DA TEATE A TEBE: STORIA DI UN AUGURE – prima parte

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Vi ricordate il sacerdote àugure Haralio? (si legga: Herius e Pleminius: eroi teatini) Questa è la sua storia che fonda le radici su basi storiche, ma è frutto del mio desiderio di scrivere racconti sulla mia città. Buona lettura.


Dopo la sconfitta nella Battaglia di Canne (agosto 216 a.C.. ndr), i superstiti del contingente marrucino che affiancarono le truppe romane, tornarono a Teate, mesti e vinto. Prima della loro partenza, Haralio lesse  il volere degli dei attraverso il volo di alcuni tordi che attraversarono Teate verso sud, verso Canne; repentinamente tornarono indietro e si fermarono sulle tombe della necropoli meridionale realizzata sulla strada verso l’Urbe romana (oggi S. Maria Calvona, ndr): cattivo presagio! Nessuno volle prenderlo in considerazione e la coorte marrucina partì ugualmente, partecipando all’onta della greve sconfitta.

Ricostruzione frontone Templi della Civitella – Museo Archeologico de La Civitella – Foto Daniele Mancini

Nelle settimane successive il ritorno dei suoi concittadini, Haralio trascrisse tutto sul Libro Augurale XV, inaccessibile a profani o ai magistrati stessi. Dall’alto dell’arce presso il Santuario del Pozzo, dominando la valle sottostante, continuò a scrutare il volo degli uccelli, intravedendo gli spiragli di nuovi periodi aurei per Roma e i suoi alleati.

La sua ambizione lo indusse a leggere e studiare di usi e tradizioni religiose di altre popolazioni ma il suo sogno persistente era quello di calcare, prima della morte, la terra bagnata dal Grande Fiume fertile, l’Egitto. Teate era un importante crocevia commerciale e sulla collina dell’Acropoli, nei pressi dei monumentali templi,  si svolgevano importanti commerci con il mondo esterno, anche quello oltre i confini della Repubblica romana. Il fido servitore Gaius Marcius trovò sui banchi di un strano commerciante straniero dalla pelle olivastra, sorridente e gentile, un papiro arrotolato con tanti piccoli disegni colorati. Lo acquistò e lo portò al suo padrone.

Haralio ne fu estasiato: per la prima volta, tra le sue mani, si trovò un originale papiro egiziano! Non ebbe mai visto nulla di simile ma un sogno notturno lo avvisò dell’arrivo di uno strano documento legato all’Ade, il mondo dell’Aldilà, un documento trasportato da una strana figura divina con il corpo umano e la testa di un uccello molto raro dalle sue parti, un ibis… Non ne fu spaventato e alla visione di quei minuscoli segni non affatto comprensibili, molti astratti e parecchi simili ai disegni dei bambini, collegò la sua visione all’avvenimento di quella giornata che era nata sotto buoni auspici. Purtroppo non c’era modo di confrontare questi strani simboli con la lingua dei dominatori romani o quella dei Marrucini, quella degli antichi avi. Decise di partire per Roma, dove avrebbe sicuramente trovato qualcuno in grado di aiutarlo.

Mentre a Teate ci si apprestava a festeggiare i Vinalia, una festa autunnale dove la degustazione del mosto riscaldava dalle prime frescure incombenti, avvisato il magistrato locale, ufficiati gli ultimi riti a Herakle e Herentas presso il Santuario del Pozzo, il giorno dopo lasciò il borgo a bordo del suo cavallo. In due giorni attraverò Corfinium, Cerfennia, Alba Fucens, Carsioli, Tibur e poi arrivò a Roma. La capitale della Repubblica lo metteva in soggezione: i suoi monumenti, i suoi abitanti, il suo biondo fiume Tiberis, le sue rigorose leggi, i suoi mercati. E proprio in uno di questi, nei pressi dei comitia centuriata del Campo Marzio, quando il tramonto ebbe già parzialmente compiuto il suo corso, conobbe un uomo dalla pelle olivastra, con uno strano copricapo posto sopra un parrucca, ben rasato, occhi neri contornati da marcati segni altrettanto neri, addosso una tunica molto ben rifinita da fregi arancioni e celesti. Il suo nome, Shenar; la sua provenienza, Tebe, la terra dei Faraoni!

Haralio, estasiato, si presentò ed estrasse dalla sua bisaccia il papiro e lo mostrò al mercante egiziano: questi indietreggiò spaventato e perse il sorriso pronunciando la frase: “Amduat“! Shenar, dopo le prime esitazioni, spiegò che quel papiro è tratto dal più antico dei libri sugli inferi ed è definito in egizio «La scrittura dello spazio occulto», un vero e proprio trattato sull’aldilà. Haralio è, a sua volta, senza parole, ascolta attentamente l’egiziano che sembra essere più di un semplice commerciate. Shenar, infatti, prima di lasciare la terra del Faraone Tolomeo IV Filopatore, prestava servizio presso il primo sacerdote del grande Tempio di Karnak, a Tebe. Alla morte del suo protettore, fu costretto a fuggire lontano da quella città.  Shenar descrisse accuratamente il papiro: i geroglifici raccontano del viaggio del dio Sole nel corso delle dodici ore della notte, dal tramonto fino all’alba. Come nella realtà terrena della valle del Nilo, narrò Shenar, anche nell’aldilà occorre un’imbarcazione per muoversi. Dell’equipaggio fisso della barca del Sole fanno parte, fra gli altri, l’«apri-strade» Upuaut, le forze creatrici Sia («discernimento») e Hu («enunciazione»), la dea Hathor quale «signora della barca», la divinità dell’ora (che cambia dall’una all’altra) e Horus nella sua qualità di pilota e «dirigente della barca»; in totale le divinità sono nove, un numero complesso e importante per gli Egizi. Shenar mostrò ad Haralio come  il dio Sole dalla testa d’ariete, racchiuso in una sorta di edicola, è definito «carne» per connotare l’aspetto notturno del suo corpo.

Libro dell’Amduat, 1069-664 a.C. (Terzo Periodo Intermedio); Parigi, Museo del Louvre

Haralio, come ipnotizzato dal racconto di Shenar, cadde in profondo e agitato sonno. Strane figure gli appaiono in sogno, figure umano con teste di animali: coccodrillo, babbuino, falco, ariete, ibis, ma anche una enorme vacca con uno stuolo di altri personaggi non identificabili che gli fanno segno di andar da loro. Si svegliò di soprassalto, madido di sudore con il sole accecante sul suo viso: si ritrovò a terra, nella polvere, sfiorato dai carri che giungevano  al mercato, con centinaia di persone attorno a lui che riempivano la via. Si è addormentato dove ha lasciato Shenar che raccontava ma l’egiziano è sparito. Al posto del suo banco, vide dei mercanti fenici con i loro vetri colorati che urlavano e contrattavano con avventori di passaggio.

In mano stringeva ancoera il “suo” papiro e, guardandolo, ricostruì tutto quanto accaduto: chiese attorno se avessero visto Shenar, se lo conoscessero, ma nessuno gli fornì indicazioni, nessuno lo conosceva o lo ricordava; invece, lo invitarono ad allontanarsi perché spaventava e infastidiva i clienti… Mesto, si fermò davanti una taberna: servivano vino e garum, si rifocillò e prese la decisione di partire per l’Egitto!

Le divinità di quella terra lo hanno invitato a raggiungerli…

— Fine prima parte —

 

Daniele Mancini

 

 

 

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