recenti scoperte archeologiche sembrano contraddire i resoconti riportati in un trattato del I secolo a.C. dall’architetto e ingegnere romano Vitruvio.
La scoperta di Pompei, tuttavia, ha dimostrato che i Romani utilizzavano una tecnica chiamata “miscelazione a caldo”, in cui un materiale chiamato calce viva, del calcare secco precedentemente riscaldato, viene combinato direttamente con acqua e una miscela di roccia vulcanica e cenere, producendo una reazione chimica che riscalda naturalmente la miscela. Questo metodo differisce da quello descritto da Vitruvio, che scrisse circa un secolo prima.
Masic afferma che Pompei conserva edifici, materiali e persino opere in corso nello stato esatto in cui si trovavano al momento dell’eruzione. A differenza delle strutture finite che hanno subito secoli di riparazioni o agenti atmosferici, questo sito cattura i processi di costruzione così come si sono svolti. Per lo studio delle tecnologie antiche, non esiste semplicemente un parallelo: la sua eccezionale conservazione offre una vera e propria ‘istantanea’ della pratica edilizia romana all’opera.
L’edificio in costruzione univa ambienti domestici a un panificio funzionante con forni, vasche per il lavaggio dei cereali e magazzini. Le testimonianze presenti indicavano che la tecnica descritta da Vitruvio, nota come calce spenta, non veniva utilizzata per la costruzione di muri e all’epoca del progetto a Pompei, quel metodo potrebbe essere stato ormai superato.
La tecnica di miscelazione a caldo ha contribuito alle proprietà auto-riparanti del calcestruzzo, riparando chimicamente le crepe. Il calcestruzzo contiene residui bianchi della calce utilizzata per produrlo, chiamati “clasti di calce”, che possono dissolversi e ricristallizzare, riparando le crepe che potrebbero formarsi con l’infiltrazione d’acqua.
I Romani industrializzarono il calcestruzzo a partire dal I secolo a.C. e il I secolo d.C. permettendo ai costruttori di realizzare le enormi strutture ancora oggi visibili: il calcestruzzo ha ampliato radicalmente ciò che si poteva costruire e il modo in cui venivano concepite città e infrastrutture.
Secondo Masic, i calcestruzzi moderni generalmente non hanno una capacità intrinseca di autoriparazione ma un aspetto sempre più importante, oggi, è la ricerca di strutture più durature e con minore manutenzione e, ritiene Masic, i principi rivelati possono ispirare la progettazione di calcestruzzi durevoli e a basse emissioni di carbonio di prossima generazione.
Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini
Per ulteriori info: MIT
Calcestruzzo romano


