PIOGGIA ACIDA MINACCIA GLI ANTICHI SITI MAYA

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L’inquinamento atmosferico, in Messico, è ormai un annoso problema, lungi dall’essere risolto a breve e il ricco patrimonio archeologico dello stato nord-americano è a rischio a causo del vertiginoso aumento di tutti quegli agenti fisici, chimici e biologici che modificano le caratteristiche naturali dell’atmosfera terrestre.

Un recente rapporto afferma che la pioggia acida potrebbe distruggere i vari monumenti maya e le strutture circostanti i vari templi dissolvendo, letteralmente, le pietre che li compongono e che costituiscono la peculiare caratteristica dell’antica civiltà Maya.

Pablo Sanchez, un biologo del Centre of Atmospheric Studies della National Autonomous University of Mexico a Città del Messico, ha rilevato che le sostanze chimiche presenti nell’acqua piovana potrebbero erodere gli edifici maya e potrebbero essere cancellate tutte le iscrizioni sulle pareti e sulle stele e colonne entro 100 anni. La maggior parte dei siti storici, alcuni dei quali risalgono a oltre 4000 anni or sono e sono stati realizzati in pietra calcarea, composta principalmente da carbonato di calcio, che, esposta alle piogge acide, viene inesorabilmente erosa.

Sanchex conferma che il calcare non può essere coperto da uno strato protettivo poiché è un tipo di roccia che ha necessità di respirare, assorbendo umidità e acqua, e un eventuale sigillante ne accelererebbe il loro deterioramento.

Un pioggia è considerata acida quando gli inquinanti come ossido di zolfo e ossido di azoto si mescolano tra loro riducendo il livello di pH dell’acqua a meno di 5.6. Gli studiosi, i restauratori e gli scienziati stanno, quindi, valutando opzioni alternative per proteggere gli edifici pur consentendo alle pietre di respirare.

I danni alle strutture storiche a causa dell’inquinamento sono, purtroppo, un problema comune  in vari siti archeologici e storico artistici in tutto il mondo.

Il celebre Taj Mahal, in India, sta affrontando minacce simili causate dalle piogge acide. Il mausoleo in marmo bianco e avorio è situato ad Agra, a un paio d’ore di treno dalla capitale indiana Nuova Deli, ma vicino a una delle città indiane più inquinate, quella che ospita la raffineria di Mathura. L’impianto di lavorazione del greggio leggero, a basso contenuto di zolfo, è stato accusato di causare un inquinamento atmosferico che avrebbe fatto scolorire la bianca facciata del Taj.

Secondo Sachchida Nand Tripathi, dell’Indian Institute of Technology, diversi studi hanno evidenziato che il colore nero del carbonio presente nel petrolio conferisce un colore grigiastro alla superficie del Taj Mahal, mentre il normale carbone e la polvere marroni derivanti dalla raffinazione del greggio, producono delle tonalità di colore giallastro: questi residui, purtroppo, depositandosi sulle lisce superfici del monumento UNESCO, ne deteriorano inesorabilmente la consistenza.

 

Daniele Mancini

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