TOP 10 DELLE SCOPERTE ARCHEOLOGICHE 2017

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Anche per il 2017, la rivista ARCHAEOLOGY, una pubblicazione dell’Archaeological Institute of America, ha pubblicato una speciale classifica, la Top 10 delle scoperte archeologiche del 2017 secondo gli editori della rivista stessa. Per quelle del 2016, clicca qui.

  1. Gobekli Tepe è uno dei siti archeologici più significativi e misteriosi del mondo. Tra il decimo e l’ottavo millennio a.C., furono eretti una serie di enormi circoli di pietre in cui gruppi umani si riunivano per scopi religiosi o sociali. Quest’anno, i ricercatori hanno rivelato che l’analisi microscopica dei frammenti ossei trovati nel sito suggerisce che i crani umani potrebbero essere stati messi in mostra alla pubblica visione, forse anche per inibire i nemici. I frammenti appartengono a tre teschi parzialmente conservati che sono stati alterati dopo la morte. Questa è la prima indicazione di come gli abitanti di Gobekli Tepe possano aver trattato i loro morti e gli archeologi ritengono che possa fornire la prova di una sorta di “culto del cranio” del Neolitico primitivo. Secondo la ricercatrice Julia Gresky dello  German Archaeological Institute, i teschi potrebbero essere stati sospesi tramite una corda che avvolgeva la testa e passava attraverso un piccolo foro nella parte superiore.
  2. L’affondamento della USS Indianapolis è considerato uno dei più grandi disastri nella storia navale degli Stati Uniti. L’incrociatore pesante di classe Portland, molto decorato, lasciò San Francisco il 16 luglio 1945 con 1196 membri dell’equipaggio a bordo. La sua missione finale, mentre correva verso la base navale dell’isola di Tinian, nel Nord Pacifico, era di consegnare componenti di “Little Boy”, la bomba atomica sganciata su Hiroshima. Completata la missione, la nave partì lungo un corso prestabilito solo per essere colpita da siluri lanciati da un sottomarino giapponese il 30 luglio. Indianapolis iniziò ad affondare in soli 12-15 minuti. Passarono tre giorni e mezzo prima che gli aerei individuassero i sopravvissuti. Quest’anno, dopo 72 anni, il relitto è stato trovato a circa 550 metri sotto il Pacifico settentrionale. Poiché nessuna chiamata di soccorso è stata ricevuta, la localizzazione della nave affondata dipendeva principalmente dalla testimonianza del suo capitano sopravvissuto. Lo storico navale Richard Hulver e l’archeologo Robert Neyland, utilizzando utilizzando un veicolo sottomarino autonomo in grado di scansionare le più remote profondità del fondale marino, hanno localizzato la nave.
  3. La scoperta di una torta di frutta di 106 anni or sono sul Capo Adare, nell’Antartide potrebbe aiutare a riscattare la malvagia reputazione sulla delicatezza del famoso dolce. La torta centenaria è stata trovata da un gruppo dell’Antarctic Heritage Trust nell’edificio più antico del continente, una capanna costruita nel 1899 lasciata lì nel 1911 da membri del Northern Party del team dell’esploratore britannico Robert Falcon Scott. La latta contenente la torta di frutta Huntley & Palmers era un po ‘arrugginita, ma la torta era perfettamente in forma, probabilmente a causa delle condizioni fredde e secche dell’ambiente circostante.
  4. Gli archeologi che hanno scavato ai piedi del Grande Tempio degli Aztechi, nel centro di Città del Messico, hanno scoperto una sontuosa collezione di manufatti d’oro e lo scheletro di un giovane lupo. I monili rinvenuti sono quelli meglio conservati degli ultimi 40 anni di scavo, secondo il responsabile degli archeologi, Leonardo López Luján. Includono orecchini, ornamenti per il naso e un pezzo di armatura usata per decorare il lupo sacrificato, come se il cane simboleggiasse un guerriero umano. La testa del lupo era disposta a ovest a significare che era “il compagno del sole, dopo il tramonto, durante il suo viaggio verso gli inferi. L’offerta risale al regno di Ahuitzotl (1486-1502), periodo di grande espansione imperiale per gli Aztechi.
  5. Anche quest’anno il territorio egiziano ha riservato scoperte incredibili. Tra queste gli archeologi hanno individuato un’iscrizione che offre una nuova prospettiva sul primo sviluppo del sistema di scrittura egiziano. Un team guidato dall’egittologo dell’Università di Yale, John Darnell, ha trovato dei geroglifici su una banco roccioso lungo una strada nel deserto, a nord dell’antica città di Elkab. Databili intorno al 3250 a.C., furono scolpite durante la Dinastia 0, un periodo in cui la prospera valle del Nilo era divisa in diversi regni e gli scribi stavano avevano appena iniziando a padroneggiare la scrittura. Se le iscrizioni della Dinastia 0 scoperte in precedenza sono alte meno di tre cm  e sono in gran parte limitate a questioni amministrative, l’iscrizione appena scoperta è alta quasi 70 cm ed è il primo insieme di geroglifici su larga scala rinvenuto da oltre 300 anni. I simboli dell’iscrizione – una testa di toro su un palo, seguita da due cicogne e un ibis – sono simili a quelli usati nella successiva scrittura egiziana per equiparare l’autorità di un faraone al controllo sul cosmo, una sorta di segno di confine reale che asseriva il dominio di un re sull’area.
  6. Resti dei primi umani Neanderthaliani e Denisovani sono stati scoperti solo in un numero limitato di siti in Europa e in Asia, lasciando aperte notevole discussione sullo sviluppo di questi ominidi. Quest’anno, tuttavia, i ricercatori hanno annunciato un nuovo modo di rilevarne la presenza attraverso lo studio delle tracce genetiche nei sedimenti nelle caverne. Un team guidato da Viviane Slon del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology ha analizzato i sedimenti di sette siti in Francia, Belgio, Spagna, Croazia e Russia e ha trovato DNA di Neanderthal in tre siti risalenti fino a 60000 anni fa, e DNA neanderthaliano e denisovano nella grotta di Denisova in Russia risalente a circa 100000 anni or sono. In un certo numero di casi l’evidenza genetica era localizzata a livelli stratigrafici in cui non sono stati trovati resti di ominidi, ma la tecnica funziona anche con i sedimenti che erano stati raccolti alcuni anni fa e conservati nei laboratori. I ricercatori ipotizzano che il DNA nei sedimenti provenga dai liquidi corporei proveniente dalla decomposizione dei loro resti. Finora, si sono concentrati sul DNA mitocondriale, ma sperano di essere in grado di trovare anche il DNA nucleare che fornirebbe ulteriori informazioni genetiche sugli ominidi.
  7. Quattro torques sono stati rinvenuti Leekfrith e sono i primi oggetti d’oro dell’Età del Ferro mai trovati in Gran Bretagna. Possono essere datati tra il 400 e il 250 a.C. in base alle loro qualità stilistiche e secondo Julia Farley del British Museum sono stati probabilmente indossati dalle donne. Il rinvenimento getta nuova luce sull’uso di monili in oro perché sembra che dopo la fine del IX sec. a.C. sembra sia stato abbandonato l’uso di indossare e produrre gioielli in oro. Una spiegazione è data dal fatto che le reti commerciali che portavano l’oro in Inghilterra erano state distrutte, lo stagno e il rame, usati per fabbricare il bronzo, non erano più necessari una volta che il ferro prodotto localmente diventava disponibile. I gruppi umani si sono concentrati sulla sopravvivenza della comunità piuttosto che sullo status individuale. La presenza di questi torques, di provenienza continentale, dimostrano che l’ornamento personale sia tornato in auge quando l’Europa ha assunto un nuovo carattere cosmopolita.
  8. Durante i lavori della nuova linea della metropolitana “C” di Roma è stato scoperto quello che si ritiene abbia fatto parte dell’acquedotto dell’Aqua Appia, il più antico di Roma che risale al 312 a.C. (si legga anche l’articolo qui pubblicato). I resti sono stati trovati vicino al Colosseo, a oltre 15 metri al di sotto di Piazza Celimontana, una profondità solitamente irraggiungibile dagli scavi archeologici. La sezione dell’acquedotto misura 6,5 ​​metri di altezza ed è composta da grossi blocchi di tufo grigi e granulari disposti su cinque file. L’assenza totale di tracce di calcare all’interno del condotto suggerisce che il suo uso nel tempo è stato limitato, secondo Simona Morretta della Soprintendenza Archeologica di Roma, o che la struttura sia stata abbandonata solo dopo un intervento di manutenzione. Si estende per più di 30 metri, continuando oltre le paratie di cemento ormai poste a delimitare l’area di lavoro.
  9. Nel sito di Avebury, il monumento neolitico appena a nord di Stonehenge, ha proposte nuove scoperte nel suo complesso di pietre a circolo, il più grande del suo genere in Europa. Gli archeologi hanno individuato che all’interno di uno dei suoi circoli interni c’era una precedente formazione quadrata. Usando la tecnologia radar, hanno identificato la presenza di un agglomerato di pietre che ritengono l’impronta di una struttura neolitica già edificata nel 3500 a.C. Mentre le teorie del passato hanno postulato che Avebury fosse stato costruito partendo dai cerchi esterni, questi risultati, afferma Mark Gillings dell’Università di Leicester, suggeriscono che il monumento sia partito dal singolo edificio centrale.
  10. Gli scavi a Jebel Irhoud , vicino alla costa occidentale del Marocco, hanno portato alla luce vecchi resti umani, databili oltre 300.000 anni or sono, di alcuni dei primi Homo sapiens. Le ossa umane furono scoperte per la prima volta nel 1961 e la loro strana combinazione di caratteristiche incuriosì gli scienziati che presumevano appartenessero a Neanderthaliani di circa 40.000 anni fa. Nel 2006, un team guidato da Jean-Jacques Hublin del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology ha riaperto gli scavi a Jebel Irhoud e quest’anno hanno rivelato i loro risultati. Gli ominidi Jebel Irhoud apparentemente vissero 350.000 anni dopo che gli uomini di Neanderthal e Homo sapiens avevano condiviso un antenato comune abbastanza a lungo da permettere ai due lignaggi di sviluppare alcune ovvie differenze. Il popolo di Jebel Irhoud aveva facce piatte e corte come gli umani moderni, ma i loro cervelli erano più allungati e i loro denti molto più grandi. Le loro arcate sopraccigliare erano anche più prominenti di quelle degli umani che vivono oggi, ma non così pesanti come quelle degli uomini di Neanderthal.

Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini

Per ulteriori info: archaeology.org

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