SAN LIBERATORE A MAIELLA

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E’ uno dei più vivi ricordi della mia infanzia: il mio papà, originario di Manoppello, mi ha condotto spesso in gita fuori porta, in questo luogo piuttosto ameno, a visitare la Badia di San Liberatore a Maiella a Serramonacesca (PE) e i suoi dintorni, dal manufatto ecclesiale di eccelsa fattura alle tombe rupestri dei monaci e alle sorgenti dell’Alento.

Per me è e rimarrà un luogo magico e ho spesso condotto i miei figli a ripetere quell’esperienza unica che ho vissuto da bambino.

Le visite degli ultimi anni sono state condotte anche con occhio diverso, forte di un bagaglio di studi acquisito nelle mie tarde esperienze universitarie e desidero raccontarvi di questa splendida abbazia e alcune delle sue leggende.

Buona lettura.


Una leggenda narra che Carlo Magno, nel 781, per celebrare la vittoria del suo esercito su quello longobardo, edificasse una chiesa sul luogo dove erano caduti in battaglia tanti suoi soldati e la dedicasse a Cristo Liberatore, allo stesso modo di quella che sorge a Roncisvalle, sul luogo dello scontro tra Franchi e Mori.

L’episodio dovette restare nella imperitura memoria intorno di quella che divenne una delle più celebri abbazie del Meridione italiano: a testimoniare l’episodio, alcuni ambienti nel complesso monastico stesso a una fontana nel chiostro, oggi distrutto, a luoghi naturali tra Manoppello e Serramonacesca, tutto che ricordi la suggestione conservata in questi posti calpestati dal passaggio di fieri eserciti.

Un’altra leggenda attribuisce alla donazione dei patrizi romani Tertullo ed Equizio, rimessa nelle mani di San Benedetto stesso in occasioni dell’entrata dei loro figli nel Monastero di Subiaco, l’edificazione dell’abbazia.

Il primo documento ad accertare l’esistenza del complesso monastico è il Memoratorium dell’Abate Bertario che nell’884 indica il cenobio maiellano tra i tanti beni teatini appartenenti all’Abbazia di Montecassino.

Dopo quasi un secolo, nel 991, l’abbazia, a seguito di numerose donazioni e privilegi, era una realtà vasta e fiorente fino a quando, però, fu abbattuta da un rovinoso terremoto che la ridusse in macerie. La rinascita si deve al nuovo abate, Teobaldo, che dal 1007, radunato un gruppo di maestranze cassinesi, da cui è nata la vera e proprio scuola benedettina abruzzese, riedificò il complesso, eresse il campanile, ampliò la chiesa dotandola di preziosi arredi poi elencati nel minuzioso Commemoratorium del 1022.

Sotto Desiderio, abate cassinese tra il 1058 e il 1086, poi eletto Papa Vittore III, la struttura assunse l’aspetto che ancora oggi è possibile ammirare, nonostante modifiche e rifacimenti operati in seguito.

In quel periodo, ai tempi del massimo splendore di San Liberatore, l’abbazia era una vera e propria cittadella con opifici, officine, laboratori per la ceramica, fornaci anche per laterizi, frantoi, forni e mulini che, tra i primi in Europa, sfruttavano l’impetuosa corrente dell’Alento.

Secondo alcuni resoconti, le rendite giornaliere dell’abbazia erano pari al valore di un “rotolo d’oro”, permettendo ai monaci di concedere ai coloni, ai pastori e ai boscaioli alle loro dipendenze, una razione di pane e fave!

All’interno dell’abbazia funzionavano, ovviamente, un lectorium per l’educazione di laici e religiosi ad assumere cariche pubbliche, uno scriptorium, celebre per aver prodotto raffinati codici miniati, una ricca biblioteca di rari manoscritti e pregevoli volumen che attrasse l’attenzione di celebri umanisti cinquecenteschi.

I secoli successivi videro numerose aggiunte architettoniche, tra cui il portico anteriore di cui sono ancora visibili i resti, e la conservazione di numerose reliquie.

L’opera più completa su San Liberatore a Maiella resta quella pubblicta nel 1733 dal benedettino Erasmo Gattola all’interno della sua monumentale opera Historia abatiae cassinensis.

La decadenza di San Liberatore comincia con il 1806, quando per il decreto di soppressione degli ordini religiosi emanato da Giuseppe Bonaparte, i monaci dovettero lasciare la badia. Nel 1815 fu affidata ai padri Camillini di Bucchianico che vi restarono fino al 1834 ma, inevitabilmente, le frane, i terremoti e l’incuria, la rovinarono definitivamente.

Smontato completamente il tetto, le campane trasportate a Chieti, gli arredi liturgici nella parrocchiale di Santa Maria Assunta a Serramonacesca, dopo una proposta, degli anni ’30, di completo smantellamento dei  resti per essere riedificati in paese, dopo che ormai l’Alento si era portato via completamente il chiostro, solo negli anni ’70 furono iniziate opere di restauro e ripristino che, seppur con esiti discutibili, hanno quasi restituito all’antico splendore un manufatto della cultura abruzzese.

Dell’imponente abbazia dell’XI secolo, dunque, restano pochi ruderi del chiostro, del muro di cinta, del portico sovrastato da loggiato, degli ambienti privati dei monaci. La chiesa e il campanile stessi, a causa dei crolli e dei restauri subiti nel tempo, sono alquanto diversi dall’originali, ma sempre suggestivi e desiderosi di narrare le proprie leggende.

Numerose sono le riproduzioni e i prospetti di antica fattura sul complesso monastico, a partire dall’affresco cinquecentesco, staccato dall’abside ed attualmente esposto sul muro della navata destra.

Oggi, appena dopo l’ingresso del paese e percorrendo la strada che conduce all’abbazia, tra il rigoglioso verde della vegetazione, appaiono, lasciando con il fiato sospeso, “solo” la maestosa facciata della chiesa in pietra bianca della Maiella e la torre campanaria.

La facciata è divisa in tre corpi corrispondenti alle tre navate interne, con la sezione centrale più alta rispetto alle altre due, accentuando un armonico movimento con il tetto a capanna. La parte superiore del corpo centrale della facciata inquadra tre monofore e quella centrale è sovrastata da un oculo. Nella parte inferiore, una serie di semicolonne sorreggono strutture arcate cieche: tutto è delineato da un delicata proporzione architettonica.

I portali, di impianto romanico benedettino, furono ideati dalla stessa mente creativa che ha realizzato tutti i motivi ornamentali, anche se non realizzati dalla stessa mano. I motivi decorativi dei portali riproducono palmette e tralci intrecciati, propri della scuola cassinese dell’anno Mille. Le lunette, un tempo affrescate, riportano ancora tenue tracce di policromia. I leoni affrontati del portale destro propongono un tema di derivazione orientale.

Il campanile, a destra della facciata e lievemente scostato del corpo di fabbrica della chiesa per far spazio al portico non più esistente, è oggi suddiviso in tre ordini poggianti su un solido basamento, secondo il classico modello lombardo. Alle monofore del primo livello, si susseguono bifore e trifore rispettivamente del secondo e terzo livello.

Il lato sinistro della chiesa mostra la compatta muraglia di conci squadrati sulla quale, in origine, si addossava l’enorme fabbrica comprensiva del chiostro. Monofore a illuminare l’interno e alcuni ingressi, completano il quadro di questo lato.

Proseguendo il giro in senso orario, si incrociano le absidi: cornice benedettina e archetti pensili corrono sotto il bordo del tetto, con monofore a illuminare l’interno poste sulla parete del fondo.

Il lato destro, rafforzato da contrafforti sotto i quali è stato ricavato un suggestivo camminamento ad arco, è il più debole del complesso a causa del dislivello del terreno colpito, sovente, da calamità naturali.

L’interno della chiesa è esaltato dal chiarore della pietra bianca: l’asse maggiore si estende per 42 metri, con una larghezza massima di 20,50 metri. Il piano pavimentale inclinato che segue la conformazione del terreno, è scandito da sette campate e dal presbiterio. Gli archi poggiano su solidi pilastri decorati da un abaco con elaborata cornice benedettina, elemento dominate dell’intero complesso.

Quattro semicolonne, due poggiate in controfacciata e due sulla parete del presbiterio, costituiscono il punto di partenza delle arcate: dal basamento classico con tori e listelli, hanno differenti capitelli. Quelli vicino al presbiterio sono una pessima imitazione corinzia, quelli della controfacciata propongono una originale soluzione, uno a forma cubica, l’altro a piramide tronca rovesciata.

La copertura della navata principale è a capriate a vista, quella del presbiterio e delle navatelle laterali, a crociera. Dei due portalini interni, quello che immetteva alla sacrestia, si conserva una decorazione realizzata con un elegante tralcio chiuso in una cornice sottile tortile, da un architrave in cui sono scolpiti deliziosi elementi floreali tipici della scuola decorativa di San Liberatore.

L’ambone è uno dei gioielli dell’interno: frutto di una paziente ricostruzione degli elementi reimpiegati nel XIX secolo nella parrocchiale del paese, richiama quello di San Clemente a Casauria e alcuni elementi di quello di Sant’Agnese a Pianella. La fattura del manufatto lascia ipotizzare l’opera di almeno due differenti artisti. La ricostruzione, oggi addossata al terzo pilastro di destra, mostra un unico capitello originale modellato a palmette ed elementi fitomorfi che rimandano alle decorazioni casauriensi. I tre plutei superstiti, inclusi in una cornice a palmette, rappresentano un grifo, due ucceli affrontati e la tipica rosa abruzzese, tutti contornati da splendide decorazioni fitomorfe, rose e racemi.

Il vero e proprio fiore all’occhiello della Badia è rappresentato dalla porzione del monumentale pavimento marmoreo policromo in opera tassellata, che in origine ricopriva l’intera area interna della Badia. Secondo un’iscrizione musiva perduta, sarebbe stato realizzato nel 1275, sotto l’abate cassinense Bernardo Ayglerio, che promosse diversi lavori per San Liberatore.

L’opera, che esprime motivi bizantineggianti, come il quincunx (la disposizione di cinque unità nel modo in cui è tipicamente raffigurato il numero cinque sulla faccia di un dado o su una carta da gioco), è una tipica interpretazione dei maestri cosmateschi romani. Il disegno geometrico ripete la tipologia dell’antico pavimento musivo di Montecassino, testimoniando il fitto scambio culturale esistente tra San Liberatore a Maiella e la Campania nel XIII secolo.

Ultimi, ma non per importanza, gli affreschi. Le uniche tracce dell’apparato pittorico riferibili al XIII secolo, alla cui distruzione hanno costribuito tempo e restauri successivi, sono visibili nella zona absidale sinistra e centrale. Di incerta lettura, mostrano scene relative alla donazione del monastero da parte di Sancio di Villa Oliveti, alla presentazione dell’Abate Teobaldo a San Benedetto e ai privilegi concessi da Carlo Magno, raffigurato con il figlio Pipino.

Nel Seicento, il ciclo fu ricoperto da nuovi affreschi che riproponevano gli stessi temi e che, staccati, oggi sono esposti su enormi pannelli nella navata destra.

Oggi la chiesa, nonostante gli accurati restauri, si presenta, pur nella sua monumentalità, spoglia di arredi e decorazioni di cui, secondo le testimonianza seicentesche, era assai ricca: dal sacello di San Liberatore, al quadro della Vergine di Monserrat del XVII secolo, fino a un altare dedicato a San Benedetto, uno a Santa scolastica e uno a Santa Flavia.

Nonostante l’opera distruttrice del tempo, della natura e dell’uomo, la Badia resta un monumento unico nella sua cornice di verde, incastonata sul costone della vallata dell’Alento, immersa nei ricordi, nelle leggende, nella storia.

 

Daniele Mancini

Foto di Eleonora Sciascia

Bibliografia consultata: 

  • AA. VV., L’Abruzzo nel Medioevo, Pescara 2004
  • I.C. Gavini, Storia dell’Architettura in Abruzzo, II vol., Milano 1927
  • M. Moretti, Architettura Medievale in Abruzzo, Roma 1971
  • H. Bloch, Monte Cassino in the Middle Ages, Roma 1986
  • P. Favole, Abruzzo e Molise, Vol. XI di Italia Romanica, Milano 1990

 

 

 

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