Tebe, la “città delle cento porte”

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Ho passato in rassegna buona parte della storia delle esplorazioni dell’antica Waset per gli egizi, Tebe per i greci, la al-Uqsur araba, l’odierna Luxor, e della Valle dei Re. Ho interrotto il resoconto delle scoperte all’eccezionale riapertura della KV 5 (si legga Kent Weeks e la KV 5), tralasciando a siti più aggiornati e qualificati (si legga Mattia Mancini e il suo blog di Egittologia DJED MEDU) la conoscenza e lo studio approfondito di nuove scoperte e apprendere che dopo la Tomba di Tutankhamon (KV 62) sono venute alla luce anche una KV 63, KV 64 e, forse, una KV 65!

Da oggi vedremo come Tebe sia diventata quella grande città che ha affascinato viaggiatori antichi, continuando a stupire i moderni turisti!

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Tempio di Karnak, Sala ipostila

Nel libro IX dell’ Iliade, Omero cita Tebe:”Tebe egizia, ove sono nelle case ricchezze infinite, Tebe che ha cento porte, e per ognuna duecento armati passano, con i carri e i cavalli[1], forse meravigliato dalla quantità di piloni (le mura di entrata ai templi) che ha visto al suo arrivo, ma anche per ricordarne la potenza. Ma nel tempo in cui si ritiene che sia stata realizzata l’opera letteraria (IX secolo a.C.?), la Tebe egiziana si avviava verso un inesorabile declino.

Quando vicino Menfì si costruivano le piramidi, Tebe era già abitata e lo testimoniano proprio le rare tombe che in quell’epoca inauguravano la necropoli; del resto l’insegna della città, o meglio della sua provincia, appariva già su un monumento di Micerino. Ma si trattava certo di un insediamento assai modesto, che non poteva certo competere per importanza con la vicina Hermonthis (oggi Armant) a sud o con la poco più lontana Coptos (oggi Quft), più a nord.

Affinché il centro assumesse una certa importanza si è dovuto attendere quell’epoca in cui l’Egitto ha perso la sua struttura unitaria e i principi delle varie province hanno assunto una larga autonomia, tanto da contrapporsi ai sovrani ufficiali. L’erede di questi principi fu il fondatore della XI dinastia, Mentuhotep che già nel nome, “Montu è soddisfatto”, mostra la sua connessione con il dio guerriero Montu, originario sia della vicina Armant che di Tebe. Il secondo Mentuhotep riuscì a riunire sotto il suo dominio tutto l’Egitto, e avviò quel periodo della storia egiziana che si suoi chiamare il Regno Medio.

Quando a questa dinastia successe un’altra famiglia, il cui capostipite regale fu Amenemhat I, Tebe entrò finalmente nel numero dei centri di particolare rilevanza. Il nome del fondatore della XII dinastia significa “Ammon è alla testa” vera e propria dichiarazione del primato di una divinità fino ad allora ben poco nota, Ammon, che da quel momento in poi affiancò con maggiore autorità il dio locale Montu, assumendo contemporaneamente il carattere di “re degli dei”. La storia di Tebe fu da questo momento la storia dei suoi rapporti col suo dio.

Nell’Antico Testamento essa è chiamata No-amòn, che corrisponde all’egiziano Niwt-Imn, “città di Ammon”; anche Diospolis in greco, città di Zeus, con l’abituale identificazione di Ammon con il sommo dio greco[2]. La XII dinastia trasferì, però, la sua originaria sede provinciale per una nuova sede della corte più a settentrione, a Lisht, nel Medio Egitto. Ma continuò a chiamare i suoi re con nomi che ricordano le divinità tebane, e, soprattutto, fondò e abbellì il primo nucleo di quello che doveva divenire il complesso templare di Karnak.

Tempio di Karnak, I pilone
Tempio di Karnak, I pilone

La città fondata nei pressi del tempio ha continuato a fiorire anche quando la parte settentrionale dell’Egitto è passata sotto la dominazione di una dinastia militare straniera, quella degli Hyqsos. Con questi vicini i principi di Tebe hanno convissuto in pacifici rapporti per un certo periodo, ma attorno al 1580 a.C. si sono assunti la responsabilità di una riunificazione del paese a loro vantaggio e sotto la loro guida. Si mette così in moto un processo che sfocerà nella costituzione di una struttura a carattere imperiale, che tese a un ampliamento delle frontiere e dell’autorità egiziane.

Un impero che, al momento del suo massimo splendore, si estese dall’Eufrate, in Asia, fino alla quarta cataratta del Nilo, in Africa[3]. Gli Amenhotepdi e i Thutmosisdi che guidarono questo ampliamento dei confini, sono signori tebani e dichiararono di agire per suggerimento e con l’aiuto del dio tebano della loro casata, Ammon: fu, perciò, doveroso per loro far rifluire sulla loro città e in favore del loro dio i frutti opulenti delle loro guerre e dei tributi che ne derivavano. Tebe divenne la più illustre capitale del tempo ed esprime la gratitudine agli dei che l’hanno resa “vittoriosa”, edificando per loro l’insieme di templi più vasto che si conosca[4].

La XVIII dinastia, che è quella cui si deve la cacciata degli Hyqsos e l’ampliamento delle frontiere, ha davvero come suo centro Tebe  fino al momento in cui una rivoluzione religiosa, attorno al 1350 a.C, voluta e guidata da un sovrano, Amenhotep IV – Akhenaton, sostituì al dio Ammon e a tutti gli dei, un dio unico, il sole Aton, visto proprio come elemento fisico. Egli abbandonò l’antica sede per una città nuova consacrata al nuovo dio, nel Medio Egitto, a Tell el-Amarna e le diedeil nome di “orizzonte dell’Aton”, Akhetaton. La nuova religione ebbe breve vita, e fu abbandonata con la morte del re. Ma Tebe restò ormai esclusa dalle sue antiche funzioni con il sorgere e l’affermarsi di una nuova dinastia, la XIX, quella Ramesside e dei Setidi, di origine settentrionale e che dal Delta meglio sorvegliava i domini asiatici[5].

Questo mutamento di equilibrio fornì alla vecchia capitale un altro tono, ma non ne diminuì l’autorità: essa divenne il centro religioso dell’impero, e vi si costruirono templi sempre più spettacolari, vi si portarono i corpi dei sovrani defunti, vi si celebrarono le feste alle quali il re non poteva mancare di assistere, evidenziando la funzione religiosa di Tebe. Questa singolarità finisce con il porre la città in modo sempre più evidente sotto l’autorità del sommo sacerdote del dio Ammon. Questi potè disporre dell’immenso patrimonio che fu donato al tempio dai sovrani vittoriosi e finì con l’assumere un controllo anche politico della città.

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Tempio di Luxor, Sala ipostila

Tebe si staccò così dalla struttura dello stato egiziano: la riunione del paese sotto l’autorità di faraoni di origine e cultura sudanese, avvenuta con la dinastia “etiopica” o “cuscita”, rispettò almeno formalmente questa caratteristica di singolarità di Tebe, ponendola sotto l’autorità di una principessa della casa reale, che assume il titolo di sposa del dio Ammon e di “divina adoratrice”. Tale istituzione si perpetuò in età saitica con principesse che venivano da Sais nel Delta e che permise  alla città una tardiva fioritura di monumenti e di cultura[6].

L’arrivo dei Greci in Egitto ha le sue ripercussioni a Tebe, dove si ha una ripresa dell’attività edilizia, ma dove si coagulavano passioni nazionalistiche che giungevano a determinare proprio una breve rinascita di “faraoni” indigeni a cavallo tra III e II secolo. Ma varie ribellioni in epoca tolemaica determinarono una distruzione della città che, ovviamente non ha potuto comunque cancellarne le caratteristiche monumentali. I Romani hanno adoperato Tebe come base militare e piccoli edifici civili e religiosi ne testimoniano la presenza. Ma la città ormai non è più che l’ombra di se stessa, e serve come cava di materiali.

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Tempio di Luxor, I pilone

Quando Costantino volle dotare la sua nuova città di un obelisco, lo mandò a cercare a Tebe e per poterlo caricare sulla zattera che lo avrebbe portato fino ad Alessandria, non si fece scrupolo di abbattere le costruzioni che impedivano la via al monumento. I templi erano ormai incapaci di funzionare; a Luqsor, sotto Diocleziano, si ricavò un santuario per il culto del genio dell’imperatore, mentre a Karnak si installarono chiese nei più sacri edifici[7].

Il Medioevo conobbe poco dell’Egitto, e solo quella parte settentrionale che era aperta al commercio con l’occidente e al passaggio dei pellegrini che si recavano in Terra Santa. Di Tebe si era persa la memoria, tanto che finì per essere identificata nelle rovine, in Medio Egitto, di Antinoe, la città fondata da Adriano nel 121 d.C. e divenuta, in effetti, in età tarda capitale della Tebaide, una delle tre province in cui l’Egitto era stato diviso da Diocleziano.

Anche i rari visitatori che vi giunsero non furono capaci di identificarla e fu necessario attendere la presenza in Alto Egitto di un gesuita, padre Claude Sicard che, fra il 1707 e il 1721, vi soggiornò a lungo quale missionario identificando le rovine come i resti di Tebe (si legga anche Le moderne esplorazioni a Tebe).

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Ramesseum, dalle Colline tebane. Uno dei Templi di Milioni di Anni

Con Sicard si aprì una precisa e lunga indagine dei monumenti della città che da allora furono a disposizione degli studiosi e della cultura generale divenendo sempre più un argomento di conoscenza storica[8]. L’interesse per l’Egitto ha anche dato l’avvio al desiderio di possederne i monumenti e le testimonianze: è cominciata così una ricerca di resti archeologici da destinare al commercio che ha arricchito collezioni pubbliche e private e che in taluni casi è stata vera e propria spoliazione, distruzione di contesti, impoverimento del patrimonio storico, ma in altri, di salvataggio da distruzione e comunque punto di partenza per una nuova disciplina, l’egittologia, che di questo materiale aveva bisogno per la sua prima sperimentazione.

Di questa caccia alle antichità Tebe fu il teatro forse principale per la ricchezza dei resti che apparivano alla superficie della antica città, e ancor più della sua necropoli, divisa dal mondo nel deserto oltre il Nilo e perciò in certo modo protetta dalle manomissioni più antiche[9]. Tebe, sulla sponda destra del Nilo, appare oggi come due grossi nuclei templari, lontani fra loro circa tre chilometri, e che sono Karnak e Luqsor, raccordati da un largo viale fiancheggiato da sfingi, solo in parte scoperto. Sul resto delle antichità, che certo occupavano questa ampia zona, si è insediata la città moderna e non sarà facile  poterne avere notizie e tenerne debito conto. Ma alla città propriamente tale si contrappone, sulla sinistra del Nilo, un’altra città, che è anch’essa Tebe: la città dei morti[10].

Villaggio di Deir el Medina
Villaggio di Deir el Medina

Se la città orientale, costruita sulla terra fertile delle sponde del Nilo, è oppressa dalle esigenze dello sviluppo, quella occidentale, insediata sulle sabbie e sulle rocce del deserto, è estranea a tali esigenze e ha così potuto salvare di più i suoi monumenti, di ogni genere. Da questo lato sono stati edificati una fila di templi (i cd. Templi di Milioni di Anni, ndr), consacrati ad Ammon e ai singoli re, arrivati fino a noi in diverse condizioni di conservazione, che sono stati centri di vita, così come centri di vita vanno considerate anche le tombe dei re e dei privati col loro personale di custodi, con i loro operai, con le loro esigenze di culto.

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Resti del palazzo di Amenhotep III

Organicamente connesso con le tombe, esiste un intero villaggio di operai, Deir el-Medina, che nelle sue rovine ci ha salvato documenti di tutto ciò che riguarda i suoi abitanti e ci lascia un modello urbanistico totalmente identificabile. Ma anche una nuova città, costruita a Malqata – ancora non completamente esplorata – del periodo imperiale di Amenhotep III, completa la funzione urbana di questa riva occidentale e la collega intimamente con quella dei grandi templi della riva orientale[11].

 

Daniele Mancini

 

Foto di Daniele Mancini 

Note e per un approfondimento bibliografico:

[1] GARDINER, Sir A., Egypt of the Pharaohs, OXFORD, 1966, p. 226

[2] Il nome “Tebe” fu dato alla città dai primi viaggiatori greci; alcuni storici ritengono che avessero fraintesero il nome autoctono Djeme che indicava un’area intorno a Medinet Habu, mentre altri pensano che derivi da tape, oppure tp, che in antico egizio significava “testa”. Gli Egizi la chiamavano anche Waset, il nome dato al nomo (il distretto amministrativo) entro cui essa si trovava; Luxor, il nome più recente per indicare Tebe, deriva dall’arabo al Uqsur, a sua volta un adattamento del latino castrum, “accampamento militare”.

[3] GARDINER, 1961, p. 231

[4] DONADONI, S., Tebe, MILANO, 1999, p. 9

[5] PETRIE, SIR W. F., A History of Egypt, LONDRA, 1924, p. 201

[6] GARDINER, 1961, p. 251

[7] DONADONI, 1999, p. 10

[8] SICARD, C., Relation D’un Voyage Aux Cataractes Et Dans Le Delta In Nouveaux Memoires Des Missions De La Comp. De Jesùs, PARIGI, 1717, p. 171

[9] NIMS, C. F., Thebes of the Pharahos: Pattern for every city, LONDRA 1965, p. 77

[10] NIMS, 1965, p. 105

[11] DONADONI, 1999, pp. 11-14

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