LEONIDA A TEATE

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Leonida di Sparta e Teate? Questi due nomi nella medesima vicenda storica? Amo la mia città, la sua storia, i suoi monumenti, su di lei ho scritto anche la mia tesi magistrale! Amo Leonida, Sparta e gli Spartani e su di loro ho scritto, su questo blog, la storia che li ha caratterizzati nell’antichità.

Ho impiegato del tempo ma ho voluto partorire questo racconto su una vicenda storica frutto della mi fervida fantasia, un altro racconto che arricchisce la collana “Teate si racconta” del mio modesto blog di archeologia.

Attorno alla figura di Leonida di Sparta, il leggendario re di una delle più importanti póleis greche, narro di quando, in un immaginato viaggio di ritorno dalla Taras (l’odierna Taranto), sorella di sangue e di stirpe fondata da Sparta alla fine dell’VIII secolo a.C., ha deciso di visitare un piccolo centro abitato da fieri guerrieri, che avrebbe desiderato suoi alleati, per bloccare l’avanzata del perfido Serse I, re dei Persiani.

Erodoto, nelle sue Historiainarra delle Guerre persiane, del ventennio di conflitti tra fine VI e inizi V secolo a.C. che hanno visto le póleis greche difendere il proprio territorio dalla brama di potere dei perfidi regnanti persiani, ritraendo un conflitto come quello tra le forze della schiavitù (i Persiani), da una parte, e quelle della libertà (gli Ateniesi e la confederazione delle póleis greche che si unirono contro gli invasori), dall’altra.

Sulla penisola italica, invece, una popolazione sabellica di lingua osco-umbra, i Marrucini, aveva occupato una parte dell’odierno Abruzzo, suddividendola in numerosi insediamenti sparsi organizzati in pagi (unità territoriali) comprensivi di più vici (villaggi). Fino alle soglie del IV secolo a.C., da quando sono diventati grandi alleati di Roma e da quando questa ha esteso i suoi domini anche sulle terre abruzzesi, i Marrucini sono sempre stati una popolazione di guerrieri e hanno sempre difeso con la forza il proprio territorio dalle popolazioni vicine.

La capitale politica e religiosa  dei Marrucini (nei pressi di Rapino) è stata considerata ben presto troppo lontano dalle vie di comunicazione e ben presto si decise di stabilire la nuova Touta Marouca proprio su quel crinale sicuro e difendibile che da oltre 5000 anni ospita l’insediamento di Teate.

Buona lettura.


E’ trascorso un anno dalla Battaglia di Sepeia contro Argo (494 a.C., concedendo agli Spartani il pieno controllo del Peloponneso, ndr) e ne manca uno alla Novantaseiesima Olimpiade (492 a.C.), quando Leonida, l’erede al trono agiade e pienamente cittadino spartano, è salito al trono (correva l’anno 493 a.C., ndr).

L’affronto subito dagli emissari persiani, che hanno cercato di ottenere la sottomissione di Sparta alla Persia incontrando il netto rifiuto di Leonida (491 a.C., ndr), non ha acceso quella fiamma che avrebbe contribuito a innalzare Sparta agli onori della storia rifiutandosi di aiutare gli Ateniesi per contrastare i Persiani prima dell’epica Battaglia di Maratona (490 a.C., ndr).

Secondo Leonida, la minaccia persiana sarebbe tornata, nonostante la sconfitta e, la prossima volta non avrebbe rinunciato solo per mero orgoglio anti-ateniese. Nell’anno successivo ha intensificato i suoi addestramenti nell’agoghé, il rigoroso regime di educazione e allenamento basato su disciplina e obbedienza cui era sottoposto ogni cittadino spartano, comprese le dinastie reali, fin dall’età di 7 anni.

Un giorno, durante uno di questi allenamenti, Alexandros, il fido capitano dei suoi uomini, dice a Leonida: “Tranne che per essere re, tu non sei per nulla superiore a noi”;  ma lui, flemmatico, risponde: “Ma se non fossi migliore di te, non sarei re” (cit. da Apoftegmi spartani di Plutarco), confermando che il suo sangue reale non era importante quanto le sue superiori capacità nella competitiva società spartana, rendendolo adatto al governo e a trascinare gli opliti Spartiati nelle future battaglie.

Durante i frenetici anni successivi, altri emissari, provenienti dalle terre al di là del mare, dove vivevano fratelli spartani di Taras, gli portano sparute notizie di un fiero popolo di guerrieri che difendeva un piccolo territorio arroccato su una piccola città: ma in un sogno, durante un tormentato sonno di una calda notte estiva, Apollo stesso lo invitava a recarsi presso le basse coste di quel mare dell’intimità (l’Adriatico, ndr) dove, sulle colline di una lussureggiante valle, vivevano i figli del Pelide Achille, coraggiosi, soldati, leali, Marrucini…

Senza consultare l’oracolo, Leonida organizza, in pochi giorni, una nave e con un drappello di fidati uomini parte alla volta di Taras: è appena trascorso l’anno della Novantottesima Olmpiade (484 a.C., ndr) e il nuovo re persiano, Serse I, inizia ad allestire la sua spedizione di conquista definitiva della penisola greca. Ordina che sia scavato un canale attraverso l’istmo della penisola del Monte Athos, nella penisola calcidica, da Strimonikos al golfo Toronaico; lungo circa due chilometri e mezzo,  abbastanza ampio e profondo, avrebbe permesso il passaggio di due triremi contemporaneamente, evitando lunghe e onerose spedizioni via mare.

Il viaggio di Leonida verso Taras è benvoluto dagli dei: il vento sostenuto e il mare mai pericoloso, permettono al drappello di Spartiati di giungere sulla costa opposta in pochi giorni. Le notizie provenienti dalla Persia preoccupano anche le città della Magna Grecia ma solo Taras si mostra disposta ad aiutare i fratelli spartani per bloccare la perfida avanzata persiana.

I giorni trascorsi a Taras sono piacevoli, pieni di festeggiamenti e cerimonie religiose di buon auspicio: ma Leonida non ne è particolarmente attratto e il pensiero per la sposa Gorgo di Sparta lo allontana anche dai piaceri più carnali ai quali, invece, i suoi uomini non si sottraggono. Il suo scopo è ripartire il più presto possibile per risalire l’intimo mare per approdare sulla costa del popolo marrucino. Apollo lo ha invitato a raggiungere Teate dei Marrucini dove troverà i compagni del suo “ultimo viaggio”…

Trascorsa una settimana a Taras, Leonida decide di ripartire. Presi gli accordi con il Re Argos di Taras per la fornitura di un drappello di uomini per rimpinguare l’esercito da contrapporre ai persiani, rifornita la nave e riforgiati gli uomini, si imbarca in direzione settentrione. Un caldo e poco consueto scirocco sospinge velocemente la nave e, dopo un giorno di navigazione sotto costa, una frenetica attività in un piccolo approdo desta l’attenzione dell’equipaggio: sono arrivati, è il porto dei Marrucini e Leonida sente che Apollo lo ha condotto sulla rotta giusta, resta solo da attraversare un tratto di fiume per giungere alla meta.

Le autorità preposte al controllo dell’approdo non hanno mai visto una nave con quelle insegne, non conoscono Sparta, non conoscono Leonida; dopo gli opportuni controlli lasciano passare l’imbarcazione ma, per precauzione, inviano un emissario a cavallo verso Teate per avvertire Re Petrvis dell’imminente arrivo di sconosciuti visitatori desiderosi di offrire le proprie mercanzie e richiedere servigi.

Il fiume è gonfio ma tranquillo e attraversa la medesima lussureggiante valle del suo sogno: di fronte si stagliano imponenti monti gonfi di neve che stringono il territorio circostante in un affettuoso abbraccio di protezione. Dopo una breve e tranquilla navigazione, scorgono una collina su cui si stagliano le abitazioni di un centro abitato tra le quali svetta un’imponente costruzione fortificata: è la cittadella di Teate, la città dei figli di Achille, l’eroe che è giunto su queste colline molto prima della ormai lontana Prima Olimpiade (776 a.C., ndr).

Al piccolo porto li attende un uomo, austero, immobile, lunghi capelli bianchi, viso scavato dagli anni e dal lavoro sotto il sole, indossa un’ampia tunica consumata dal tempo  e a sorreggersi, nella mano destra, un lungo bastone ricurvo in cima. Sistema la barca, Leonida si dirige verso di lui, che si presenta: è Rvsna, il sacerdote àugure di Teate e senza che Re Petruis glielo chiedesse, lui è venuto ad accogliere Leonida e i suoi compagni guerrieri.

Leonida, con il suo elmo e il suo mantello, si presenta ma Rvsna lo blocca: sa chi è e gli parla con la sua stessa lingua. Leonida, spaesato e sorpreso, ascolta in silenzio il racconto del sacerdote che lo ha sognato da diverse lune e solo il volo dei sui uccelli gli ha indicato il giorno dell’arrivo degli Spartiati.

Rvsna, Leonida e gli altri uomini, salgono su alcuni carri e si dirigono verso la città alta.

Quando il sole saluta da dietro la montagna gigante il sorgere della nuova luna, arrivano in città: la popolazione, curiosa, li scruta ma non li acclama; non ha paura, la presenza di Rvsna la tranquillizza, nemmeno Leonida immaginava i festeggiamenti e le acclamazioni vissuti a Taras. I lenti carri li conducono verso l’Acropoli: li attende, fiero e maestoso, Re Petruis circondato da una ventina di guerrieri che, da lontano, sembrano possenti giganti!

Nessuno è armato e anche Leonida ordina ai suoi uomini di lasciare le armi sui carri. Rvsna sarà l’interprete tra i due re che, dopo uno sguardo di sfida, si abbracciano sorridenti, proferendo frasi nelle rispettive lingue. Come d’incanto compaiono servitori e ancelle che in men che non si dica, imbastiscono dieci tavolate ricche di ogni prelibatezza. Musici e danzatrici allietano l’evento.

Leonida e i suoi uomini, stupefatti e affamati, non si lasciano pregare e si tuffano nel convivio. Sono particolarmente attratti da piccoli bastoncini a cui sono infilati piccoli pezzi di carne di pecora, cotti sulla brace. Tutto è innaffiato da un rosso vino locale, fruttato e gustoso. Gli ospiti approfittano dell’ospitalità ma Leonida, osservato da lontano da Rvsna, resta sempre vigile e guardingo.

La notte trascorre tranquilla e all’alba del giorno dopo Leonida, accompagnato da Rvsna, è condotto  presso il tempio locale per le suo orazioni religiose mattutine. E’ orgoglioso quando vede che il tempio è per metà dedicato all’eroe Herakles e per metà alla dea Herentas, simile alla sua Afrodite. Il tempio, essenziale nella sua architettura, è eretto sopra un pozzo sacro con la cui acqua, Rvsna, officia tutti i riti religiosi.

Dopo aver curato l’anima, Leonida chiede di poter allenare il corpo. I giorni in mare, teme, lo abbiano arrugginito e si fa condurre presso il luogo di addestramento delle truppe marrucine: è posto fuori le mure, su un colle che un tempo ospitò i primi coloni provenienti da Troia. Il campo è piccolo ma ben attrezzato e i guerrieri che si allenano sono sorpresi dal vedere che un re abbia volgia di allenarsi con loro: tutti desiderano incrociare spade e scudi di legno con Leonida e questi li accontenta. Uno dopo l’altro sono sopraffatti dal re che, alla fine, li abbraccia soddisfatti.

Quando il sole è ormai alto, Leonida vuole incontrare Re Petrvis: è arrivato il momento di chiedere la sua alleanza e i suoi uomini. Durante l’incontro, moderato sempre da Rvsna, Leonida racconta della spietatezza di Serse e dei Persiani e di quello che potrebbe fare anche a quei territori se i greci non riuscissero a fermarlo. Petrvis, orgoglioso di essere stato scelto da Leonida, offre la sua alleanza, offre il suo oro ma gli uomini non saranno molti. Leonida potrà scegliere tra 50 guerrieri che torneranno con lui con una loro nave. Purtroppo non può concedere altri uomini: le intemperanze con le popolazioni vicine per questioni di confini e territori, sono sempre più frequenti e non può permettersi di indebolire il suo esercito.

Leonida è soddisfatto, non pensando minimamente di ottenere oro e uomini da una re di una popolazione sconosciuta!

Il giorno dopo Leonida decide di ripartire e Rvsna officia dei riti propiziatori: un dettaglio non sfugge al suo occhio attento e saggio. Dalle viscere di capra ha letto che Leonida andrà incontro a morte e glorie eterna! Lo riferisce al re che, in un moto di ira, lancia un urlo disumano di rabbia e fiera vendetta.

Petrvis e 20 barche marrucine accompagnano Leonida fino al porto sul mare, navigando con lui lungo il fiume. Le due barche di guerrieri, dunque, ben presto lasciano il porto dirette verso il Peloponneso e verso la guerra contro i Persiani.

L’arrivo a Sparta è trionfale: è trascorso un mese dalla sua partenza e, immediatamente, invia veloci emissari ad ogni angolo della Grecia per formare un esercito comune contro Serse. Tutto il resto è storia…

L’anno prima della Novantanovesima Olimpiade (481 a.C., ndr), Leonida fu scelto per guidare le forze greche alleate nella resistenza durante la Seconda Guerra persiana, un omaggio alla superiorità militare di Sparta e alla fervida intraprendenza di Leonida stesso.

L’anno olimpico (480 a.C., ndr) è l’anno durante il quale la legge spartana vietava l’attività militare e l’anno in cui era imposta la tregua olimpica, quindi marciare in guerra sarebbe stato doppiamente sacrilego per l’esercito spartano, però, gli Efori (un’importante magistratura spartana, ndr) decisero che il pericolo era sufficientemente grande da giustificare una spedizione immediata per fermare l’avanzata persiana. Il passo delle Termopili era lo snodo cruciale e Leonida, con il suo manipoli di Spartiati (e Marrucini…)  e poche migliaia di guerrieri greci, rallentò l’avanzata persiana. Nonostante Serse invase la Beozia e occupò Atene, qualche mese dopo a Salamina e l’anno dopo nella Battaglia di Platea, l’avanzata persiana fu definitivamente bloccata.

Ecco la profezia dell’oracolo di Delfi prima della Battaglia delle Termopili: “O voi, o abitatori di Sparta dalle larghe piazze: o la vostra grande gloriosissima città viene distrutta sotto i colpi dei discendenti di Perseo, oppure questo non avverrà; ma il paese di Sparta piangerà la morte d’un re della stirpe di Eracle“. (Erodoto, Historiai, VII, 220.)

 

Daniele Mancini

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