RESIDENZA ESTIVA DI MARCO AURELIO RINVENUTA IN SUD TURCHIA – da haaretz.com

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La storia romana ci ha raccontato molto di imprese militari e di maestosità architettoniche realizzate in oltre 1500 anni di storia, ma, oltre tutto questo, è esistito anche uno stile di vita ‘rustico’ a contornare i momenti epici.

Una scoperta archeologica, ritenuta come le rovine della residenza estiva dell’imperatore romano Marco Aurelio (principe dal 161-180 .C., ndr), aggiunge un ulteriore tassello di portata storica allo stile di vita dei conquistatori dei grandi dell’allora modo conosciuto. Situata nella regione montuosa del sud-ovest della Turchia, corrispondente all’antica zona del  Kibyratis (Frigia del sud), secondo i ricercatori dell’Austrian Archaeological Institute, la residenza portata alla luce è stata una delle poche grandi tenute rurali di origine romana della regione.

È interessante notare che l’area corrispondente a Kibyratis sia stata relativamente intatta dalle attività archeologiche fino all’avvento dei progetti di scavo su larga scala del 2008. Da allora gli archeologi hanno trovato i resti di almeno quattro tenute rurali romane, tra cui una della famiglia imperiale. Le rovine di questo complesso sono risultate essere fortemente frammentarie, anche se i ricercatori hanno potuto riscontrare la presenza di complessi ambienti in cui sono presenti intricati mosaici, particolari pareti in marmo e persino tubi di conduttura di acqua in argilla. Questi reperti sono stati integrati dal rinvenimento di strumenti di lavoro, da torchi in metallo e in marmo, suggerendo così come l’azienda agricola fosse stata utilizzata per la vendemmia e il commercio di vino.

Altare votivo con iscrizione – Foto T. Corsten

All’interno dell’azienda, un altare votivo rinvenuto fornisce alcuni dettagli circa i proprietari originali della tenuta e grazie a una poetica iscrizione su una battuta di caccia, si comprende che uno dei passatempi preferiti di molti membri di questa famiglia fosse proprio la caccia,  rispecchiando i canoni delle attività ricreative di altre contemporanee culture antiche. La poesia in questione racconta di come Marcus Calpurnio Longo, della famiglia dei Calpurnii (una influente famiglia senatoria proveniente da Attaleia, in Anatolia centrale), sia stato in grado di dare la caccia a uno stambecco con le corna spettacolari; tutto questo intorno alla metà del II secolo d.C. L’animale è stato poi sacrificato agli dei per ottenere il loro favore e la loro protezione sulla tenuta.

Storicamente l’offerta non ha funzionato poiché la famiglia dei Calpurnii ha effettivamente perso la tenuta nel tardo II secolo d.C. Si è scoperto che la proprietà sia stata tramandata alla famiglia imperiale e Anna Faustina Cornifica, sorella di Marco Aurelio, ne sia diventata una dei nuovi proprietari. In ogni caso, oltre l’altare sono stati rinvenuti anche altri reperti, tra cui un rilievo roccia dedicato alla dea Cibele (conosciuta anche come Magna Mater o ‘Grande Madre’ nella Roma imperiale) e una scultura raffigurante una scena di un pastore attaccato da un lupo. Le raffigurazioni hanno portato gli archeologi a credere che l’uomo abbia effettuato un dono votivo alla dea Cibele per averlo salvato dall’attacco della belva, dedicandole la scultura in pietra in segno di gratitudine.

Tomba rupestre del periodo Lidio – Foto Oliver Hulden

Prima del periodo romano, la regione di Kibyratis era nota per ospitare una Tetrapolis (una rete di quattro città) nel tardo periodo classico e Kibyra ne era il principale centro urbano. Infatti, i ricercatori austriaci hanno identificato i resti di un significativo insediamento del VI secolo a.C. e questo era, probabilmente, un centro periferico del fiorente impero Lidio (di cui il Re Creso ne ampliò la fama, ndr). Con l’arrivo dei Romani, la vocazione commerciale della zona è stata effettivamente potenziata a partire dal I secolo d.C. e addirittura Strabone si è scomodato a menzionare come questo redditizio avamposto commerciale sia riuscito a fornire anche 30.000 fanti e 2.000 cavalieri durante i periodi di arruolamento.

 

Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini

Per ulteriori info: haaretz.com

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