IL PANTHEON DEI ROMANI, DEE E DEI – terza parte

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Sono arrivato alla terza parte della descrizione delle principali divinità del pantheon romano. Per le altre parti, clicca qui.

Buona lettura.


Diana. Era la divinità femminile protettrice della caccia, delle terre selvagge, della natura e, tre le antiche divinità romane, Diana era anche considerata un’entità molto vicina alla dea della verginità, del parto e delle donne. In sostanza, apparteneva alla triade delle dee romane fanciulle, insieme a Minerva Vesta.

Il racconto mitico la ritrae come sorella gemella di Apollo e figlia di Giove e se è spesso equiparata alla sua controparte greca Artemide, le origini di Diana probabilmente sono da riferire a un’entità italica o indoeuropea. Nel I secolo a.C. il filosofo stoico Quinto Lucilio Balbo, menzionato da Cicerone nel suo De Natura DeorumSulla natura degli dei, afferma che gli umani considerano Diana e la luna e fosse un’unica entità.

Prosegue Balbo affermando che la luna  è così chiamata dal verbo splendere (lucere) e Lucina si identifica con essa ed è per questo che è invocata, durante il parto, proprio Giunone Lucina, come i Greci acclamavano Artemide la Portatrice di Luce.

Diana ha anche il nome di  Omnivaga  (“errante”) perché è identificata come uno dei sette pianeti; il suo nome, Diana, deriva dal fatto che lei trasforma l’oscurità in luce del giorno  e, quando viene invocata nel parto, i bambini nascono occasionalmente dopo le sette o di solito dopo le nove, il numero delle rivoluzioni lunari.

È interessante notare che, come per la paradossale connessione della vergine Diana al parto, la dea incarni anche altri aspetti apparentemente in conflitto con la sua principale natura, dalla purezza e serenità dei boschi e delle terre selvagge alla natura imprevedibile e in continua evoluzione della luna. In alcune occasioni, è stata anche considerata una delle divinità romane del mondo oscuro dei morti, l’equivalente evoluzione della dea greca Ecate.

Vulcano. Uno dei più antichi dei romani è Vulcano, le cui origini possono farsi risalire alla Roma arcaica, quela del VII secolo a.C. Per quanto riguarda le sue caratteristiche, Vulcano era considerato il dio romano del fuoco e dei vulcani, della metallurgia e delle fucine. Si credeva che la fucina di Vulcano si trovasse sotto il Monte Etna, in Sicilia.

Il più antico santuario di Vulcano, noto come Vulcanale, era probabilmente situato ai piedi del Colle Capitolino da cui proviene un interessante frammento di ceramica greca databile al VI secolo a.C. che raffigura Efesto, il dio greco del fuoco e della lavorazione dei metalli. In sostanza, Vulcano è stato uno dei primi dei romani ad essere equiparato a un’antica divinità greca. Allo stesso tempo, Vulcano possedeva verosimiglianti aspetti di Sethlans, un antico dio etrusco.

Abbastanza intrigante la derivazione del nome latino Vulcanus: gli studiosi sono divisi nelle loro ipotesi quando si tratta delle origini della parola e, secondo alcuni deriva dal latino fulgur, con connessioni a lampi e fiamme, mentre altri hanno congetturato che il termine provenga dal dio minoico cretese Velchanos .

Per questa divinità, i Romani celebravano i Vulcanalia, i festeggiamenti in onore di Vulcano che avvenivano in un momento dell’anno (in agosto) quando le colture e i cereali avevano la più grande possibilità di prendere fuoco a causa della calura. Quindi, nel tentativo di placare il dio del fuoco, si organizzavano dei roghi cerimoniali in cui vi venivano lanciati pesci e piccoli animali sacrificali.

Vesta. Figlia di Saturno e sorella di Giove, Vesta è stata paradossalmente considerata la più antica e più giovane delle divinità romane: nella mitologia, è stata la prima ad essere inghiottita da Saturno/Kronos e l’ultima ad essere liberata dalle “grinfie” paterne.

Nella narrativa mitica, la bella Vesta ha sempre respinto le avances di altri divini corteggiatori, tra cui Apollo Nettuno, facendo appello al fratello maggiore Giove per permetterle di rimanere vergine.

Vesta è stata, così, associata alla divinità romana protettrice del focolare domestico, la cui equivalente greca è Hestia, l’antica entità che proteggeva la domesticità, la famiglia e l’architettura della casa. È interessante notare che il termine latino per focolare è focus suggerendo che, come il fuoco bruci nel camino della casa, simbolicamente lo “spirito convergente” dell’intera famiglia potesse convogliare verso il culto di Vesta.

Il fuoco ha anche svolto un ruolo importante nel Tempio  di Vesta nel Foro Romano, dove è rimasta perennemente accesa la fiamma del fuoco sacro, compito affidato alle sacerdotesse della dea, le Vestali, che provvedevano anche a compierne il culto a nome della città.

Le vergini Vestali, scelte in giovane età dai sei ai dieci anni, avevano l’obbligo di restare caste per un periodo di servizio di 30 anni. Il culto nel Santuario era demandato e custodito, dunque, da queste sacerdotesse e per la natura di questo ambito religioso il Tempio di Vesta non apriva mai al pubblico, tranne durante i festeggiamenti in onore della dea, noti come Vestalia (celebrati in giugno), durante i quali le matrone,  scalze, visitavano il santuario per offrire i propri doni.

E’ piuttosto curioso che il culto di Vesta sia stato una delle ultime istituzioni pagane a essere sciolta dall’imperatore cristiano Teodosio I nel 391, d.C., dopo quasi mille anni di ininterrotta attivazione del sacro fuoco.

 

Daniele Mancini

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