TEATE ALTOMEDIEVALE: NON PERVENUTA!

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E’ l’esatta dimensione riferita a fonti, notizie storiche e archeologiche della Teate tra il III sec. d. C. e il famoso “sacco” franco del 798 d.C. E’ un periodo in cui l’assenza di fonti documentarie e il riscontro legato a scarsi dati archeologici e topografici, vagamente attestano la continuità di vita della città antica capitale dei Marrucini nel periodo alto medievale. Come è accaduto in quasi tutto il territorio della penisola, anche Chieti presenta analoghi elementi che testimoniano una minima vitalità della città tra tardo antico e medioevo. Anche se mancano precise fonti documentarie, è possibile ipotizzare una continuità di vita sulla sulla base di scarni dati archeologici e da alcuni indizi di natura topografica.

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Estratto della Tabula Peutingeriana con indicazione del posizionamento di Teatjo marrucinoceios

Assume particolare importanza la menzione della città nell’Itinerarium Antonini (realizzato a fine III sec. d.C., ndr) e nella Tabula Peutingeriana (copia medievale di un’antica carta romana, ndr), dove la rappresentazione grafica della città è indicata come Teatjo marrucinoceios. Chieti ricorre anche nella descrizione dell’Italia fatta da Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum (sui Longobardi, si legga Quei Longobardi extracomunitari), come appartenente alla provincia del Sannio. Tali citazioni sono un indubbio segno della continuità di vita e di una certa vitalità dell’insediamento all’epoca della compilazione delle carte: di certo la Teate romana continua a vivere in età tardo antica, anche se è ipotizzabile che il centro urbano subisca modifiche sostanziali, anche a causa del fatto che venne interessata dal terremoto che colpì il Sannio nel 346 d. C. Dal punto di vista archeologico, le conseguenze del sisma sono leggibili nei crolli presso il teatro e l’anfiteatro, oltre che nella frana che coinvolse il complesso termale romano determinandone probabilmente la dismissione.

Recenti scavi in Largo Barbella, pre ascensore!
Recenti scavi in Largo Barbella, pre ascensore!

In questa complessa situazione alcune delle strutture romane continuarono comunque a sopravvivere anche in età tardo antica: è il caso della viabilità principale, la via Claudia-Valeria che,  entrando in città da Sud Ovest, in corrispondenza dell’arena della Civitella (alcuni studiosi la rintracciano nell’attuale via Vernia, ndr), diventava la principale via urbana cittadina e proseguiva in direzione Nord parallelamente all’attuale Corso Marrucino, con un tracciato spostato più a est rispetto alla via odierna (si legga anche Il Foro di Teate Marrucinorum). Sporadici rinvenimenti permettono di cogliere in dettaglio la trasformazione di alcuni edifici abitativi, di cui rimane una significativa testimonianza, nella struttura della casa romana detta di “Vicolo della Palmetta” (attuale via Romanelli, ndr) dove sulle preesistenze romane poggiano murature di una abitazione databile tra V e VII secolo d.C.  Anche in Largo Barbella scavi recenti hanno rimesso in luce un quartiere residenziale, utilizzato probabilmente già in epoca tardo antica, che ha avuto anche una fase altomedievale. Un altro elemento che rappresenta un valido indizio della continuità di vita e della persistenza di una popolazione stabile e numericamente consistente nella città, è fornito dalla funzionalità dei sistemi di approvvigionamento idrico. Ma di questo argomento parleremo in altra occasione!

Anche la presenza delle sepolture all’interno del tessuto urbano segna il cambiamento del paesaggio cittadino a partire dall’età tardo antica (si ricorda che secondo la Legge delle XII Tavole, V sec. a.C., era assolutamente vietato seppellire all’interno delle mura cittadine, ndr). Consistenti sono i ritrovamenti di necropoli nel centro storico, soprattutto all’altezza dell’attuale porzione finale del Corso Marrucino, ma le scarne notizie archeologiche degli scavi tra la fine dell’ ‘800 e gli inizi del ‘900 e la dispersione dei rinvenimenti, non permettono una precisa identificazione del sistema cimiteriale del periodo. Rilevanti, invece, le sepolture rinvenute all’interno dell’arena dell’anfiteatro, sigillate da un crollo delle strutture avvenuto nel VII secolo.

Ma le fonti documentarie? E’ un annoso problema che gli studiosi non riescono a dipanare. Cosa resta delle fonti documentarie sulla Teate di quel periodo? Nulla! Cerchiamo di comprenderne il perché.

Un vuoto documentario generale e clamoroso si è esteso dalla tarda età imperiale (IV-IV secolo) all’epoca del pieno consolidamento del dominio longobardo e dell’avvento carolingio (tra VIII e IX secolo). Alcuni studiosi riempiono tale vuoto solo con riferimenti e fatti storici di portata generale, generalizzando gli avvenimenti anche in centri di una certa importanza, come Teate. Non si trattò di un tracollo generale della produzione scritta (a livello legislativo la produzione fu enorme, dal Codice teodosiano al corpus giustinianeo; così come la produzione teologica e dottrinale). Ma fu il processo di decadimento delle scritture correnti, di quelle amministrative e di quelle private che avevano visto estromesso il ricorso alla scrittura da parte della generalità delle persone, rilasciandone la possibilità solo alle élite religiose. Si perpetrò, quindi, una vera e propria crisi delle scritture ordinarie nel passaggio dall’antichità al Medioevo! Un intreccio di fenomeni, quali la crescente disalfabetizzazione del laicato il cui acuirsi proprio in ceti politicamente dominanti quali le aristocrazie militari dei secoli VIII-XI, fu evidente; anche la mancanza di quel nesso coerente fra organizzazione politica-militare e amministrazione ordinaria del territorio e delle risorse economiche che era stata assicurata dall’ordinamento romano per le proprie città, che aveva determinato la solidità dell’attitudine generalizzata alla scrittura, provocò quella che verosimilmente è accaduto anche nella nostra Teate post imperiale! Ma non solo! La scarna documentazione prodotta, inoltre, ha subito distruzioni  a causa dei cambiamenti delle sedi di custodia dei documenti avvenuti nei secoli o, già in epoca medievale, e qui siamo già fuori il nostro arco cronologico di menzione, a causa dell’annientamento di testi scritti scritti e interi archivi: sembra logico ritenere che anche il “sacco di Teate” dei Franchi, portò  alla distruzione di tutti gli archivi della città e della opaca memoria scritta ancora esistente.

 

Daniele Mancini

 

Per un approfondimento bibliografico:

V. Zecca, Gli scavi della Via Ulpia in Chieti. Studio Archeologico, in Rivista Abruzzese di Lettere, Scienze e Arti, XIII, 1897

D. Scenna, Archeologia Teatina. Esperienze – Delusioni – Soddisfazioni di un R. Ispettore Onorario dei Monumenti e Scavi, Chieti 1937

V. Cianfarani, Note di Antica e vecchia urbanistica teatina, in Atti del VII Congresso internazionale di Archeologia Classica, II, Roma 1961

E. Guidoboni, I Terremoti prima del Mille in Italia e nell’area mediterranea: Storia, archeologia, sismologia, Bologna 1989

A. Campanelli, Nascita e trasformazione della città di Chieti, in Chieti: citta d’arte e di cultura, a cura di Ciro Robotti, Lecce 1997

A. Campanelli, Archeologia teatina, in Abruzzo. Luoghi e tradizioni d’Italia, Teramo 1999

A. Campanelli, Teate Marrucinorum. Origine e sviluppo della città romana, in Teate. Il Disegno di una Città, a cura di C. Mazzetti, Roma 2007

M. C. Somma, C. Soria, M. Tornese, Dalla città tardoantica alla città medievale, in Teate. Il Disegno di una Città, a cura di C. Mazzetti, Roma 2007

M. C. Somma, Alcune note sulle città a continuità di vita: Teramo e Chieti, in Temporis Signa. Rivista di Archeologia della Tarda antichità e del Medioevo, II, 2007

Paolo Diacono, Historia Langobardorum

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