LA MIA MATRONA E IO – UN RACCONTO SU TEATE – prima parte

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ATTENZIONE: questo racconto contiene parole e situazioni violente o erotiche o di qualsiasi altra natura non adatte ad un pubblico di persone sensibili o comunque di età inferiore a 18 anni. La lettura da parte di utenti al di sotto della fascia indicata è VIETATA!


E’ trascorso del tempo ma eccomi a scrivere un nuovo racconto sulla vita di Teate Marrucinorum di 2000 anni fa. Questo è, come si dice oggi, uno spin off dei racconti sulle terme (per chi li avesse persi, clicchi qui) che vede alcuni dei protagonisti presenti in quella storia raccontarci altri momenti della vita quotidiana teatina.

Buona lettura.


Un messo imperiale ha recapitato la notizia che Marcus Ulpius Nerva Traianus (Traiano, ndr), imperatore del nostro immenso regno, ha sconfitto gli odiati nemici Parti, conquistato la grande Babilonia e annesso Ctesifonte a capitale della nuova provincia della Mesopotamia.

La popolazione di Teate Marrucinorumn è guidata ancora dai  quattuorviri elettivi,  Quinto Nimmio Celso, Marco Arrio Pansa, Lucio Glabro Prisco Sesto Lusio Corbulone che indicono immediatamente una giornata di festa all’anfiteatro per i successi dell’imperatore e per la centuria di Teatini che ha accompagnato il loro condottiero nelle guerre in Asia.

Corre l’anno 868 A.u.c. (Ab urbe condita, 868 anni dalla fondazione di Roma corrispondente al 116 d.C.) ma nessuno, nel resto dell’impero, è conscio della reale situazione in Mesopotamia: le truppe sono allo stremo e la presenza di sacche di resistenza parta, minano giornalmente la fragile occupazione romana. Nemmeno facendo salire al trono un re vassallo, l’imperatore ha potuto consolidare la posizione, costringendo inesorabilmente a ritirare verso ovest, a ridosso del Tigri, i confini delle suo nuove conquiste.

A Teate Marrucinorum, municipium della Regio IV Samnium, la vita scorre tranquilla, come in una normale e pacifica città di provincia. I commerci di ovini, quelli di olio e vino, il pesce fresco proveniente dal porto di Ostia Aterni, le fiorenti attività artigianali di vasai e metallurgici, prosperano e conducono una notevole ricchezza alla città.

La posizione dominante sulla valle del fiume, controllato dal porto sulla sua ansa, permettono un’esazione verso tutte le imbarcazioni che intendono dirigersi verso il mare o verso Interprorpuim. La consolare Tiburtina Claudia Valeria, snodo del traffico via terra, consente ulteriori imposizioni che arricchiscono le casse del tesoro di Teate e di Roma.

Nonostante trascorrano gli anni, per Aurelia Nonia Corbulone, la procace moglie del quattuorviro di Teate, potente magistrato dell’annona urbica, Sesto Lusio Corbulone, i vizi delle terme non passano di moda. Ogni giorno, soprattutto oggi, 17 del mese di Iulius, si lascia allietare dagli schiavi e dalle schiave a disposizione dello stabilimento termale di Teate del conductor Aulo Mario Alieno, aristocratico spiantato dedito al gioco.

Aurelia vive a Teate, insieme al marito, senza figli, da circa un lustro presso una delle lussuose abitazioni poste nel quartiere a ridosso del Foro, dietro ai Templi gemelli dedicati al  Divo Augusto e alla Dea Roma. La casa di Aurelia e Sesto Lusio è sempre vuota e la matrona, ancora giovane e piacente, è stanca della vita dorata a cui l’ha relegata il marito, sempre in giro per l’impero per ottenere maggior prestigio per la sua Teate.

La domus, posta sul lato occidentale della città, poggia sul sistema di potenti mura che sorreggevano la collina dei Fori: i proprietari della casa hanno a disposizione una vista eccezionale: dalle montagne con il tramonto del sole, alla splendida porticus ricca di decorazioni colorate, ai templi e un ampio hortus, che confina con le pareti del Tempio di Iside. Atrium con impluvium, tablinum, triclinia, cubicula, tutti decorati da eleganti mosaici bicromi e pareti affrescate da motivi geometrici e floreali policromi. Un lusso concesso a pochi, a Teate

Il carattere indipendente di Aurelia emerge in ogni angolo della casa: dalla scena erotica su uno specchio di bronzo posto su un tavolino che rappresenta la padrona di casa distesa su un fianco mentre viene penetrata da un giovane amante, a diverse lucerne con scene erotiche che , sembra, prendano vita con la fiamma, poste su un candelabro a forma di fallo, fino al vasellame di colore rosso e alle coppe d’argento con scene d’amore anche tra uomini.

Tutto questo, però, ha anche un importate significato: allontanare dalla casa e dai banchetti conviviali gli spiriti maligni, la sfortuna e l’invidia e ricordare agli ospiti tutti i piaceri della vita…

Aurelia è circondata da schiave e schiavi ma, dopo aver licenziato la sua schiava personale, Ambrosia Domizia, divenuta la compagna del nuovo liberto soprintendente delle terme, Gaio, non si è più avvalsa di una persona di fiducia. La procace Ambrosia l’ha delusa, decidendo di lasciarla per sposare l’uomo di cui si era innamorata, mettendo la parole fine anche ai giochi erotici che le due donne si concedevano nei momenti di noia quotidiana.

Aurelia ha continuato con me i suoi giochi: la donna mi ha riscattato dalla moglie dell’altro quattuorviroQuinto Nimmio Celso. Il mio nome è Dumius, sono di origine gallica: mio padre mi ha raccontato che un nostro trisavolo ha aiutato il grande Giulio Cesare a conquistare le nostre terre e lui, per ricompensarlo, lo ha messo al suo servizio. Alterne vicende e alterni padroni, dopo la morte di Cesare, hanno portato la mia famiglia nella Regio IV ed eccomi, oggi, qui!

In onore di Cesare, nella mia cella, ho un piccolo angolo con la sua statuina votiva, contornata da quella dei miei avi: ogni giorno inneggio preghiere di ringraziamento a loro, nonostante la mia posizione sia ancora di uno stato sociale molto basso. Ma il futuro mi riserva grandi traguardi.

Sono arrivato nella casa di Aurelia subito dopo la partenza di Ambrosia e il mio aspetto virile, con il corpo segnato da mille fatiche ma con muscoli bene definiti, schiena ampia e possente, pelle arsa dal sole, subito hanno attirato l’attenzione della padrona.

Dalla notte successiva al mio arrivo, quotidianamente, salvo quando in casa è presente il padrone, soddisfo le esigenze sessuali della donna: a volte per ore, a volte per pochi minuti, dopo l’arrivo davanti la porta della mia stanza, la padrona adora che mi faccia trovare in piedi, di fronte al suo sguardo con i miei due ampi pettorali che invitano le sue mani ad accarezzarli. Ogni volta sento il suo respiro cambiare, conosco bene la mia padrona e, attratta dai miei occhi verdi come il colore di una foresta vergine, si avvicina e mi afferra.

Oggi sembra molto cauta, forse pensierosa: poggia le sue mani sul mio petto umido di sudore e le lascia scivolare su tutto il mio corpo che già urla di desiderio carnale. Sotto le sue mani scorrono anche le cicatrici delle ferite e delle frustate dei miei vecchi padroni, ma anche le vene palpitanti delle mie braccia le producono un ulteriore sussulto di piacere.

Con le labbra, Aurelia raccoglie le gocce di sudore che scivolano sul mio corpo teso, mentre con le mani arriva lungo i fianchi, all’altezza della fascia di tessuto a forma di perizoma che cinge il mio ventre. Il desiderio di unirsi dei corpi è sempre più intenso e lei mi scioglie la fascia lasciandomi completamente nudo: spostandosi al centro, incontra il mio turgido membro e, immediatamente, le tolgo le leggiadre vesti che la coprono, lasciandola in preda a un fremito di passione.

Le mie vigorose mani afferrano la donna e la trascinano sul giaciglio, distendendola, e io, senza mai abbandonare i suoi occhi, cerco prima le labbra della donna, poi, le accarezzo il prosperoso, finché i nostri due corpi si fondono e il desiderio si trasforma in calda passione…

Appena dopo mezzo giro di clessidra, accorre una delle sue schiave. Un messo ha preannunziato la visita del senatore  Manio Acilio Glabrione (Glabrione sarà primo console a Roma nel 124 d.C.. ndr) per discutere di alcune proprietà nel territorio circostante Teate. Aurelia è costretta a interrompere il suo piacere e, rivestitasi in fretta, corre nelle sue stanze a sistemare il trucco e indossare una bionda parrucca che il vecchio Glabrione adora in modo particolare.

L’interruzione del rapporto mi lascia con il membro turgido: l’immagine non resta indifferente alla schiava che è venuta ad avvisare Aurelia e che mi fissa con un velo di desiderio. Il suo nome è Elena, è di origine hispanica: ha gli occhi e i capelli neri come la pece e dopo aver provveduto alla padrona, torna nella mia cella e senza proferir parola, lascia che il suo corpo prenda possesso del mio vigore. La padrona mi ammazzerebbe se sapesse questo, soprattutto sapendo che possa averla tradita con una delle sue schiave: non è la prima e non sarà l’ultima volta…

Elena è molto graziosa e gentile, di nobili origini ma divenuta schiava a causa delle ribellioni cantabriche a cui hanno partecipato i suoi avi, oltre cento anni or sono. Sono certo che il nostro rapporto clandestino porterà piacere e tanti guai.

E poi…

— CONTINUA —

 

Daniele Mancini

 

 

 

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