Il Sultanato dell’Oman. Maria Assunta racconta…

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Un altro viaggio, un’altra avventura. Maria Assunta Maccarone racconta “il sultanato dell’Oman“. Buona lettura…


Da tempo desideravo visitare l’Oman, al centro delle rotte marittime e terrestri lungo una delle vie commerciali più antiche del mondo; ma spesso nello scegliere una meta mi lascio trasportare dalle occasioni che mi si presentano. In realtà parlando al telefono con il call center della nota compagnia di bandiera, tutte le rotte per il Nord e Sud America erano strapiene, così pensando di non avere troppi giorni a disposizione per volare oltre oceano mi è tornato in mente il fascino del medio-oriente Iniziamo a realizzare che forse è arrivato il tempo di andare in Oman, la sentinella del Golfo, un paese non ancora totalmente aperto al turismo di massa. Il sultanato dell’Oman e’ una monarchia assoluta e dal 1970 regna il sultano Qābūs bin Saʿīd Āl Saʿīd che depose il padre e inizio’ la “modernizzazione” dell’intero Paese avendo il favore dell’intera popolazione che lo rispetta per il benessere che ha portato.

Non ci sono voli diretti per Muscat, la capitale, così accettiamo di volare per Abu Dhabi, affittare un’auto ed arrivare via terra nel Sultanato. Dopo aver visitato Abu Dhabi, Dubai e Ras Al Khaimah, raggiungiamo il confine omanita via terra da Tibat ed entriamo nel Musandam, la regione più a Nord del sultanato.

L’Oman e’ un paese a pochi conosciuto e solo chi c’e’ gia’ stato riesce a comprendere la bellezza di tali paesaggi. Ci ritroviamo in men che non si dica a percorrere strade con curve a gomito, immersi in un paesaggio unico al mondo tra il mare blu cobalto e montagne di roccia di colore cangiante, senza vegetazione, fiordi inespugnabili, difficile per l’insediamento umano, ma non impossibile. Su queste coste abitano popoli marinari e beduini che da millenni sono abituati a climi a volte spietati e sono isolati dal resto del mondo. Molto lentamente stanno entrando nella modernità: ormai l’elettricità e l’acqua sono distribuite perfino nei villaggi più remoti, ma la gente veste ancora in modo tradizionale e si nutre di pesce, carne, datteri e miele.

A Khasab i palazzi governativi sono bianchi e sobri con aiuole curatissime, con fiori profumati come spartitraffico. Anche le case sono bianche ed hanno torrette e lampade sospese sui terrazzi. Visitiamo il Khasab Fort che domina la citta’. Il castello fu costruito dai portoghesi nel XVII secolo in cima ad un antico forte costruito in epoca precedente, edificato da sconosciuti. I portoghesi colonizzarono Khasab per prendere il controllo sullo Stretto di Hormuz, ma ben presto gli omaniti ripresero il controllo deIla penisola.

Prenotiamo, per il giorno dopo, un’escursione con il dhow, la tipica imbarcazione locale. Impossibile spiegare l’atmosfera che si respira mentre solchiamo all’alba tra il mare blu e le montagne brulle i tipici fiordi incontaminati e tocchiamo poche rive dove alloggiano in tipiche casette i pochi abitanti dei villaggi. In un’attimo, all’improvviso, pensando di essere in un sogno, ci accorgiamo che siamo accompagnati da un branco di delfini che giocano tra loro. Sembra quasi che ci invitino a scendere dalla barca a danzare con loro tra le onde. Ne arrivano altri, bellissimi, mi accorgo che ci sono molti cuccioli! E’ una gioia per tutti: una forte emozione! Non avevamo mai visto cosi’ tanti delfini insieme liberi di volteggiare in mare tra i fiordi! Restiamo in barca fino a sera, facendo soste e scoprendo villaggi, pesci variopinti, le sfumature del mare che cambiano in base alla vegetazione.

Torniamo in hotel e scopriamo a nostre spese che l’unico modo via terra per raggiungere la capitale e’ tornare indietro a Dubai, ripassando di nuovo per Tibat e prendere la strada di collegamento per Muscat. Non ci arrendiamo: non vogliamo rifare tutta quella strada impervia che ci ha portato fin qui! Ci dicono che c’e’ una strada percorribile tra le montagne, ma sprovvista di “immigration point” per cui non permessa a noi stranieri. Non e’ possibile! Antonio, mio marito, si mette al lavoro su internet e scopre che da Khasab partono traghetti che collegano il Musandam con il resto del Paese. Ci rechiamo subito al porto, aspettiamo l’apertura degli uffici ed il giorno dopo ci imbarchiamo con il nostro veicolo per arrivare fino a Shinas. Navigare tra i fiordi e’ scoprire una meraviglia della natura. Impieghiamo più di tre ore prima di raggiungere l’oceano aperto e dopo ancora un’altra ora arriviamo a destinazione.

Partiamo con la nostra automobile alla scoperta di questo misterioso Paese, ma ben presto ci accorgiamo che circolano quasi solo suv e guidano da matti, sono davvero spericolati! Autostrade nuove, appena asfaltate e tanti cantieri, aiuole curatissime, ponti dipinti a mano con lo stencil, costruzioni tinteggiate rigorosamente beige decorate da torrette-serbatoi della stessa tinta o di una tonalità leggermente più chiara o più scura! Tutto e’ “maniacalmente” curato e in ordine!

Lungo la strada verso Muscat alloggiamo a Sohar, in un piccolo hotel che sembra un’oasi. Gentilezza e pulizia dappertutto. Naturalmente, come sempre, ci tocca comprare il solito sciroppo per la tosse cosi’ da curiosare anche nelle farmacie. Il ragazzo e’ molto gentile, sta per chiudere, ma si intrattiene un po’ con noi a chiacchierare. Al mattino riprendiamo il cammino ed arriviamo a Barka per vedere la spiaggia e il mercato del pesce. Parcheggiamo quasi in riva al mare dove molte barche hanno scaricato il pescato del giorno. Tonni bellissimi ed ogni altro tipo di pesce a noi sconosciuto proveniente dall’Oceano Indiano. Curiosiamo un po’ tra i banchi ed osserviamo, con grande piacere, che perfino in questo luogo regna la pulizia assoluta!

Scattiamo qualche foto e incuriositi proviamo a fare qualche domanda, ma nessuno parla una lingua a noi lontanamente comprensibile. Sorridiamo e ci dirigiamo a piedi al “Barka Castle“, poco distante. Bellissima fortezza sul mare in cui la visita e’ gratuita. Alcuni operai notano che Antonio indossa la “kummah“, il tipico copricapo omanita e ci chiedono come mai. Su un tessuto di cotone bianco vengono ricamati a mano disegni sempre diversi l’uno dall’altro per diversi modelli e colori. Ogni omanita lo indossa sempre sul lavoro, nelle moschee, per strada perché e’ un simbolo di identità nazionale e li distingue dagli altri arabi del golfo.

Dall’alto della torretta il panorama e’ mozzafiato vista oceano.

Prima di ripartire Antonio scambia qualche parola con il guardiano che a stenti ci fa capire la strada da percorrere per raggiungere il prossimo forte che non e’ riportato sulle mappe del nostro navigatore ne’ è indicato sui cartelli. Solo cinque parole in inglese e qualche segno con le mani per un’indicazione precisa. Raggiungiamo il “An Nu’ man Fort” dove c’e’ un signore che ci accoglie e ci mostra le varie stanze. Tra i forti visitati finora e’ il più bello ed il più ricco di suppellettili, strumenti da lavoro, stoffe, anfore, tappeti, cuscini e arredi antichi. Purtroppo suona una campanella ed il nostro accompagnatore si scusa perché deve andare, per lui e’ l’ora del pranzo e deve chiudere il portone. S’inchina e continua a scusarsi, ma ormai avevamo già visitato tutte le stanze. Usciamo e sotto il sole rovente cerchiamo un posto per mangiare.

Dopo qualche giretto in macchina, notiamo un locale piccolissimo dal quale proveniva un ottimo profumo di pane. In effetti all’esterno ci sono molti mezzi parcheggiati. Entriamo e chiediamo di mangiare. Naturalmente non esiste il menu’ cosi’ ci mostrano un pentolone di carne al sugo e pane fresco. Si scusano perché hanno una sola sala: in tutti i locali pubblici ci sono stanze per soli uomini e stanze per famiglie o sole donne. Sono l’unica donna presente nel “ristorante” e tutti ci osservano. Mangiamo un montone stufato con pane appena sfornato e ci dicono che e’ un piatto tipico del Pakistan: una vera prelibatezza! Soddisfatti riprendiamo il viaggio verso Muscat.

Ma di questo racconterò un’altra volta.

 

 Maria Assunta Maccarone

 

 

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