Fisico in… Guatemala!

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Oggi voglio portarvi in un mondo incantato, nella foresta del Petén, in Guatemala.

Viaggio spettacolare, il cui racconto rimando ad altra sede. Il Guatemala è una terra verde, florida e piena di sorprese. La prima sera  alloggiamo a Flores, una cittadina distante una trentina di chilometri  dal sito d’interesse: il parco archeologico di Tikal, il sito Maya più esteso che si sia mai ritrovato. Diversamente per le altre civiltà del passato la civiltà Maya, insieme a poche altre, mi hanno da sempre affascinato. Dopo aver visitato il Museo antropologico di Città del Messico, i siti di Teotihuacan, Uxmal, Palenque, Chichén Itza, Tulum ed alcuni altri, pensavo… che cos’altro c’è da vedere?

L’alberghetto è accogliente, con un bel giardino ed un ristorantino. Ci sistemiamo nelle stanze e decidiamo di fare una bella passeggiata prima di cena per sgranchirci le gambe, dopo alcune ore di viaggio; nel giardino dell’hotel un signore porta alcune “gabbiette” di cartone e fa spazio mostrandoci dei ragni pelosi a sua detta non velenosi che prende in mano e li accarezza: sembravano addomesticati. Ci dice però di non toccarli e non avvicinarci e, dopo averli fatti “pascolare” per un po’ nel prato, li riprende e li rimette dentro alle scatolette e li riporta con se. Mah! Strane cose accadono… ma non finisce qui! Riprendiamo la passeggiata interrotta prima ancora di essere cominciata. E’ già buio e ci dirigiamo in linea retta dal giardino dell’hotel verso un lago che si intravede solo per il riflesso della luna. Alcuni dei miei compagni di viaggio ed io restiamo totalmente assorbiti dal paesaggio lunare e dalla pace. Dopo alcune decine di minuti in silenzio, quasi in contemplazione, ci giriamo e decidiamo di tornare indietro da dove siamo arrivati, ma non so come sia potuto accadere, ops! Il posto non era più quello di prima!

Crediamo di esserci persi, camminiamo, camminiamo tra la vegetazione al buio, ma appena risbuchiamo su di una strada, riconosco la via principale dove il pulmino è passato poco prima di accompagnarci nel nostro “alberghetto” così ci incamminiamo e dopo circa un chilometro arriviamo al punto di partenza; ci chiediamo come sia potuto accadere, ma non lo abbiamo ancora scoperto! Quella sera a cena mangio per la prima volta un frutto tropicale mai visto prima: il cameriere ci dice che si chiama “pataya” (scopro successivamente che in oriente si chiama “dragon fruit“): buccia fucsia quasi fluorescente, dentro può essere bianco, fucsia o viola con dei puntini neri. Dolce e succoso. Dopo la cena, squisita, restiamo in giardino per un po’ a goderci la notte fresca e tranquilla, ma ci rendiamo conto che l’indomani bisogna partire presto così ci ritiriamo nelle nostre stanze.

Ci alziamo presto per poter entrare prima di tutti al sito del parco archeologico di Tikal, ma forse è troppo e ci tocca aspettare nel pulmino davanti all’ingresso. Arriva ancora altra gente, abbastanza da farci scendere ed andare a fare la fila. Finalmente aprono i cancelli e dopo pochi istanti siamo già immersi nella foresta pluviale.

Incredibili alberi con enormi tronchi ci circondano, ma una pianta ci stupisce e chiediamo di che tipo di albero si tratti. E’ il “ceiba“, una pianta con tronchi bianchi e radici enormi appiattite, alberi sacri ai Maya. Si odono versi di pappagalli variopinti e di altri tipi di uccelli, ma la meraviglia sotto i nostri occhi, sono i  tucani che svolazzano tra i rami. Mai visti prima di allora se non sui libri o nei documentari. Scimmie urlatrici, formiche enormi e tutta la natura che si possa immaginare essere in una vera jungla!

Ci inoltriamo con una guida…(potremmo perderci) ma senza fretta. Ad ogni passo una scoperta: la città era popolata nell’epoca precolombiana da oltre centomila persone in un territorio di circa sei chilometri quadrati. Tra la vegetazione rigogliosa si possono riconoscere resti ben conservati di palazzi, negozi, terrazze cerimoniali, viali, bagni e piramidi… naturalmente! Nella parte centrale, una specie di acropoli che in questo caso non ospita templi, ma era ad uso residenziale. Non tutti i templi sono accessibili ai turisti. Resto sorpresa per le capanne costruite per conservare al meglio i resti… questo si che non “inquina” la visione!

Riconosco la bottega di un fornaio e quello che doveva essere un forno a legna, altre botteghe di seguito e case. I Maya dovevano essere non troppo alti per entrarci!

Diverse sono le piramidi, ma senz’altro la piramide più interessante e più bella è il “Templo IV“, alta quasi 70 metri, la più alta del Centro America  e vi assicuro che salirci è stato faticoso, ma lo spettacolo che si ammira da lassù ripaga della fatica! Impossibile non sedersi e godersi il panorama! Infinita foresta e piramidi che spuntano tra gli alberi.

Mi dispiace che, comunque, il sito, come tutti gli altri che abbiamo visitato, sia spoglio di tutti gli oggetti ritrovati che avrebbero potuto essere soggetti a razzie da parte di gente assetata di reperti, come spesso accade. Doveva essere davvero uno splendore! Immagino le facce degli esploratori che hanno ritrovato la città così ben conservata dopo centinaia di anni. Solo la natura ha questo potere!

Abbiamo trascorso tutto il giorno girando ed osservando ogni cosa tra canto degli uccelli e urla di scimmie e chissà quanti animali “sommersi”, ma per noi invisibili. Solo una sosta per un panino ed una bibita acquistato in una bancarella, anch’essa mimetizzata perfettamente vicino a dei bagni pubblici altrettanto incredibilmente “non visibili”. Dopo un po’ incontriamo un omino sopra una piattaforma di legno e ci fa notare un brucone gigante pelosissimo, bianco. Sembra giocasse con lui e sembra che siano già conoscenti.

All’approssimarsi del tramonto ci rimettiamo in cammino verso l’uscita. In Guatemala, in agosto, fa notte presto e rischiamo di rimanere “intrappolati” nella foresta, al buio…

 

Maria Assunta Maccarone

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