UNA “DOZZINA”… NEI MUSEI DI TEATE!

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Puntualmente come un orologio svizzero, anche a novembre si è ripetuto l’evento organizzato dal MIBACT che tutti conoscono come #DOMENICALMUSEO MUSEI GRATIS PER TUTTI, durante la prima domenica del mese. L’occasione è stata colta al volo perché ho accompagnato il solito gruppo di amici, già protagonisti di Una dozzina a Teate e questa volta ben più di una dozzina, a far visita ai musei archeologici della nostra città, il Museo Archeologico Nazionale La Civitella e il Museo Archeologico Nazionale Villa Frigeri.

Di buona lena ci tuffiamo tra le braccia della Cultura visitando il Museo Archeologico Nazionale La Civitella. Devo ammettere che ho un debole per questo museo, avendo accolto un mio lungo tirocinio e perché è il museo della città di Chieti, il museo di Teate e del suo territorio.

Proprio dalla sezione dedicata ai Marrucini e al loro territorio iniziamo il nostro percorso. Incontriamo le vetrine dedicate a Le prime tracce dell’uomo, piene di selci provenienti da Ripa Teatina, Manoppello, Chieti, Pretoro che testimoniano l’utilizzo di questi materiali come utensili da parte di popolazioni che hanno abitato le nostre terre qualche millennio fa. Segue il settore con i manufatti del villaggio neolitico di Catignano (con la splendica ceramica decorata), la vetrina della Grotta dei Piccioni di Bolognano con interessanti tracce concrete della vita dei nostri antichi antenati. I miei amici sono attenti e già da subito cercano di appagare le loro curiosità.

Le vetrine con i  bronzi di Alanno, Bucchianico, Manoppello, Villamagna, Ripa Teatina, Tocco da Casauria e Comino, ci aprono il mondo delle antiche necropoli marrucine. I reperti esposti provengono da sepolture che, oltre al vasellame posto a corredo della deposizione, hanno riportato anche fibule, armi, elmi e i celebri dischi corazza (kardiophylakes) che ricordano quelli famosi presenti sul Guerriero di Capestrano!

Dopo le necropoli, entriamo nei santuari: Vacri, Pescosansoneco e la Grotta del Colle di Rapino. I manufatti esposti sono tutti ex voto, oggetto dato in dono ad una divinità: monete, ritratti in terracotta, statuine, anelli, oggetti anatomici in terracotta, animali in terracotta, vasellame, statuine in bronzo di divinità (domina la figura di Ercole), fibule, bracciali, ampolle in vetro… una enormità di reperti che mostrano l’antica devozione dei nostri avi nei confronti delle divinità antiche. Una menzione particolare l’abbiamo riservata alla statuina bronzea della cosiddetta Dea di Rapino, una dea madre protettrice del territorio espressione del mondo spirituale e religioso degli antichi Marrucini, e alla copia della Tabula Rapinensis su cui è incisa, in dialetto marrucino, una legge sacra riguardante il culto di Giove e Giovia a cui è connessa la pratica della prostituzione sacra.

Senza distrazioni proseguiamo nel nostro percorso e approdiamo alla vetrina su Teate e a quanto rinvenuto nella città e nei suoi dintorni: i reperti esposti sono relativi a prima che il centro divenisse municipio romano. Questi manufatti del periodo arcaico non sono molti a causa, soprattutto, di una mai uniforme gestione degli scavi archeologici realizzati da quando il sentimento storico e archeologico ha fatto capolino nelle coscienze dei cittadini. L’appropriazione privata, le poco organiche forme di conservazione in magazzini e nei primi modesti musei (antiquarium), hanno provocato una dispersione dei reperti ormai irrimediabile. A parte la tenue nota polemica, completiamo la visita della sezione dedicata ai Marrucini con i siti costieri.

Affrontiamo la sezione relativa alla Teate romana, al piano inferiore, partendo dalle necropoli: tutte collegate alla viabilità che conduceva alla città, le necropoli di Teate non differiscono da quelle di altri municipi romani. I manufatti esposti sono relativi alla necropoli di S. Filomena (elementi di un monumento funerario), S. Anna (sarcofagi e stele funerarie), Costa Ciampone e S. Maria Calvona (stele funerarie). Anche in questa sezione il museo dispone di un fiore all’occhiello piuttosto unico e raro: i ben conservati frammenti del Monumento funerario di Lusius C. Storax. Le decorazioni esposte del sepolcro funerario del ricco liberto teatino rinvenute a fine ‘800 sono uno dei caposaldi  dell’arte romana del primo periodo imperiale.

A seguire visitiamo gli ambienti dedicati ai principali monumenti del periodo romano imperiale, quello di massimo splendore storico artistico: le terme (con una sala con pavimento mosaicato a riprodurre quello dell’apodyterium originale); l’anfiteatro e la storia del suo rinvenimento; il teatro (con l’esposizione di un reperto ceramico, a squame, tra i più antichi rinvenuti nel territorio di Teate), la dimora patrizia sul Corso Marrucino (l’antico diverticolo urbano della Tiburtina Valeria era contornato da lussuose abitazioni con ricchi pavimenti a mosaico), l’area dei Tempietti romani, con il suo palindromo di costruzioni e la sua interessante storia monumentale che affascina sempre tutti. Una menzione particolare la merita la stanza dedicata ai culti egizi che erano praticati anche in Teate: è attestata la presenza di un Iseum (tempietto dedicato a Iside) che ha restituito interessanti reperti come un busto di un generale egiziano, statuette di Iside in bronzo e marmo, una testa in marmo di Serapide, un cerbero in bronzo. Lungo il corridoio di accesso alle varie sale di cui sopra sono esposti diversi capitelli appartenenti ai monumenti di Teate ma anche diverse iscrizioni dedicatorie: una delle più importanti è quella dedicata a Dusmia Numisilla per i lavori di rifacimento e consolidamento della rete idrica teatina.

La visita alla Civitella termina con la Sala dei Frontoni: l’esperienza visiva raggiunge il suo culmine all’ingresso in questa sala. Dopo aver avuto un antipasto con una ricostruzione verosimile di un antico frontone di un tempio, dopo aver attraversato il corridoio delle antefisse (con la Potnia theròn ed Ercole in bella mostra), la minuziosa ricostruzione dei tre frontoni e di alcuni frontoncini più piccoli, ripagano la fatica di una visita intensa. I personaggi rappresentati, seppur frammentari, forniscono l’idea dell’imponenza di questi templi che facevano bella mostra nell’acropoli ellenistica teatina.

Stanchi ma soddisfatti, lasciamo la Civitella e ci dirigiamo al Museo Archeologico Nazionale Villa Frigeri.

La prima tappa è il salone centrale con la statuaria marmorea romana e la statua colossale di Herakles epitrapezios: posta originariamente nella cella del Santuario di Ercole ad Alba Fucens, dopo gli scavi che ne permisero il rinvenimento nel 1960, fu esposta nel Museo di Villa Frigeri. Dopo Ercole, il Guerriero di Capestrano! E’ l’icona simbolo dell’Abruzzo risalente alla metà del VI sec. a.C.: questo capolavoro dell’arte italica rappresenta una figura maschile in costume militare; in realtà è una statua funeraria di un principe guerriero, collocata sulla sommità del tumulo di terra posto sopra la sua tomba. Il ritrovamento casuale avvenne nel 1934 nella piana di Capestrano. Il suo viso enigmatico e senza espressione, probabilmente coperto da una maschera, richiama pallidamente le statue dei kuroi greci del periodo arcaico.

Senza sosta, prima attraversando la sala numismatica e poi lo scalone con i suoi letti funebri, saliamo al piano superiore dedicato alle popolazioni italiche che hanno vissuto nell’Abruzzo antico: ognuna è presentata grazie all’esposizione dei corredi funebri di alcune tombe delle necropoli regionali più significative. Ma il reperto altrettanto degno, come il Guerriero di Capestrano, di rappresentare questa regione, è l‘Ercole Curino, una sublime statuetta bronzea di Ercole in riposo che è stata recentemente riconosciuta essere replica di un’opera dello scultore Lisippo, già attivo nel IV sec. a.C. Proveniente dall’omonimo santuario nei pressi di Sulmona, l’Ercole è rappresentato stanco, alla fine delle sue fatiche ma personifica il trionfo del coraggio dell’uomo sulla serie di prove poste dalle divinità gelose.

Prima di abbandonare il museo con la immancabile foto di gruppo, una breve tappa al plastico della Necropoli di Fossa, la necropoli vestina che ha abbracciato oltre un millennio di storia con le sue tombe di differenti tipi (tumuli, fosse, tombe a camera e sepolture infantili in coppi di laterizi) risalenti a differenti periodi storici.

Ringrazio i miei amici che mi hanno permesso di mostrar loro due perle della mia città, spero che rimanga in loro il senso di piacere per l’archeologia e la storia che ho cercato di trasmettere.

 

Daniele Mancini

Foto di Miriam Desiderio e Giuseppe Del Grosso

 

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