L’ALDILA’ NELLE ANTICHE TOMBE REALI EGIZIE – quarta parte

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Siamo al quarto e non ultimo capitolo sulla rappresentazione dell’aldila’ nelle tombe reali degli antichi Egizi: si possono leggere gli altri, cliccando qui!

Buona lettura.


II mito della Vacca Celeste rappresentato in una scena tratta da una camera laterale della tomba di Seti I.

Sul più esterno degli involucri dorati che avvolgono il sarcofago di Tutankhamon compare, per la prima volta, l’immagine della vacca celeste con il relativo testo, il cosiddetto Libro della Vacca Celeste: Seti I, Ramses II e Ramses III riservano ognuno uno degli ambienti attigui alla camera del sarcofago a questo libro, di cui anche Ramesse VI riporta poi un breve estratto nella nicchia di sinistra del suo terzo corridoio. L’immagine della vacca, le precise indicazioni su come debba essere ritratta e corredata del relativo testo sono al centro di un relativamente lungo trattato articolato in più livelli, in cui sono intessute anche formule magiche[1].

Il testo descrive, nella prima parte, la ribellione degli uomini che insorgono contro il dio Sole diventato troppo vecchio e la loro punizione da parte del «fuoco» dell’occhio divino che, su suggerimento dell’assemblea degli dei, è mandato contro di loro nell’aspetto della dea Hathor. Una parte dell’umanità è distrutta, il resto sopravvive grazie all’indulgenza divina e a un inganno con cui è raggirata l’ingenua dea, la quale viene ubriacata con birra tinta di rosso sangue e non riesce poi più a riconoscere gli uomini. Nel suo culto, per placarne l’ira, Hathor è ripetutamente chiamata «signora dell’ebbrezza».

La conseguenza della rivolta repressa è che il dio Sole si ritira dalla terra in groppa alla vacca celeste, rinunciando alla sovranità fin lì esercitata sulla terra; suo figlio, il dio dell’aria Shu, provvede ora che il cielo sia costantemente sorretto e non precipiti sulla terra. Uomini e dei sono da quel momento separati, gli uomini si fanno vicendevolmente la guerra, la morte cala nel mondo e il cosmo deve essere nuovamente ordinato. In tal modo che questo mito spiega l’attuale stato d’imperfezione del mondo e la lontananza degli dei[2].

La V ora del Libro delle Porte. Nel registro superiore, divinità maschili reggono una corda per misurare il Campo dei Beati; sotto, figure mummiformi trattengono il seprente Apopi, seguendo le anime già presenti nell’aldila’

Sull’Amduat si orienta una composizione più recente  che è nota con la denominazione moderna di Libro delle Porte. La suddivisione del viaggio notturno del sole in dodici ore è conservata, però ogni ora è qui separata dalla successiva dalla raffigurazione di una porta ben sorvegliata.

Funge da veicolo del sole, come nellAmduat, una barca sulla quale ci sono però solo due accompagnatori del dio Sole, le forze creatrici Heka («magia») e Sia («comprensione»). Anche per il resto, molte cose sono semplificate rispetto all’Amduat: la moltitudine di esseri divini è spesso riassunta in gruppi più agevolmente identificabili, i singoli nomi non hanno più un ruolo particolare, perfino le denominazioni delle ore notturne sono tralasciate. Ciò nonostante si tratta, anche qui, di trasmettere sapere sull’aldilà e di garantire soprattutto, mediante queste nozioni, il sostentamento materiale oltre la morte[3].

Accanto a motivi resi familiari dall’Amduat e che sono ripresi in forma analoga, emerge anche una serie di motivi nuovi, come la differenziazione – nella quinta ora notturna – degli abitanti dell’aldilà nelle quattro razze degli egizi, dei nubiani, degli asiatici e dei libici. Un particolare interesse trova in questo libro il divenire e il trascorrere del tempo; il tempo appare come un serpente dalle molte spire dal cui corpo le singole ore sono «generate» e poi di nuovo «ingoiate», oppure come una fune infinita, doppiamente ritorta, che si districa dalle fauci di un essere divino (sesta ora).

Fra la quinta e la sesta ora, alla fine del libro, sono inoltre inseriti due motivi figurativi particolari che illustrano il tribunale dei morti e il corso quotidiano del sole. Anche il «tempo di vita» è relativizzato nell’aldilà: un’ora del viaggio notturno corrisponde a un intero tempo di vita in terra[4].

 

Daniele Mancini

Note e bibliografia:

[1] HAWASS, Z., LeTombe Reali di Tebe, NOVARA, 2006, p. 283

[2] HAWASS, 2006, pp. 145-151

[3] HORNUNG, E., Altagyptysche Jenseitsbucher, DARMSDTADT, 1997, pp. 89-95

[4] HORNUNG, E., La Valle dei Re, MONACO, 2002, pp. 92-94

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